IX. Nel 1661 seguì una elezione generale. Il popolo era frenetico d’entusiasmo verso il sovrano. La metropoli venne incitata a fare apparecchi per la più splendida incoronazione che si fosse mai veduta. Ne risultò un corpo di rappresentanti tale, quale non era mai stato in Inghilterra. Molti de’ candidati eletti erano uomini che avevano pugnato a favore della Corona e della Chiesa, e che avevano l’animo esasperato per le molte ingiurie e i molti insulti delle Teste-Rotonde. Quando i membri adunaronsi, le passioni onde ciascuno di loro era individualmente animato, acquistarono nuova forza per virtù della simpatia. La Camera de’ Comuni per alcuni anni fu più realista del Re stesso, più episcopale degli stessi vescovi. Carlo e Clarendon rimasero quasi atterriti della propria vittoria. Trovaronsi in condizioni non dissimili da quelle in cui Luigi XVIII e il Duca di Richelieu si videro allorquando, nel 1815, adunossi la Camera. Quando anche il Re avesse desiderato di adempiere le promesse date ai Presbiteriani, non lo avrebbe potuto fare. Veramente, gli fu mestieri di adoperare co’ più vigorosi sforzi tutta la sua influenza per impedire che i Cavalieri vittoriosi lacerassero l’atto d’indennità, e si vendicassero, senza misericordia, de’ torti sofferti.

X. I Comuni cominciarono dal decretare, che ciascun membro dovesse, sotto pena d’espulsione, prestare il giuramento secondo la forma prescritta dalla antica liturgia, e che l’atto di Convenzione dovesse essere bruciato per mano del boia nel cortile del palagio. Fecero un altro atto, in cui non solo riconoscevano il potere della spada appartenere al solo Re, ma dichiaravano che in nessun caso estremo, qualunque si fosse, le due Camere potevano giustamente resistere con la forza al sovrano. Ne aggiunsero un altro, che prescriveva ad ogni ufficiale di corporazione di giurare che la resistenza alla autorità del Re era sempre illegittima. Pochi cervelli caldi sforzaronsi di proporre una legge che annullasse in una sola volta tutti gli statuti fatti dal Lungo Parlamento, e richiamasse in vita la Camera Stellata e l’Alta Commissione; ma la Reazione, per quanto fosse violenta, non osò andare tanto oltre. Continuò ad esser valida la legge che ogni tre anni vi fosse un Parlamento; ma vennero revocate le clausule restrittive, le quali ordinavano che gli ufficiali, anche senza l’assenso regio, potevano, appena scorso il tempo prescritto, procedere alla elezione. I vescovi furono rimessi sui loro seggi nella Camera Alta. Il vecchio ordinamento politico della Chiesa, e la vecchia liturgia, furono ristabiliti, senza la minima modificazione che tendesse a conciliare i più moderati tra i Presbiteriani. Allora, per la prima volta, l’ordinazione episcopale fu dichiarata requisito essenziale alle dignità ecclesiastiche. Circa duemila ministri della religione, ai quali la coscienza non consentiva di conformarsi alle nuove leggi, furono, in un sol giorno, privati de’ loro beneficii. La parte dominante, esultando, rammentava ai danneggiati, che il Lungo Parlamento, nell’auge del suo potere, aveva cacciato via un maggior numero di teologi realisti. Il rimprovero era ben fondato; ma il Lungo Parlamento aveva, almeno, ai teologi spogliati de’ loro uffici concessa una provvisione bastevole a non lasciarli morire d’inedia; mentre i Cavalieri, con gli animi inveleniti da implacabile rancore, non avevano avuta la giustizia e la umanità di seguire il riferito esempio.

