Quando anche l’amministrazione avesse proceduto scevra di falli, l’entusiasmo con che il popolo aveva salutato il ritorno del Re e la fine della tirannide militare, non avrebbe potuto durare; avvegnachè sia legge di natura, che a tali repentini eccitamenti tenga dietro la calma. Il modo onde la Corte abusò della propria vittoria, affrettò e rese compiuta cotesta calma. Ogni uomo moderato mal pativa la insolenza, la crudeltà, la perfidia, con che venivano trattati i non-conformisti. Le leggi penali avevano efficacemente purgata la parte oppressa di quegli individui poco sinceri, i vizi de’ quali le scemavano la reputazione; e l’avevano resa di nuovo una società di onesti uomini e pii. Il Puritano vincitore, governante, persecutore, sequestratore, era stato aborrito, tradito, bistrattato, abbandonato da’ temporeggiatori che ne’ giorni prosperi gli avevano giurata fratellanza, cacciato via dal proprio tetto, interdetto sotto pene severe a pregare o ricevere i sacramenti secondo la propria coscienza; e, non ostante, sempre fermo nel proposito di obbedire a Dio meglio che all’uomo, era, in onta a certe spiacevoli rimembranze, obietto di pietà e riverenza a tutte le menti diritte. Cotesti sentimenti divennero più forti allorchè corse la voce che la Corte non intendeva trattare i Papisti col medesimo rigore con che aveva trattati i Presbiteriani. Nacque in cuore di molti il sospetto che il Re e il Duca non fossero protestanti sinceri. Molti, oltre a ciò, che non avevano potuto soffrire l’austerità ed ipocrisia de’ Farisei della Repubblica, cominciarono a sentire maggiore disgusto della impudente corruttela della Corte e de’ Cavalieri, e inclinavano a dubitare che l’austera rigorosità di Laudaddio Barebone non fosse da preferirsi all’oltraggiosa profanazione e licenza dei Buckingham e dei Sedley. Anche quegli uomini immorali che non erano estranei al sentimento e allo spirito pubblico, querelavansi vedendo il Governo trattare le cose più gravi come pretti trastulli, e considerare le cose da nulla come cose gravi. Poteva ad un Re perdonarsi ch’ei si svagasse col vino, col brio, con le donne; ma era intollerabile ch’egli si perdesse oziando e immerso ne’ piaceri, che le più gravi faccende dello Stato fossero trascurate, e che gli ufficiali pubblici morissero di fame, mentre devastavansi le finanze onde arricchire meretrici e parassiti.

Gran numero di realisti facevano eco a tali querimonie, ed aggiungevano molte pungenti considerazioni intorno la ingratitudine del Re. Veramente, le intere sue entrate non sarebbero bastate a rimunerarli secondo ch’essi credevano di meritare. Perocchè, ad ogni impoverito gentiluomo che aveva combattuto sotto Rupert o Derby, i propri servigi parevano eminentemente meritorii, e i propri danni eminentemente duri. Ciascuno aveva sperato, sia che si fosse degli altri, ch’ei verrebbe con larghezza ricompensato di tutte le perdite sostenute nelle lotte civili, e che la restaurazione della monarchia avrebbe restaurato i suoi beni dilapidati. Nessuno di questi speranzosi potè frenare lo sdegno, allorquando trovossi così povero sotto il Re, come era stato sotto il Parlamento repubblicano o sotto il Protettore. La negligenza e la stravaganza della Corte svegliò la collera di cotesti leali veterani. Dicevano giustamente, che mezzi i tesori che il Re profondeva a beneficio delle concubine e de’ buffoni, potevano racconsolare i cuori di centinaia de’ vecchi Cavalieri, i quali dopo d’avere abbattuti i boschi e fuse le argenterie loro onde soccorrere il padre suo, adesso erravano intorno in povero arnese, e non sapevano dove rivolgersi per un tozzo di pane.

