XLI. La Corte Francese, che sapeva come Danby le fosse nemico mortale, riusci a rovinarlo, facendolo passare per suo amico. Luigi, per mezzo di Ralph Montague, uomo perfido e svergognato, che era stato in Francia Ministro d’Inghilterra, depose innanzi la Camera de’ Comuni prove che attestavano, il Tesoriere essere stato implicato in una richiesta che la Corte di Whitehall aveva fatta a quella di Versailles per ottenere una somma di danari. Tale scoperta produsse il suo naturale effetto. Il Tesoriere rimase esposto alla vendetta del Parlamento a cagione non delle sue colpe, ma de’ meriti suoi; non per essere stato complice in un negoziato criminoso, ma per esserlo stato assai mal volentieri e di mala grazia. Se non che, i suoi contemporanei ignoravano le circostanze che nel giudizio della posterità hanno grandemente attenuato il fallo di lui. Secondo loro, egli era il mezzano che aveva venduta l’Inghilterra alla Francia. La sua grandezza parve manifestamente giunta al suo fine, ed era dubbio se gli riuscisse di sottrarsi alla pena capitale.
Eppure, il concitamento prodotto da tale scoperta fu lieve, ove si paragoni alla pubblica commozione che nacque allorquando corse la voce, essere stata scoperta una vasta congiura papale. Un certo Tito Oates, prete della Chiesa d’Inghilterra, erasi, per condotta disordinata e per dottrine eterodosse, attirata sul capo la censura de’ suoi superiori spirituali; era stato costretto a lasciare il suo beneficio, ed aveva poi sempre menata vita infame e vagabonda. Aveva già professata la religione cattolica romana, e passato qualche tempo nei collegii inglesi dell’Ordine de’ Gesuiti sul continente, e in cotesti seminarii udito molto parlare intorno ai mezzi migliori di ricondurre l’Inghilterra al grembo della vera Chiesa. Da siffatti discorsi aveva raccolta materia a costruire un orribile romanzo, somiglievole più presto ad un sogno d’infermo, che a qualunque altra cosa del mondo esistente. Il Papa, diceva egli, aveva affidato il Governo dell’Inghilterra ai Gesuiti. I Gesuiti avevano, per via di commissioni munite del sigillo della loro società, nominato preti, nobili e gentiluomini cattolici, a tutti i più alti ufficii della Chiesa e dello Stato. I Papisti avevano una volta bruciata Londra. Eransi provati ad incendiarla di nuovo. A que’ tempi ordivano una trama per appiccare fuoco a tutti i legni esistenti nel Tamigi. Dovevano, ad un segno convenuto, insorgere e far macello di tutti i protestanti. Un’armata francese doveva nel momento istesso sbarcare in Irlanda. Tutti i principali uomini di Stato e gli ecclesiastici d’Inghilterra dovevano essere assassinati. Tre o quattro progetti eransi formati per assassinare il Re. Dovevano pugnalarlo, dargli il veleno nel medicamento, tirargli con lo archibugio carico a palle d’argento. L’opinione pubblica era in tale eccitamento, che siffatte fandonie ottennero tosto credenza nelle menti del volgo; e due fatti poco dopo seguiti, indussero non pochi uomini di senno a sospettare, che la novella, quantunque manifestamente sformata ed esagerata, avesse qualche fondamento di vero.
Eduardo Coleman, molto operoso, ma non onesto intrigante cattolico romano, era fra le persone accusate. Inquisirono le sue carte, e si accorsero che ne aveva distrutta gran parte. Ma le poche che furono prese, contenevano certe parole, che sembravano, alle menti fortemente preoccupate, confermare la testimonianza d’Oates. Queste parole, per vero dire, ove s’interpretino con ischiettezza, paiono esprimere poco più che certe speranze, che la postura delle cose, le predilezioni di Carlo, le più forti predilezioni di Giacomo, e le relazioni esistenti tra la Corte Francese e la Inglese, potevano naturalmente eccitare nel cuore di un cattolico romano, strettamente vincolato agli interessi della propria Chiesa. Ma il paese allora non inchinava a interpretare schiettamente le lettere de’ papisti; e si concluse, con qualche apparenza di ragione, che se alcuni scritti ai quali s’era poco badato, come quelli che non avevano nessuna importanza, erano pieni di cose talmente sospette, qualche gran mistero d’iniquità doveva contenersi in que’ documenti che erano stati con gran cura dati alle fiamme.