XI. Fecero poi alcuni statuti penali contro i non-conformisti; statuti, de’ quali potevano trovare esempi precedenti nella legislazione puritana, ma ai quali il Re non poteva dare il suo assenso senza rompere le promesse pubblicamente fatte, nella crisi più importante della sua vita, a coloro da cui dipendeva il suo destino. I Presbiteriani, colpiti di terrore e forte addolorati, corsero ai piedi del trono, allegando i loro recenti servigi, e la fede sovrana solennemente e ripetutamente data. Il Re ondeggiava. Non poteva rinnegare il suo proprio sigillo e la sua propria firma. Sentiva, pur troppo, d’essere debitore di molto ai chiedenti. Era poco avvezzo a resistere alle sollecitazioni importune. L’indole sua non era quella di un persecutore. Certo aborriva i Puritani; ma in lui lo aborrire era un languido sentimento, poco somiglievole all’odio energico che aveva infiammato il cuore di Laud. Parteggiava, inoltre, per la Religione Cattolica-Romana; e conosceva come fosse impossibile il concedere libertà di culto ai proseliti di quella religione, senza accordarla parimente ai dissenzienti protestanti. Tentò, quindi, debolmente di frenare lo zelo intollerante della Camera de’ Comuni; ma la Camera trovavasi sotto la influenza di profonde convinzioni, e di passioni assai più forti che non erano quelle del Re. Dopo una lieve lotta, egli cedette, ed approvò, facendo mostra d’alacrità, una serie di leggi odiose contro i separatisti. Fu dichiarato delitto lo intervenire in luogo dove si celebrasse il culto dei dissenzienti. Ciascun giudice di pace poteva giudicare senza giurati, e poteva condannare ad essere trasportato oltremare per sette anni chiunque fosse stato per la terza volta dichiarato reo. Con sottile crudeltà, venne provveduto che il reo non fosse trasportato nella Nuova Inghilterra, dove probabilmente avrebbe trovato amici che lo confortassero. Ritornando innanzi che fosse trascorso tutto il tempo del bando, soggiaceva alla pena capitale. Un nuovo ed irragionevolissimo giuramento venne imposto ai teologi che erano stati spogliati de’ loro beneficii per non essersi voluti conformare; e a tutti coloro che ricusavano di prestarlo, fu inibito di appressarsi di cinque miglia ad ogni città che fosse governata da una corporazione, o rappresentata in Parlamento, o dove essi avessero esercitato il sacro ministero. I magistrati che dovevano mandare ad esecuzione cotesti terribili statuti, erano generalmente uomini infiammati dallo spirito di parte, e dalla rimembranza dei danni che avevano sofferti al tempo della Repubblica. Le carceri furono quindi subitamente riempite di dissenzienti, tra i quali erano alcuni che con la virtù e coll’ingegno potevano onorare qualunque società cristiana.

XII. La Chiesa d’Inghilterra non si mostrò ingrata alla protezione largitale dal Governo. Fino dal primo giorno della sua esistenza aveva aderito alla Monarchia. Ma ne’ venti anni che seguirono l’epoca della Restaurazione, il suo zelo per l’autorità regia e pel diritto ereditario aveva travarcato ogni confine. Aveva partecipato alle sciagure della Casa degli Stuardi. Era stata ristaurata con essa; ed era con essa vincolata da interessi, amicizie ed inimicizie comuni. Sembrava impossibile che dovesse arrivare il giorno in cui i vincoli che la congiungevano ai figli del suo augusto martire, verrebbero infranti, e la lealtà della quale ella gloriavasi, non sarebbe più oltre un gradito e proficuo dovere. E però magnificava con frasi rimbombanti quella prerogativa che era sempre adoperata a difendere ed ingrandire la Chiesa, e riprovava comodamente la depravità di coloro i quali dalla oppressura, onde essa andava esente, erano stati incitati a ribellare. Il suo tema prediletto era la dottrina della non-resistenza; dottrina ch’essa predicava in modo assoluto, portandola fino a tutte le estreme conseguenze. I suoi discepoli non istancavansi mai di ripetere, che in nessun caso possibile,—nè anche se l’Inghilterra avesse la sciagura di sottostare a un Re come Busiride o Falaride, il quale, calpestando ogni legge, senza verun pretesto di giustizia, condannasse ogni giorno centinaia di vittime innocenti alla tortura e alla morte,—tutti gli Stati del Regno concordanti, sarebbero giustificati a resistere con la forza alla tirannide del principe. Avventuratamente, i principii della natura umana ci assicurano appieno che tali teorie rimarranno sempre teorie. Giunse il dì della prova; e quegli stessi uomini che avevano levata più alto la voce a predicare quella strana dottrina di lealtà, armaronsi, in quasi ogni Contea dell’Inghilterra, contro il trono.