Nel tempo stesso, le rendite improvvisamente ribassarono. La entrata d’ogni possidente di terre scemò di cinque scellini per ogni lira sterlina. In ogni Contea del Regno levossi il grido della miseria agricola; di che, secondo il costume, fu chiamato in colpa il Governo. I gentiluomini, costretti a diminuire le loro spese, vedevano con isdegno il crescente splendore e la profusione di Whitehall, e fermamente credevano che la pecunia la quale doveva servire al sostegno delle loro famiglie, era passata, in modo inesplicabile, ai favoriti del Re.

Tutti gli animi, quindi, divennero esacerbati in guisa, che ogni atto pubblico eccitava il malcontento. Carlo aveva sposata Caterina principessa di Portogallo. Tale matrimonio generalmente dispiacque; e le mormorazioni divennero più forti allorchè si conobbe che il Re non aveva speranza di discendenti legittimi. Dunkerque, tolta alla Spagna da Oliviero, fu venduta a Luigi XIV Re di Francia. Ciò riaccese lo sdegno in cuore di tutti gl’Inglesi, i quali cominciavano ad osservare con inquietudine il progresso della potenza francese, e a sentire per la Casa de’ Borboni ciò che gli avi loro avevano sentito per la Casa d’Austria. Domandavano se fosse cosa savia in tempo siffatto aggiungere forza ad una Monarchia troppo formidabile. Dunkerque, inoltre, veniva considerata dal popolo, non solamente come piazza d’armi e chiave de’ Paesi Bassi, ma anche come trofeo del valore inglese. Essa era per i sudditi di Carlo ciò che Calais era stata pei loro antenati, e ciò che la rocca di Gibilterra, difesa con tanto valore, in tempi pieni di disastri e pericoli, contro le flotte e le armate di una potente coalizione, è per noi stessi. La economia sarebbe stata una valida scusa, se l’avesse allegata un Governo economo. Ma sapevano tutti che le spese necessarie a mantenere Dunkerque erano frivole, di fronte alle somme che nella Corte dissipavansi in vizi e follie. E’ pareva cosa da non potersi patire, che un sovrano smisuratamente prodigo in tutto ciò che spettava ai propri piaceri, dovesse mostrarsi avaro in tutto ciò che spettava alla sicurezza ed all’onore dello Stato.

Il pubblico malcontento si fece maggiore allorquando si conobbe che, mentre Dunkerque erasi abbandonata sotto pretesto d’economia, la fortezza di Tangeri, la quale era parte della dote della Regina Caterina, fu riparata ed armata con enormi spese. Tangeri non racchiudeva memorie gradite all’orgoglio nazionale; non poteva in nessun modo promuovere gl’interessi della nazione; avvolgeva il paese in una guerra ingloriosa, non proficua e interminabile, con le semiselvagge tribù de’ Mussulmani; ed era posta in un clima grandemente nocivo alla sanità ed al vigore della razza inglese.