Pochi giorni dopo si seppe che Sir Edmondsbury Godfrey, insigne Giudice di Pace che aveva raccolte le deposizioni di Oates contro Coleman, era scomparso. Fattane ricerca, ne trovarono il cadavere in un campo presso Londra. Chiaro appariva ch’era morto di morte violenta. Era parimente chiaro che non era stato assassinato dai ladri. La sua miseranda fine è rimasta sinora un secreto. Taluni credono che si uccidesse da sè; altri che ei cadesse vittima d’inimicizia privata. La opinione più improbabile è, che fosse assassinato dal partito ostile alla Corte, onde meglio colorire la novella della congiura. La opinione più probabile sembra essere, che qualche furente cattolico romano, spinto alla frenesia dalle menzogne di Oates e dagli insulti della plebe, non facendo nessuna distinzione tra l’accusatore spergiuro e l’innocente magistrato, si fosse voluto vendicare in un modo, di cui la storia delle sètte perseguitate fornisce troppo numerosi esempi. Se così andò la faccenda, lo assassino dovette poscia maledire alla sua propria malvagità e follia. La metropoli e tutta la nazione insanirono d’odio e di paura. Le leggi penali, che avevano cominciato a perdere alcun che della loro acerbità, divennero nuovamente più rigorose. In ogni dove i giudici erano affaccendati a perquisire case e impossessarsi di carte. Tutte le prigioni rigurgitavano di papisti. Londra rendeva immagine d’una città in istato d’assedio. La guardia cittadina rimaneva in armi tutta la notte. Facevansi apparecchi a barricare le grandi strade. Pattuglie correvano su e giù per le vie. Whitehall fu circondato di cannoni. Nessun cittadino reputavasi sicuro senza portare sotto la veste un’arme carica di piombo, per far saltare le cervella agli assassini papali. Il cadavere del magistrato ucciso, fu esposto per parecchi giorni allo sguardo del popolo affollantesi; e venne finalmente sepolto con istrane e terribili cerimonie, che erano indizio più presto di sete di vendetta, che di dolore o di speranza religiosa. Le Camere insistevano perchè le volte sopra le quali i rappresentanti sedevano, venissero custodite da uomini armati, onde guardarsi da una seconda Congiura delle Polveri. Tutti i loro atti avevano lo stesso scopo. Dal regno di Elisabetta in poi, il giuramento di supremazia era stato richiesto ai membri della Camera de’ Comuni. Alcuni Cattolici Romani, nondimeno, si erano studiati d’interpretare quel giuramento in guisa, da poterlo prestare senza scrupolo di coscienza. Adesso ne fu rifatta la formula; e i Lordi Cattolici Romani furono, per la prima volta, esclusi da’ loro seggi in Parlamento. Vennero adottati vigorosi provvedimenti contro la Regina. I Comuni gettarono in carcere uno dei Segretari di Stato, per avere contrassegnate commissioni dirette a gentiluomini che non erano buoni protestanti. Accusarono d’alto tradimento il Lord Tesoriere. Anzi dimenticarono a tal segno la dottrina da loro apertamente professata mentre era ancora fresca la memoria della guerra civile, che tentarono perfino di privare il Re del comando della guardia cittadina. A tale esasperazione, diciotto anni di pessimo governo avevano condotto il più leale Parlamento che si fosse mai adunato in Inghilterra!