Nuovamente in tutto il Regno le sostanze andavano cangiando padroni. Le vendite fatte dalla nazione, non essendo state confermate dal Parlamento, furono dai tribunali considerate come nulle. Il sovrano, i vescovi, i decani, i capitoli, i nobili e i gentiluomini realisti, riebbero i loro beni confiscati, e ne spogliarono perfino i compratori che ne avevano pagato il prezzo. Le perdite sostenute dai Cavalieri mentre predominavano i loro avversari, vennero così in parte riparate; ma solamente in parte. Ogni qualunque azione per ricuperare i frutti arretrati fu esclusa efficacemente dall’Amnistia generale; e i numerosi realisti i quali, onde soddisfare alle multe imposte dal Parlamento e comperare il favore delle potenti Teste-Rotonde, avevano vendute le loro terre per molto meno di quello che valevano, non furono liberati dalle conseguenze legali de’ loro propri atti.

XIII. Mentre tali cose avvenivano, era seguito un cangiamento assai più grave nella morale e ne’ costumi del popolo. Le passioni e i gusti che sotto il predominio de’ Puritani erano stati severamente repressi, e se per poco soddisfatti, lo erano stati di soppiatto, appena fu tolto lo impedimento, tornarono a rivivere con irrefrenabile violenza. Gli uomini correvano ai frivoli diporti ed ai piaceri criminosi con quella avidità che nasce dalla lunga astinenza. Poco ostacolo vi poneva la pubblica opinione; avvegnachè le genti, stomacate de’ piagnistei, e sospettose dei pretendenti a comparir santi, e soffrendo tuttavia della recente tirannide di governanti austeri nella vita e potenti nella preghiera, volgessero alcun tempo compiacenti gli sguardi a vizi più gaii e soavi. Minore era anche il freno che vi poneva il Governo. E davvero, non eravi eccesso al quale gli uomini non venissero incoraggiati dalla ostentata dissolutezza del Re, e de’ suoi fidi cortigiani. Pochi consiglieri di Carlo I, che più non erano giovani, serbavano la decorosa gravità che trenta anni innanzi era stata tanto in voga a Whitehall. Tali erano lo stesso Clarendon e gli amici suoi, Tommaso Wriothesley conte di Southampton Lord Tesoriere, e Giacomo Butler Duca di Ormond, il quale dopo di avere tra molte vicende valorosamente propugnata l’autorità del Re in Irlanda, governava quel Regno con l’ufficio di Lord Luogotenente. Ma, nè la memoria de’ servigii di cotesti uomini, nè il potere grande che avevano nello Stato, poterono proteggerli dai sarcasmi che il vizio di moda ama di scagliare contro la virtù fuori d’uso. La lode di gentilezza e vivacità mal poteva conseguirsi senza violare in qualche guisa il decoro. Uomini di grande e pieghevole ingegno affaccendavansi a spandere il contagio. La filosofia morale aveva di recente presa una forma atta a piacere ad una generazione egualmente devota alla monarchia ed al vizio. Tommaso Hobbes, con un linguaggio più preciso e lucido di quello che fosse stato mai adoperato da qualunque altro scrittore metafisico, sosteneva: la volontà del principe essere la regola del diritto e del torto, ed ogni suddito doversi tener pronto a professare, secondo che piacesse al principe, il Papismo, l’Islamismo o il Paganesimo. Migliaia d’uomini, inetti a conoscere ciò che nelle metafisiche speculazioni di lui fosse degno di stima, facilmente dettero il ben venuto ad una teoria, la quale, esaltando la dignità regia, rallentava i doveri morali, e abbassava la religione