XVIII. Ma le mormorazioni provocate da cotesti falli erano deboli, in agguaglio de’ clamori che scoppiarono appena il Governo ebbe dichiarata la guerra alle Provincie Unite. La Camera de’ Comuni sollecitamente votò somme di danaro senza esempio nella nostra storia, somme superiori a quelle che erano bastate a mantenere le flotte e le armate di Cromwell nel tempo in cui il suo potere faceva tremare tutto il mondo. Ma fu tanta la stravaganza, la disonestà, la incapacità de’ suoi successori, che siffatta liberalità riuscì peggio che inutile. Gli adulatori di Corte, inetti a contendere contro i grandi uomini che allora comandavano le armi olandesi, contro un uomo di Stato come De Witt, e contro un capitano come De Ruytor, impinguaronsi con subiti guadagni; mentre i marinai ammutinavansi per fame, gli arsenali rimanevano senza guardie, e le navi erano sdrucite e prive di arnesi. In fine, fu risoluto di abbandonare ogni pensiero di guerra offensiva; ma subito fu a tutti manifesto, che anche una guerra difensiva era soma troppo grave per il Governo. La flotta olandese si spinse su pel Tamigi, ed incendiò le navi da guerra che stavano ancorate a Chatham. Si sparse la voce che in quello stesso giorno in cui l’onore inglese rimase umiliato, il Re gozzovigliava con le femmine del suo serraglio, e svagavasi dando la caccia ad una farfalla dentro la sala da cena. Allora e’ fu che tarda giustizia venne resa alla memoria d’Oliviero. In ogni dove magnificavasi il valore, lo ingegno, l’amor patrio di lui. In ogni dove rammentavasi come, lui governante, tutti i potentati stranieri tremassero al nome della Inghilterra; come gli Stati Generali, adesso così altieri, gli si fossero rispettosamente inchinati: ed appena si conobbe ch’ei più non era, la città d’Amsterdam venisse tutta illuminata quasi in segno di liberazione, e i fanciulli corressero attorno i canali gridando con gioia che il Diavolo era morto. Anche i realisti esclamavano che lo Stato non poteva salvarsi, se non chiamando sotto le armi i vecchi soldati della Repubblica. Tosto la metropoli cominciò a provare le miserie dell’assedio. Mancavano i combustibili. Il forte di Tilbury, luogo d’onde Elisabetta aveva scherniti gli oltraggi di Parma e di Spagna, venne insultato dagl’invasori. I cittadini di Londra, per la prima ed ultima volta, udirono il rimbombo de’ cannoni forestieri. Venne proposto in Consiglio di abbandonare la Torre, qualora il nemico si spingesse innanzi. Grosse torme di popolo accalcavano nelle strade gridando che l’Inghilterra era venduta. Le case e i cocchi de’ Ministri furono aggrediti dalla plebaglia; e il Governo temeva di dovere combattere a un tempo la invasione e la insurrezione. Vero è che lo estremo pericolo durò poco. Venne concluso un trattato assai diverso da quelli ai quali Oliviero aveva costume di apporre la firma; e la nazione riebbe la pace, ma il suo contegno fu poco meno minaccioso e tristo di quello che aveva mostrato nei giorni della imposta per mantenere la flotta.

I mali umori generati dalla pessima amministrazione, furono accresciuti da calamità che la migliore amministrazione non avrebbe potuto scansare. Mentre inferociva la guerra ignominiosa con la Olanda, Londra patì due disastri gravi che, in tempo si breve, non afflissero mai tanto città nessuna. Una pestilenza, assai più orribile di qualunque altra nello spazio di tre secoli avesse visitata l’isola, mietè in sei mesi centomila e più creature umane; ed appena i carri mortuari avevano cessato di andare attorno, quando un incendio, quale non s’era mai veduto in Europa dopo il bruciamento di Roma sotto Nerone, ridusse in rovine la città tutta quanta, dalla Torre fino al Tempio, e dal fiume sino a Smithfield.

