XXV. Poichè il Re ebbe stabilito di emanciparsi dal sindacato del Parlamento, e poichè a tanta impresa non poteva sperare aiuti dentro lo Stato, reputò necessario procacciarseli fuori. La potenza e ricchezza della Francia erano bastevoli all’ardua prova di stabilire la monarchia assoluta in Inghilterra. Cosiffatto alleato doveva indubitabilmente aspettarsi segni di gratitudine per un tanto servigio. Era, però, mestieri che Carlo scendesse al grado di un grande vassallo, e facesse guerra o pace ad arbitrio del Governo che lo proteggeva. Le sue relazioni con Luigi sarebbero state strettamente simili a quelle in che il Rajah di Nagpore e il Re di Oude oggidì stanno verso il Governo Inglese. Cotesti principi hanno debito di aiutare la Compagnia delle Indie Orientali in ogni ostilità difensiva ed offensiva, e di non avere altre relazioni diplomatiche che quelle le quali vengono sanzionate dalla predetta Compagnia. Questa, in compenso, li assicura contro ogni insurrezione. Fino a che essi fedelmente adempiono agli obblighi loro verso il potere sovrano, hanno licenza di disporre di grosse rendite, empire i loro palagi di belle donne, abbrutirsi in compagnia de’ loro dissoluti cortigiani, ed opprimere impunemente qualunque de’ sudditi diventi segno all’ira loro. Simigliante vita sarebbe insoffribile ad un uomo di spirito altero e di potente intendimento. Ma a Carlo, uomo sensuale, pigro, inetto ad ogni forte opera di mente, e privo d’ogni sentimento di amor patrio e di dignità personale, quel prospetto di degradata esistenza non era niente spiacevole.
Parrà cosa straordinaria che il Duca di York cooperasse al disegno di degradare la Corona, che probabilmente un giorno egli avrebbe portata: imperocchè la indole sua era altera ed imperiosa; e veramente, seguitò fino all’ultimo a mostrare, secondo che si presentava il destro, con risentimenti e lotte, come mal tollerasse il giogo francese. Ma la superstizione gli aveva deturpata l’anima tanto, quanto la indolenza e il vizio avevano corrotta quella del suo fratello. Giacomo era già cattolico romano. La bacchettoneria era diventata il sentimento predominante della sua mente angusta e inflessibile, ed erasi cotanto confusa con lo amore di governare, che le due passioni mal potevano l’una dall’altra distinguersi. E’ pareva molto improbabile che egli, senza aiuto straniero potesse ottenere il predominio o anche la tolleranza della sua propria fede; ed era siffattamente temprato, da non vedere nulla di umiliante in qualunque atto che valesse a giovare gl’interessi della vera Chiesa.
Si iniziarono negoziati, che durarono parecchi mesi. Lo agente precipuo tra la Corte inglese e la francese fu la bella, graziosa ed accorta Enrichetta duchessa d’ Orleans, sorella di Carlo, cognata di Luigi, e caramente diletta ad entrambi. Il Re d’Inghilterra si profferse a dichiararsi cattolico romano, sciogliere la Triplice Alleanza, e collegarsi con la Francia contro la Olanda, ove la Francia gli apprestasse gli aiuti pecuniari e militari di che egli avesse mestieri per rendersi indipendente dal suo Parlamento. Luigi, in sulle prime, simulò di ricevere freddamente tali proposte, e infine accettolle col contegno di chi accordi un grande favore; ma veramente, la via per cui s’era messo era tale, ch’egli ci poteva sempre guadagnare, e non perdere.