al grado di pretta faccenda di Stato, L’Hobbismo divenne tosto parte quasi essenziale del carattere d’un perfetto gentiluomo. Ogni specie di amena letteratura s’imbevve profondamente della prevalente licenza. La poesia si arruffianò ad ogni più basso desio. Il dileggio, invece di fare arrossire la colpa e l’errore, scagliò i suoi formidabili strali contro la verità e l’innocenza. La Chiesa dello Stato lottava, a dir vero, contro la prevalente immoralità, ma lottava debolmente e non di tutto cuore. Era necessario al decoro del proprio carattere, ch’ella ammonisse i suoi figli traviati; ma dava le sue ammonizioni con una tal quale negligenza o svogliatezza. La sua attenzione era rivolta altrove. In cima a tutti i suoi pensieri stava quello di esterminare i Puritani, ed insegnare ai suoi discepoli di dare a Cesare ciò che era di Cesare. Era stata spogliata ed oppressa da quello stesso partito che predicava la più austera morale. Aveva riacquistato opulenza ed onori, mercè i libertini. Per quanto poco disposti fossero gli uomini dell’allegria e della moda a conformarsi ai precetti di lei, erano tuttavia pronti a combattere fino all’ultimo sangue per le cattedrali e i palagi, per ogni rigo delle rubriche, per ogni lembo della veste della Chiesa. Se il dissoluto Cavaliere andava gavazzando su per i bordelli e le bische, tenevasi almeno lungi da’ conventicoli. Se non parlava giammai senza profferire oscene parole o bestemmie, ne aveva fatta ammenda con la prontezza onde gettò in prigione Baxter e Howe, rei di avere predicato e pregato. In tal guisa il clero, un tempo, fece guerra allo scisma con tanto accanimento, che aveva poco agio di pensare a far guerra al vizio. Le oscene parole di Etherege e di Wicherley vennero, al cospetto e con la speciale sanzione del capo della Chiesa, pubblicamente recitate da labbra femminili ad orecchie femminili, mentre lo autore del Viaggio del Pellegrino languiva sepolto in carcere per colpa di insegnare lo evangelio ai poveri. Egli è un fatto indubitabile, non che mirabilmente istruttivo, che gli anni in cui la potenza politica della gerarchia anglicana trovavasi nel suo più alto grado, furono precisamente gli anni in cui le virtù pubbliche erano cadute in fondo alla maggiore degradazione.

XIV. Non v’era classe o professione che rimanesse libera dal contagio dell’immoralità prevalente; ma gli uomini politici erano forse la parte più corrotta del sociale consorzio, come quelli che erano esposti non solo alla nociva influenza che infermava la nazione, ma a una specie peculiare e più malefica di corruzione. Erano stati educati fra mezzo a spesse e violente rivoluzioni e contro-rivoluzioni. Nel corso di pochi anni avevano veduto l’ordinamento ecclesiastico del loro paese più volte cangiarsi. Avevano veduta la Chiesa Episcopale perseguitare i Puritani, la Chiesa Puritana perseguitare gli Episcopali, e la prima affliggere di nuove persecuzioni la seconda. Avevano veduta la monarchia ereditaria abolita e ristaurata; il Lungo Parlamento avere avuta tre volte la supremazia nello Stato, ed essere stato tre volte disciolto fra gli scherni e le maledizioni di milioni d’uomini; una nuova dinastia rapidamente conseguire l’altezza del potere e della gloria, e quindi in un baleno senza lotta cadere giù dal trono; un nuovo sistema rappresentativo formato, messo alla prova e abbandonato; una nuova Camera di