Dall’Irlanda il guerriero vittorioso, che adesso era anche di nome, come lungo tempo lo era stato di fatto, Lord Generale dello esercito della Repubblica, si mosse alla volta di Scozia. Ivi stavasi il giovine Re, il quale aveva acconsentito di professare il culto dei Presbiteriani e firmare la Convenzione; e in ricompensa di tali concessioni, gli austeri Puritani che dominavano in Edimburgo gli avevano permesso di tenere, sotto la vigilanza e direzione loro, una corte solenne ma trista nelle sale di Holyrood da lungo tempo deserte. Questa corte da scherno durò brevemente. In due grandi battaglie Cromwell annientò le forze militari della Scozia. Carlo fuggì per salvare la vita, e con estrema difficoltà si sottrasse al destino del padre suo. Lo antico Regno degli Stuardi venne, per la prima volta, ridotto alla più profonda sommissione. Non rimase vestigio della indipendenza con tanto valore difesa contro i più potenti e destri de’ Plantageneti. Il Parlamento inglese faceva le leggi per la Scozia. I giudici inglesi sedevano nei tribunali della Scozia. Anche quella inflessibile Chiesa, che erasi mantenuta a dispetto di tanti Governi, non osava far sentire un lamento.
LXIII. Tanta era stata, almeno in apparenza, l’armonia tra i guerrieri che avevano soggiogato la Irlanda e la Scozia, e gli uomini politici che sedevano in Westminster! ma l’alleanza ch’era stata cementata dal pericolo, fu sciolta dalla vittoria. Il Parlamento dimenticò di dovere la propria esistenza allo esercito. Lo esercito era meno disposto che mai a sottoporsi alla dittatura del Parlamento. Veramente, i pochi membri i quali formarono ciò che poscia venne chiamato la coda o la groppa (Rump) della Camera de’ Comuni, non avevano, più che i corpi militari, diritto ad essere stimati i rappresentanti della nazione. La contesa fu tosto condotta ad un esito decisivo. Cromwell empì la Camera d’uomini armati. Ne cacciarono giù dal seggio il presidente, vuotarono la sala, e ne chiusero le porte. La nazione che non amava nessuna delle due parti avverse, ma che, suo malgrado, era costretta a rispettare la capacità e la fermezza del generale, guardò quell’evento con pazienza, se non con compiacenza.
Il Re, la Camera de’ Lordi, e quella de’ Comuni, erano stati vinti e distrutti; e sembrava che Cromwell fosse rimasto unico erede di tutti e tre. Nondimeno, v’erano certe limitazioni impostegli tuttavia da quella stessa armata, cui egli andava debitore della sua immensa autorità. Quel corpo singolare di uomini era quasi interamente composto di repubblicani zelanti. Mentre rendevano schiava la patria, ingannavansi credendo di emanciparla. Il libro che essi maggiormente veneravano, forniva loro un esempio che ricorreva spesso sulle loro labbra. Era pur troppo vero che la nazione ingrata e stolta mormorava contro i propri liberatori. Similmente un’altra nazione eletta aveva mormorato contro il capo che la trasse, per duri e perigliosi sentieri, dalla schiavitù alla terra che era irrigata di latte e di miele. Nondimeno, quel gran capitano aveva liberati i fratelli, loro malgrado; nè aveva aborrito di dare terribili esempi di giustizia sopra coloro i quali avversavano la offerta libertà, e lamentavano le vivande, i padroni e le idolatrie dell’Egitto. Lo scopo de’ santocchi guerrieri i quali circondavano Cromwell, era quello di stabilire una libera e pia Repubblica. Per conseguire tale scopo, erano pronti ad appigliarsi, senza veruno scrupolo, a qualunque mezzo, comecchè violento ed illegittimo. E però non era impossibile stabilire col loro aiuto una monarchia assoluta di fatto; ma era probabile che essi avrebbero repentinamente tolto il loro sostegno a un uomo che, anche soggetto a rigorose restrizioni costituzionali, avesse osato assumere il nome e la dignità di Re.