XIX. Se, mentre la nazione travagliavasi fra tante sciagure e tante umiliazioni, vi fosse stata una elezione generale, le Teste-Rotonde avrebbero probabilmente riacquistata la preponderanza nello Stato. Ma il Parlamento era tuttavia popolato di Cavalieri, eletti nello entusiasmo della lealtà che aveva seguita la Restaurazione. Nondimeno, tosto fu noto a tutti che nessuna Legislatura Inglese, leale quanto si volesse, si terrebbe paga d’essere ciò che la Legislatura era stata sotto i Tudors. Dalla morte d’Elisabetta fino alla vigilia della guerra civile, i Puritani che predominavano nel corpo rappresentativo, avevano sempre più, destramente adoperando il potere della borsa, usurpato nel campo del Potere Esecutivo. I gentiluomini, i quali, dopo la Restaurazione, sedevano nella Camera Bassa, comecchè abborrissero il nome de’ Puritani, erano lieti di avere raccolti i frutti della politica puritana. Certo, desideravano molto di valersi del potere che esercitavano nello Stato, onde rendere il Re potente e rispettato dentro il Regno e fuori: ma erano determinati a non lasciarsi privare di tale potere. La grande rivoluzione inglese del secolo decimosettimo, val quanto dire il trapasso del supremo sindacato dell’amministrazione esecutiva dalla Corona alla Camera de’ Comuni, procedette, durante la lunga esistenza di quel Parlamento, con rapidità e fermezza. Carlo, impoverito da’ suoi vizi e dalle sue follie, aveva mestieri di danari, e non poteva procacciarsene se non per concessione de’ Comuni; ai quali non poteva impedirsi di porre a prezzo le loro concessioni. Il prezzo che vi posero fu questo, che venisse loro conceduto d’immischiarsi in ciascuna delle prerogative del Re; di forzarlo ad approvare le leggi che a lui spiacessero; licenziare Ministeri; dettare la condotta da tenersi nella politica estera, ed anche dirigere l’amministrazione della guerra. All’ufficio ed alla persona del Re professavansi altamente affettuosi e devoti. Ma ricusavano di obbedire a Clarendon, e gli si scagliarono contro, con furore pari a quello con che i loro predecessori avevano tempestato Strafford.

XX. Le virtù e i vizi di quel Ministro cooperarono alla sua ruina. Era il capo apparente dell’amministrazione, e quindi veniva considerato mallevadore anche di quegli atti ai quali fortemente, ma invano, erasi opposto in Consiglio. I Puritani, e tutti coloro che ne sentivano pietà, lo reputavano qual bacchettone implacabile, un secondo Laud, fornito di maggiore intelligenza. Aveva sempre sostenuto che l’Atto d’Indennità dovesse rigorosamente osservarsi; ed in ciò la sua condotta, quantunque fosse per lui singolarmente onorevole, lo rese odioso a tutti quei realisti, i quali bramavano di rifarsi delle perdite sostenute nelle sostanze, citando le Teste-Rotonde a pagare i danni. I Presbiteriani di Scozia gli attribuivano la caduta della loro Chiesa. I Papisti d’Irlanda lo addebitavano della perdita delle loro terre. Come padre della Duchessa di York, aveva cagione a desiderare che la Regina fosse sterile; e però cadde in sospetto di avere proposta al Re una sposa che non poteva dargli prole. La vendita di Dunkerque venne a lui giustamente ascritta. Con meno giustizia gli chiedevano ragione della guerra con la Olanda. La sua indole accensibile, l’arrogante contegno, la impudente avidità di ricchezze, la ostentazione con che le profondeva, la sua pinacoteca piena dei capolavori di Vandyke che un tempo avevano adornate le sale degli impoveriti Cavalieri, il suo palagio che spiegava una lunga e magnifica facciata di contro alla reggia di più umile aspetto, gli provocarono contro molte meritate e non meritate censure. Quando la flotta olandese era nelle acque del Tamigi, la rabbia del popolaccio si scagliò precipuamente contro il Cancelliere. Gli ruppero le finestre, gli devastarono il giardino, e inalzarono una forca dinanzi alla sua casa. Ma in nessun luogo era tanto detestato, quanto nella Camera de’ Comuni. Non vedeva come celeremente si approssimasse il tempo in cui la Camera, seguitando ad esistere, diventerebbe il potere supremo nello Stato; il governarla sarebbe la parte più importante della politica; e senza l’aiuto di uomini che padroneggiassero le orecchie di cotesta Camera, sarebbe impossibile tirare innanzi il Governo. Ei persisteva ostinatamente a considerare il Parlamento come un corpo in nulla diverso da quello che esisteva quaranta anni innanzi, allorchè egli si pose a studiare Diritto nel Tempio. Non intendeva a privare la legislatura de’ poteri ad essa inerenti secondo l’antica Costituzione del Regno; ma il nuovo esplicamento di cosiffatti poteri, quantunque fosse naturale, inevitabile, e da non potersi fermare se non se distruggendoli affatto, spiacevagli e lo metteva in paura. Niuna cosa lo avrebbe indotto ad apporre il gran sigillo a un decreto fatto ad esigere la imposizione per le navi, o votare in Consiglio di chiudere dentro la Torre un membro del Parlamento, reo di avere liberamente favellato in una discussione: ma quando la Camera de’ Comuni cominciò a voler sapere in che modo il denaro votato per la guerra era stato speso, e togliere ad esame la pessima amministrazione della flotta, egli arse di sdegno. Tale esame, secondo lui, era fuori delle attribuzioni della Camera. Ammetteva che essa era una Assemblea lealissima, che aveva resi buoni servigi alla Corona, e che le sue intenzioni erano ottime; ma, tanto in pubblico quanto in privato, ei coglieva ogni destro per manifestare la propria inquietudine nel vedere gentiluomini così affettuosi della Monarchia, invadere sconsigliatamente le prerogative del Monarca. Diceva che, comunque lo spirito loro differisse grandemente da quello de’ membri del Lungo Parlamento, nulladimeno gli imitavano mestando in cose che stavano oltre la sfera degli Stati del reame, ed erano soggette all’autorità sola della Corona. Affermava che il paese non sarebbe mai governato convenevolmente, finchè i rappresentanti delle Contee e de’ borghi non fossero paghi di essere ciò che i loro predecessori erano stati nei tempi di Elisabetta. Respinse sdegnosamente, come indigesti progetti, incompatibili con l’antica politica inglese, tutti que’ disegni che uomini assai più di lui conoscitori de’ sociali bisogni proponevano a fine di mantenere la buona intelligenza tra la Corte e i Comuni. Il suo contegno verso gli oratori giovani che andavano acquistando reputazione ed autorità nella Camera Bassa, era sgraziato: gli riuscì di renderseli, forse senza eccettuarne nè anche un solo, mortali nemici. A vero dire, uno de’ suoi falli più gravi fu lo stemperato dispregio ch’egli affettava per la gioventù; dispregio tanto meno giustificabile, in quanto la esperienza che aveva nella politica inglese non era affatto proporzionata alla età sua. Imperciocchè era vissuto tanti anni lungi dalla patria, ch’ei conosceva la società fra mezzo alla quale trovossi appena ritornato, meno di quanto la conoscessero molti uomini che avrebbero potuto essergli figli.