Lordi creata, e dispersa; grandi masse di beni passati dalle mani de’ Cavalieri in quelle delle Teste-Rotonde, e dalle mani di queste nuovamente in quelle dei primi. Fra cotante vicissitudini, nessuno poteva con suo profitto professare la politica, ove non si tenesse parato a mutare ad ogni mutamento di fortuna. Solo tenendosi da parte, l’uomo poteva lungo tempo mantenersi o costante realista, o repubblicano costante. Chiunque, in un’età come quella, aspira a conseguire la grandezza civile, è uopo che deponga ogni pensiero di serbarsi immutabile. Invece di far mostra d’immutabilità fra mezzo alle continue mutazioni, deve star sempre vigilante ad osservare i segni della reazione che si approssima; deve cogliere il preciso momento per abbandonare una causa che sta per cadere. Avendo seguito a tutta oltranza una fazione mentre ella trovavasi preponderante, ei deve sollecitamente disimpacciarsene appena le difficoltà principiano; deve aggredirla, perseguitarla, gettarsi in un nuovo cammino, onde pervenire al potere ed alla prosperità, insieme co’ suoi nuovi consorti. La nuova situazione naturalmente sviluppa in lui fino ad altissimo grado doti e vizi peculiari. Diventa acuto e pronto nell’osservare, e fecondo nel trovare espedienti. Afferra senza sforzo il contegno di ogni setta o partito, a cui gli accade di associarsi. Discerne i segni de’ tempi con tale sagacia, che alla moltitudine sembra miracolosa; sagacia simile a quella con che un vecchio ufficiale di polizia tiene dietro ai più lievi vestigi del delitto, o con che un guerriero di Mohawk siegue la traccia altrui a traverso le foreste. Ma rade volte può trovarsi in un uomo siffattamente educato, integrità, costanza, o alcuna altra delle virtù figlie del vero. Non ha fede in nessun principio, nè zelo per alcuna causa. Ha veduto tante vecchie istituzioni andare in rovina, che non sente nessuna riverenza per la prescrizione. Ha veduto tante istituzioni nuove, dallo quali aspettavansi grandi cose, non produrre se non se disinganno, ch’egli non ha speranza di miglioramento. Irride egualmente e a coloro che vogliono conservare, e a coloro che agognano a riformare. Non vi ha cosa nello Stato ch’egli, senza scrupolo o rossore, non sia capace di difendere o distruggere. La fedeltà alle opinioni ed agli amici gli sembra pretta stupidezza, o falsità di giudizio. Considera la politica non come una scienza che deve mirare a rendere gli uomini felici, ma come un appetitoso giuoco di sorte e di destrezza, nel quale un giuocatore fortunato può vincere una baronia, un ducato e forse un Regno, mentre una mossa imprudente può produrre la perdita della roba e della vita. L’ambizione, che in tempi buoni ed in animi onesti è una mezza virtù, in lui, disgiunta da ogni nobile e filantropico sentimento, diventa una cupidità egoistica, turpe quasi al pari dell’avarizia. Fra quegli uomini politici, i quali, dalla Ristaurazione allo avvenimento della Casa di Hannover, erano a capo dei grandi partiti nello Stato, pochi sono coloro la cui fama non sia macchiata da ciò che nei tempi nostri si chiama grossolana perfidia e corruzione. Non sarebbe quasi esagerato lo affermare, che i più immorali uomini pubblici che a nostra memoria abbiano avuto in mano le pubbliche faccende, paragonati ai politici dell’ultima metà del secolo decimosettimo, ci paiono degni della lode di scrupolosi e disinteressati.