I sentimenti di Cromwell erano molto diversi. Egli non era più ciò che era stato; nè sarebbe giusto considerare il cangiamento che avevano subito le sue idee, come il semplice effetto della sua ambizione egoistica. Quando entrò nel Lungo Parlamento, vi portò dal suo ritiro campestre poca conoscenza di libri, nessuna esperienza degli affari di Stato, ed un temperamento esacerbato dalla lunga tirannide del Governo e della gerarchia. Nei tredici anni susseguenti si era in modo non ordinario educato alle cose politiche. Era stato attore principale in una serie di rivoluzioni; era stato per lungo tempo l’anima, o almeno il capo di un partito. Aveva comandato eserciti, riportate vittorie, negoziato trattati, soggiogato, pacificato e riordinato Regni. Sarebbe stata cosa strana, in verità, se le sue nozioni fossero rimaste nella condizione in cui erano quando il suo spirito trovavasi principalmente occupato de’ suoi campi e della sua religione, e quando i grandi avvenimenti che variavano il corso della sua vita, erano una fiera di bestiame o una ragunanza religiosa in Huntingdon. Si accorse che certi disegni d’innovazione, per cui egli un tempo aveva mostrato zelo, buoni o cattivi in sè stessi, erano avversi al sentimento generale del paese; e che, se egli perseverava in tali disegni, non poteva altro aspettarsi che perpetue turbolenze, da domarsi solo con la spada. Egli quindi voleva ristaurare, in tutte le sue parti essenziali, quell’antica Costituzione, che il popolo aveva sempre amata, e che poi amaramente desiderava. La via calcata poscia da Monk, non era per anche aperta a Cromwell. La memoria di un solo terribile giorno divise per sempre il gran regicida dalla famiglia degli Stuardi. Il partito cui egli poteva appigliarsi, era soltanto quello di ascendere al trono d’Inghilterra, e regnare secondo l’antica politica inglese. Se gli fosse riuscito di far ciò, avrebbe potuto sperare che le ferite della lacerata patria si sarebbero presto rimarginate. Gran numero d’uomini onesti e tranquilli si sarebbero stretti intorno al suo seggio. Quei realisti che amavano più le istituzioni che la dinastia, l’ufficio di Re più che Carlo I e Carlo II, avrebbero tosto baciato la mano del re Oliviero. I Pari, che allora rimanevano cupi e solitari nel ritiro de’ loro castelli, e ricusavano di prender parte alla cosa pubblica, convocati al Parlamento dall’editto di un re assiso sul trono, avrebbero lietamente riassunte le loro antiche funzioni. Northumberland e Bedford, Manchester e Pembroke, sarebbero stati orgogliosi di portare la corona e gli sproni, lo scettro e il globo, innanzi al ristauratore dell’aristocrazia. Un sentimento di lealtà avrebbe gradatamente affezionato il popolo alla nuova dinastia; ed alla morte del fondatore di tal dinastia, la dignità regia sarebbe discesa con universale acquiescenza ai suoi posteri.
I più destri realisti pensavano che siffatte mire erano savie, e che se a Cromwell fosse stato concesso di seguire il proprio giudicio, l’esule dinastia non sarebbe mai più risalita sul trono d’Inghilterra. Ma il suo disegno era direttamente opposto al sentire della sola classe ch’egli non osava offendere. Il nome di re era odioso ai soldati. Parecchi di loro mal volentieri pativano che l’amministrazione dello Stato fosse nelle mani di un solo. La gran maggioranza, non pertanto, era disposta a sostenere il suo generale, come primo magistrato elettivo della Repubblica, contro tutte le fazioni che potessero per avventura avversare l’autorità di lui; ma non avrebbe consentito ch’egli assumesse il titolo regio, o che quella dignità, ch’era equo compenso del suo merito personale, fosse dichiarata ereditaria nella sua famiglia. Ciò che gli rimaneva a fare, era di dare alla nuova Repubblica una Costituzione, che somigliasse a quella della vecchia monarchia tanto quanto piacesse all’armata. Perchè non si dicesse ch’egli si fosse da sè elevato al nuovo potere, convocò un Consiglio, composto in parte d’individui sul sostegno de’ quali ei poteva riposare, in parte di altri de’ quali poteva di leggieri sfidare l’opposizione. Tale Assemblea, ch’egli chiamò Parlamento, e cui il popolaccio appose il nome di uno de’ suoi più cospicui membri, cioè Parlamento di Barebone, dopo di essersi per breve tempo fatta segno al pubblico scherno, depose nelle mani del generale i poteri ricevuti da lui, e gli lasciò piena libertà di foggiare a suo talento un sistema di governo.
LXIV. Il suo disegno, fin da principio, somigliava considerevolmente alla vecchia Costituzione inglese; ma in pochi anni egli credè opportuno spingersi più oltre, e ristaurare quasi ogni parte dell’antico sistema sotto nuovi nomi e nuove forme. Il titolo di re non fu ristabilito, ma le prerogative regie vennero affidate ad un alto protettore. Il sovrano fu chiamato non Sua Maestà, ma Sua Altezza; non fu coronato ed unto nell’Abbadia di Westminster, ma solamente intronizzato, decorato della spada dello Stato, vestito d’un manto purpureo, e gli fu fatto presente d’una ricca Bibbia nella Sala di Westminster. Il suo ufficio non fu dichiarato ereditario, ma gli fu concesso di nominare il suo successore; e nessuno dubitava ch’egli avrebbe nominato il proprio figlio.