Per tali ragioni, la Camera de’ Comuni non lo poteva patire; mentre per ragioni assai diverse ei non piaceva alla Corte. La sua morale, non che la sua politica, erano quelle della precedente generazione. Anco quando studiava Diritto, vivendo in compagnia di giovani amanti del brio e de’ piaceri, la sua gravità naturale e i suoi principii religiosi lo avevano preservato dal contagio delle dissolutezze in voga: non era, dunque, verosimile che negli anni maturi diventasse libertino. I vizi degli allegri giovani ei guardava con quasi tanta avversione acre e sprezzante, quanta ne sentiva per gli errori teologici de’ settari. Non lasciava mai fuggire il destro di schernire i mimi, i folleggianti e i cortigiani che riempivano la reggia; e gli ammonimenti che dava al Re stesso erano molto pungenti, e—il che anco più spiaceva a Carlo—molto prolissi. Nè anche una voce levossi a difendere un Ministro colpito dall’odio dei falli che provocavano il furore del popolo, e da quello delle virtù che tornavano moleste e importune al sovrano. Southampton non era più. Ormond compì i doveri d’amicizia con energia e fedeltà, ma invano. Il Cancelliere fu avvolto in una grande rovina. Il Re gli tolse i sigilli; la Camera de’ Comuni lo pose in istato d’accusa; la sua vita non rimase sicura; ei fuggì dal paese; un editto lo dannava ad esilio perpetuo; e coloro che lo avevano assalito, minandogli il terreno di sotto ai piedi, si misero a contendere per dividersi le spoglie del caduto.