XV. Mentre accadevano in Inghilterra coteste mutazioni politiche, religiose e morali, l’autorità regia era stata senza difficoltà ristabilita in ogni parte delle Isole Britanniche. In Iscozia, la restaurazione degli Stuardi era stata salutata con gioia, come quella che restaurava la indipendenza nazionale. Ed era pur vero che il giogo imposto da Cromwell era stato apparentemente scosso, che gli Stati di nuovo s’erano adunati nella loro antica sala in Edimburgo, e che i Senatori del Collegio di Giustizia ministravano di nuovo le leggi scozzesi secondo le antiche forme. Nondimeno, la indipendenza di quel piccolo Regno era necessariamente più nominale che reale; imperciocchè, fino a tanto che il Re aveva l’Inghilterra favorevole, ei non poteva nulla temere dalla disaffezione de’ suoi altri dominii. Adesso trovavasi in condizioni tali, da ritentare ciò che era riuscito fatale al padre suo, senza paventarne la miseranda fine. Carlo I erasi provato ad imporre a forza, di propria autorità, la propria religione agli Scozzesi, nel punto istesso in cui la religione sua e la sua reale autorità non erano popolari in Inghilterra; e non solo non v’era riuscito, ma aveva suscitate turbolenze che gli costarono la Corona e la vita. I tempi ora procedevano mutati; la Inghilterra era zelante della monarchia e della prelatura; e però il disegno, che nella precedente generazione era stato imprudente all’estremo, poteva ritentarsi con poco rischio pel trono. Il Governo determinò di istituire una chiesa episcopale in Iscozia. Il disegno venne riprovato da ogni assennato e rispettabile scozzese. Parecchi uomini di Stato in Iscozia, zelanti della regia prerogativa, avevano ricevuto educazione presbiteriana. Comecchè poco turbati da scrupoli, amavano la religione della loro infanzia; e bene conoscevano quanto profonde avesse le radici ne’ cuori de’ loro concittadini. Protestarono vigorosamente; ma trovando inutili le proteste, non ebbero la virtù necessaria a perseverare in una opposizione che avrebbe offeso il loro signore, ed alcuni di loro piegaronsi alla ribalderia ed alla viltà di perseguitare quella che in coscienza credevano essere la forma più pura del cristianesimo. Il Parlamento scozzese era costituito in guisa da non avere mai fatto seria opposizione a principi assai più deboli di Carlo. L’episcopato, adunque, venne stabilito con una legge. In quanto alla forma del culto, fu lasciata non poca libertà al discernimento del clero. In talune chiese usavasi la liturgia inglese; in altre i ministri sceglievano, fra mezzo a quella liturgia, le preci e i rendimenti di grazie formulati in modo, da offendere meno il sentire del popolo. Ma in generale, la dossologia cantavasi alla fine delle sacre funzioni, e nel ministrare il battesimo recitavano il Credo degli Apostoli. La maggior parte della popolazione scozzese detestava la nuova Chiesa e come superstiziosa e come straniera; e perchè era deturpata dalle corruzioni di Roma, e perchè era segno della predominanza dell’Inghilterra. Nonostante, non vi fu insurrezione generale. Il paese non era più quel ch’era stato ventidue anni innanzi. Guerre disastrose e giogo straniero avevano prostrato lo spirito del popolo. L’aristocrazia, ch’era tenuta in grande onore dalle classi medie e dalla plebaglia, erasi posta a capo del movimento contro Carlo I; ma mostravasi poscia ossequiosa a Carlo II. Ormai nessuno aiuto era a sperarsi da parte de’ Puritani inglesi; perocchè erano un partito debole, proscritto e dalla legge e dalla opinione pubblica. La massa della nazione scozzese, quindi, si sottomise tristamente, e con grandi timori di coscienza attendeva al servizio del clero episcopale, o de’ ministri presbiteriani che avevano acconsentito ad accettare dal Governo una semi-tolleranza, conosciuta sotto il nome d’Indulgenza. Ma eranvi, massime nelle pianure occidentali, molti uomini fieri e ardimentosi, i quali credevano fermamente che l’obbligo di osservare la Convenzione fosse superiore a quello d’obbedire al magistrato. Costoro, in onta alla legge, continuavano a congregarsi onde adorare Dio secondo la loro credenza. Consideravano la Indulgenza, non come una riparazione parziale de’ torti inflitti dai magistrati alla Chiesa, ma come un nuovo torto; il quale, per essere mascherato con l’apparenza d’un beneficio, pareva loro maggiormente odioso. La persecuzione, dicevano essi, può solo uccidere il corpo; ma l’aborrita Indulgenza torna fatale all’anima. Cacciati via dalle città, adunavansi su per i luoghi deserti e le montagne. Aggrediti dal potere civile, respingevano senza scrupolo la forza con la forza. Ad ogni conventicolo presentavansi armati. Spesso trascorrevano ad aperta ribellione. Venivano agevolmente sconfitti, e puniti senza misericordia; ma nè sconfitte nè pene potevano domare lo spirito loro. Inseguiti a guisa di belve, torturati fino ad avere le ossa slocate e dirotte, imprigionati, impiccati a centinaia, ora esposti alla licenza de’ soldati inglesi, ora abbandonati alla mercè dei masnadieri delle montagne, tenevansi sempre sulle difese con un contegno così feroce, che il più ardito e potente oppressore non poteva non impaurire innanzi all’audacia della loro disperazione.