Una Camera de’ Comuni era parte necessaria del nuovo sistema politico. Nel costituirla, il Protettore fece mostra d’una saviezza e d’uno spirito pubblico, che non furono pienamente apprezzati da’ suoi contemporanei. I vizi del vecchio sistema rappresentativo, comunque non fossero cotanto gravi come in appresso divennero, erano già stati notati dagli uomini di senno. Cromwell riformò quel sistema secondo gli stessi principii a norma de’ quali Pitt, centotrenta anni dopo, tentò di riformarlo, e a norma de’ quali è stato finalmente riformato ai tempi nostri. I piccoli borghi vennero privati della franchigia elettorale, anche molto più di quello che furono nel 1832: e il numero dei deputati delle contee fu grandemente accresciuto. Poche città che non erano rappresentate, avevano acquistata importanza. Di tali città, le più considerevoli erano Manchester, Leeds ed Halifax: a tutte e tre fu concessa la rappresentanza. I rappresentanti della capitale furono aumentati di numero. La franchigia elettiva fu riformata in guisa, che ogni uomo d’una certa considerazione, possidente o non possidente di terre libere, votava nella contea di sua residenza. Pochi scozzesi e pochi coloni inglesi stabiliti in Irlanda, furono chiamati all’Assemblea, che doveva esercitare le funzioni legislative in Westminster per tutto il reame.
Creare una Camera de’ Lordi era impresa meno facile. La democrazia non ha mestieri di prescrizione. La monarchia spesso è esistita senza siffatto sostegno. Ma l’ordine patrizio è l’opera del tempo. Oliviero trovò già esistente una nobiltà ricca, rispettata e popolare agli occhi de’ cittadini, quanto lo sia mai stata qualunque altra nobiltà. Se egli, come Re d’Inghilterra, avesse comandato ai Pari di accorrere al Parlamento, secondo le antiche costumanze del Regno, molti di loro avrebbero senza dubbio obbedito allo appello. Ciò non potè egli fare, ed invano offrì ai capi delle più illustri famiglie un posto nel suo nuovo Senato. Essi pensavano non potere accettare la nomina ad un’Assemblea improvvisata, senza rinunciare agli aviti diritti e tradire l’ordine loro. Il Protettore, quindi, si trovò nella necessità di riempire la Camera Alta di uomini nuovi, i quali, nelle ultime vicissitudini, s’erano resi cospicui. Fu questo il meno felice dei suoi disegni, e spiacque a tutti. La moltitudine, che sentiva venerazione ed affetto pei grandi nomi storici del paese, schernì una Camera di Lordi ove sedevano alcuni fortunati birrai e calzolai, alla quale pochi degli antichi Nobili furono invitati, e da cui tutti quei vecchi Nobili che vi furono invitati, volgevano sdegnosi le spalle.
Il modo in che furono costituiti i Parlamenti di Cromwell, nondimeno, era cosa di poco momento, poichè egli possedeva i mezzi di condurre l’amministrazione senza il loro sostegno, e a dispetto della loro opposizione. Pare che volesse governare costituzionalmente, e sostituire l’impero delle leggi a quello della spada. Ma si accorse tosto, ch’egli, odiato com’era dai realisti e dai presbiteriani, poteva trovare salvezza soltanto nell’assolutismo. La prima Camera de’ Comuni che il popolo elesse per comando di lui, ne mise in questione l’autorità, e fu disciolta senza avere compito un solo atto. La sua seconda Camera de’ Comuni, tuttochè lo riconoscesse come Protettore, e volentieri lo avrebbe fatto Re, si ostinò a non volere riconoscere i Lordi novellamente creati. Non rimanevagli altro da fare che sciogliere di nuovo il Parlamento. «Dio,» esclamò egli partendo, «sia giudice tra voi e me!»
Ciò non ostante, siffatte dissensioni non infiacchirono l’amministrazione del Protettore. Quei soldati che non gli avrebbero concesso di assumere il titolo di Re, lo sostenevano tutte le volte ch’egli tentava atti di potere, vigorosi quanto non ne tentò mai nessun altro re inglese. E però il Governo, quantunque in forma di Repubblica, era un vero dispotismo, temperato soltanto dalla saviezza, dalla sobrietà e dalla magnanimità del despota. Il paese fu partito in distretti militari, i quali vennero posti sotto il comando di Maggiori Generali. Qualunque tentativo d’insurrezione veniva prontamente represso e punito. La paura che ispirava il potere della spada impugnata da una mano così vigorosa, ferma ed esperta, domò lo spirito dei Cavalieri e de’ Livellatori. I leali gentiluomini dichiararono essere tuttavia pronti, come sempre, a rischiare le loro vite per l’antico Governo e l’antica dinastia, qualora vi fosse la più lieve speranza di riuscita; ma porsi alla testa de’ loro servi ed affittuarii e farsi incontro alle picche di legioni vincitrici in cento battaglie ed assedi, sarebbe stato lo stesso che fare lo inutile sacrificio di un sangue onorevole ed innocente. Realisti e repubblicani, non avendo più speranza nell’aperta resistenza, cominciarono a maturare neri disegni di assassinio; ma il Protettore vigilava, ed uscendo dalle mura del suo palazzo, le spade sguainate e le corazze delle sue fide guardie facevangli siepe per ogni lato.