XXVI. Pare certo ch’egli non avesse mai avuto serio pensiero di stabilire il dispotismo e il papismo in Inghilterra con la forza delle armi. Doveva accorgersi che tanta impresa sarebbe stata ardua e rischiosa; che per anni molti avrebbe tenute occupate tutte le energie della Francia; e che sarebbe stata affatto incompatibile con altre e più praticabili idee d’ingrandimento, molto care al suo cuore. Avrebbe volentieri acquistato il merito e la gloria di rendere, a patti ragionevoli, un grande servigio alla sua propria Chiesa: ma era poco inchinevole a imitare i suoi antenati, i quali, ne’ secoli duodecimo e tredicesimo, avevano condotto il fiore della cavalleria francese a morire nella Siria e nello Egitto; e bene conosceva che una crociata contro il protestantismo in Inghilterra, non sarebbe stata meno pericolosa delle spedizioni in cui erano perite le milizie di Luigi VII e di Luigi IX. Non aveva cagione a desiderare che gli Stuardi fossero principi assoluti. Non considerava la Costituzione inglese con sentimento simile a quello che in tempi posteriori spinse i Principi a muovere guerra alle libere istituzioni de’ popoli vicini. Ai dì nostri, un gran partito zelante del Governo popolare, conta proseliti in ogni paese incivilito. Ogni vittoria ch’esso in qualunque luogo riporti, non manca di svegliare un generale commovimento. Non è quindi a maravigliare che i Governi, minacciati da un pericolo comune, concordino ad assicurarsi vicendevolmente. Ma nel secolo decimosettimo tale periglio non esisteva. Tra il pubblico sentire dell’Inghilterra e il pubblico sentire della Francia, era un abisso. Le nostre istituzioni e fazioni erano tanto poco intese in Parigi, quanto in Costantinopoli. È da dubitarsi se nè anche uno dei quaranta membri dell’Accademia Francese avesse nella propria biblioteca un solo libro inglese, e conoscesse solo di nome Shakspeare, Johnson o Spenser. Pochi Ugonotti, eredi dello spirito de’ proprii antenati, potevano forse consentire con le Teste-Rotonde, loro confratelli nella fede; ma gli Ugonotti più non erano formidabili. I Francesi, come corpo, affettuosi alla Chiesa di Roma, ed orgogliosi della grandezza del Re loro e della propria lealtà, guardavano le nostre lotte contro il papismo e il potere arbitrario, non solo senza ammirazione o simpatia, ma con forte disapprovazione e disgusto. Sarebbe, adunque, grave errore attribuire la condotta di Luigi a timori simili in tutto a quelli che, nell’età nostra, indussero la Santa Alleanza ad immischiarsi nelle faccende interne di Napoli e di Spagna.
Ciò non ostante, le proposte fatte dalla Corte di Whitehall giunsero a Luigi gradite singolarmente. Meditava già i giganteschi disegni, che tennero poscia per quaranta anni in perpetuo commovimento tutta l’Europa. Voleva umiliare le Provincie Unite, ed incorporare ai propri dominii il Belgio, la Franca Contea e la Lorena. Nè ciò era tutto. Essendo il Re di Spagna un fanciullo malaticcio, era verosimile morisse senza prole. La sorella maggiore di costui era Regina di Francia. Era quasi certo arrivasse il giorno—e poteva arrivare presto—in cui la casa de’ Borboni avesse a produrre i suoi diritti a quel vasto Impero, sul quale il sole non tramontava giammai. La congiunzione di due grandi monarchie sotto una sola Corona, sarebbe senza alcun dubbio stata avversata da una coalizione continentale; per resistere alla quale il solo braccio della Francia bastava. Ma l’Inghilterra poteva far traboccare la bilancia. Dalla parte da che l’Inghilterra si sarebbe messa in tale occasione, dipendevano i destini del mondo; ed era a tutti manifesto, che il Parlamento e la nazione inglese aderivano fortemente alla politica che aveva dettata la Triplice Alleanza. Nulla, quindi, poteva essere tanto grato a Luigi, quanto il sapere che i principi della casa degli Stuardi avevano mestieri del suo aiuto, ed erano vogliosi di acquistarlo a prezzo di illimitata sottomissione. Deliberato di giovarsi del destro, formò per uso proprio un sistema d’azione, dal quale non si scostò mai, finchè sopraggiunse la rivoluzione del 1688 a sconcertargli ogni politico disegno. Si confessò desideroso di compiacere alla Corte inglese; promise grandi aiuti. Di quando in quando ne largì tanti, quanti servissero a tenere viva la speranza, e quanti ne potesse senza rischio o inconvenevolezza offerire. In tal guisa, con una spesa molto minore di quella ch’egli sostenne a erigere e decorare Versailles e Marli, gli riuscì di rendere la Inghilterra, per circa venti anni, parte quasi così frivola del sistema politico europeo, come lo è, a’ giorni nostri la Repubblica di San Marino.