XVI. Erano tali, durante il regno di Carlo II, le condizioni della Scozia. Quelle della Irlanda non erano meno triste. In quell’isola esistevano contese, in paragone delle quali le più calde animosità dei politici inglesi erano tiepide. L’inimicizia tra i Cavalieri e le Teste-Rotonde d’Irlanda fu quasi dimenticata quando riarse più feroce il conflitto tra la razza inglese e la celtica. La distanza tra gli Episcopali e i Presbiteriani sembrava svanire in paragone di quella che li separava entrambi dai Papisti. Negli ultimi civili perturbamenti, mezzo il suolo irlandese dalle mani de’ vinti era passato in quelle de’ vincitori. Pochi de’ vecchi o dei nuovi occupanti meritavano il favore della Corona. Gli spogliatori e gli spogliati erano, in massima parte, stati egualmente ribelli. Il Governo divenne tosto perplesso, e stanco de’ reclami e delle scambievoli accuse delle due inferocite fazioni. Quei coloni, ai quali Cromwell aveva distribuito il territorio conquistato, e i discendenti de’ quali chiamavansi tuttavia Cromwelliani, allegavano che gli abitanti aborigeni erano nemici mortali della nazione inglese sotto qualsifosse dinastia, e della religione protestante sotto qualunque forma. Descrivevano ed esageravano le atrocità commesse nella insurrezione di Ulster; incitavano il Re a seguitare risolutamente la politica del Protettore; non avevano vergogna d’affermare come non ci fosse da sperare mai pace in Irlanda, finchè non venisse onninamente estirpata la vecchia razza irlandese. I Cattolici Romani scusavansi come meglio potevano, e lamentavano con tristi parole la severità delle loro pene; che, a dir vero, non erano miti. Scongiuravano Carlo di non confondere lo innocente col colpevole, e gli rammentavano che molti de’ colpevoli avevano espiato i loro falli ritornando alla obbedienza del loro sovrano, e difendendo i diritti di lui contro gli assassini del suo genitore. La Corte, nauseata dallo importunare di due partiti, nessuno de’ quali essa aveva cagione di amare, in fine volle liberarsi d’ogni disturbo dettando un atto di concordia. Quel sistema crudele, ma compito ed energico, che Oliviero erasi proposto onde rendere affatto inglese quell’isola, venne abbandonato. I Cromwelliani furono indotti a rendere un terzo dei loro beni; i quali vennero capricciosamente distribuiti fra quei pretendenti che il Governo volle favorire. Ma moltissimi che protestavano d’essere innocenti di slealtà, e parecchi altri che menavano singolar vanto della lealtà loro, non ottennero nè restituzione nè compensazione, ed empirono la Francia e la Spagna di gridi contro la ingiustizia e la ingratitudine della Casa degli Stuardi.

XVII. Intanto il Governo aveva, anche in Inghilterra, perduta la sua popolarità. I realisti avevano cominciato a contendere con la Corte e fra loro stessi; e la parte vinta, calpesta, e, come pareva, annientata, ma che serbava tuttavia un vigoroso principio di vita, alzò nuovamente il capo, e rinnovò la interminabile guerra.