Era suo scopo non già distruggere la nostra Costituzione, ma tenere i vari elementi onde era composta, in perenne conflitto, e rendere irreconciliabilmente nemici coloro che avevano il potere della borsa, e coloro che avevano il potere della spada. A tal fine, comperava ed irritava a vicenda ambe le parti; pensionava, nel tempo stesso, i Ministri della Corona e i capi della opposizione; incoraggiava la Corte ad opporsi alle usurpazioni sediziose del Parlamento; e faceva spargere nel Parlamento susurri intorno ai disegni arbitrali della Corte.
Uno degli espedienti ai quali appigliossi col proposito di predominare nei Consigli inglesi, è peculiarmente degno d’essere rammentato. Carlo, quantunque fosse incapace di sentire amore nel senso più alto del vocabolo, era schiavo d’ogni donna che con la beltà della persona eccitasse le voglie, e coi modi e con le ciarle allegrasse gli ozi di lui. Davvero, verrebbe meritamente deriso quel marito che soffrisse da una moglie d’alto lignaggio e d’intemerata virtù mezze le inscienze che il Re d’Inghilterra tollerava dalle sue concubine; le quali, mentre a lui solo andavano debitrici d’ogni cosa, carezzavano, quasi innanzi agli occhi suoi, i suoi cortigiani. Aveva pazientemente sopportato le sfrontate ire di Barbara Palmer, e la impertinente vivacità di Eleonora Gwynn. Luigi pensò che il più utile ambasciatore che egli potesse mandare a Londra, sarebbe stata una bella, licenziosa ed intrigante donna francese. La eletta fu Luisa, dama della casa di Querouaille, che i nostri rozzi antenati chiamavano Madama Carwell. Costei trionfò tosto di tutte le sue rivali, fu creata Duchessa di Portsmouth, colmata di ricchezze, ed ottenne un impero che finì con la vita di Carlo.
XXVII. I patti più importanti dell’alleanza tra le due Corone, vennero formulati in un trattato secreto, che fu stipulato in Dover nel maggio del 1670, dieci anni dopo il giorno in cui Carlo era approdato a quel luogo medesimo fra le acclamazioni e le lacrime di gioia del troppo fidente popolo.
Per virtù di tale trattato, Carlo obbligavasi a professare pubblicamente la religione cattolica romana; a congiungere le proprie armi con quelle di Luigi, onde distruggere il potere delle Provincie Unite; e adoperare le intere forze dell’Inghilterra, per terra e per mare, a sostegno de’ diritti della Casa de’ Borboni alla vasta Monarchia Spagnuola. Luigi, da parte sua, impegnavasi a pagare grossi sussidi; e prometteva che, qualora scoppiasse in Inghilterra una insurrezione, avrebbe mandata a proprie spese un’armata, onde sostenere il suo alleato.
Cotesto patto fu fatto con tristi auspicii. Sei settimane dopo d’essere stato munito delle firme e de’ sigilli, la bella principessa, la cui influenza sopra il fratello e il cognato era stata così perniciosa alla propria patria, non era più. La sua morte fece nascere orribili sospetti, che per poco parvero volessero rompere l’amistà novellamente formata fra la Casa degli Stuardi e quella de’ Borboni; ma poco tempo dopo, i due confederati si dettero vicendevolmente nuove assicuranze di amichevoli intendimenti.