Parrà forse strano a taluni, come in tanto estremo il Re si esponesse al risico di appellarsi al popolo, perocchè il popolo era in maggiore eccitamento che non erano i Rappresentanti. La Camera Bassa, malcontenta come era, conteneva un numero maggiore di Cavalieri, di quanti ne potessero verosimilmente essere rieletti di nuovo. Ma pensavasi che lo scioglimento ponesse fine all’accusa contro il Lord Tesoriere; accusa che, probabilmente, avrebbe tratti alla luce del giorno tutti i colpevoli misteri della alleanza francese, e cagionate gravi molestie personali ed impacci non pochi a Carlo. E però, nel gennaio del 1679, il Parlamento, che era esistito sempre dall’anno 1661, venne disciolto; e si spedirono i decreti per una elezione generale.
XLII. Per varie settimane, la contesa in tutto il Regno fu feroce ed ostinata oltre ogni credere. Si profusero somme di danari, di cui non v’era esempio precedente. Si adoperarono nuovi mezzi di riuscita. Fu notato dagli scrittori di que’ tempi come cosa straordinaria, che si affittassero cavalli a gran prezzo per trasportare gli elettori al luogo d’elezione. L’uso di sminuzzare le possessioni libere onde moltiplicare i voti, ha principio da questa memorabile lotta. I predicatori dissenzienti, che stavano da lungo tempo nascosti in tranquilli recessi fuggendo la persecuzione, uscirono fuori, e correvano di villaggio in villaggio, onde riaccendere lo zelo del disperso popolo di Dio. La procella mugghiava minacciosa contro il Governo. Moltissimi de’ nuovi Rappresentanti vennero a Westminster in contegno poco diverso da quello dei loro predecessori, che avevano imprigionato Strafford e Laud dentro la Torre.
Frattanto, le Corti di Giustizia, le quali fra mezzo alle commozioni politiche avrebbero dovuto essere luoghi sicuri di rifugio agli innocenti di qualsivoglia partito, erano deturpate da più selvagge passioni e più vile corruttela, che non fossero le assemblee degli elettori. La storiella d’Oates, comunque fosse stata bastevole a conturbare tutto il reame, non poteva bastare, fino a che non fosse confermata da nuova testimonianza, a distruggere il più dappoco tra coloro ch’egli aveva accusati. Imperciocchè, nella legge d’Inghilterra, due testimoni erano necessari a stabilire la colpa di tradimento. Ma il successo del primo impostore produsse le sue naturali conseguenze. In poche settimane, dalla penuria ed oscurità in cui giaceva, erasi inalzato ad opulenza e a potere tali, che egli era il terrore del principe e dei nobili; a quella tale rinomanza, che per gli animi bassi e ribaldi ha tutta la magia della gloria. Non rimase lungo tempo senza coadiutori e rivali. Uno sciagurato, di nome Carstairs, il quale aveva campata la vita in Iscozia intervenendo ai conventicoli e facendo poscia la spia a’ predicatori, aprì la via. Bedloe, ribaldo conosciutissimo, gli tenne dietro; e tosto da tutti i bordelli, le case da giuoco e le case d’uscieri di Londra, sbucarono falsi testimoni a deporre contro la vita de’ Cattolici Romani. Uno si presentò raccontando la novella di un’armata di trenta mila uomini, i quali, travestiti da pellegrini, dovevano ragunarsi a Corunna, e quivi imbarcarsi per il paese di Galles. Un altro diceva, essergli stata promessa la canonizzazione e cinquecento sterline per assassinare il Re. Un terzo erasi introdotto in una taverna a Covent Garden, ed aveva udito un gran banchiere cattolico romano far sacramento, in mezzo a tutti gli astanti e i garzoni, di uccidere il tiranno eretico. Oates, per non essere vinto dai suoi imitatori, alla sua prima narrazione aggiunse un ampio supplemento. Ebbe la portentosa impudenza di affermare, fra le altre cose, d’ essersi una volta nascosto dietro un uscio socchiuso, ed avere udito la Regina che affermava di avere assentito allo assassinio del proprio consorte. Il volgo credeva, e gli alti magistrati facevano mostra di credere, simiglianti fandonie. I giudici principali del Regno erano corrotti, crudeli e vigliacchi. I capi del partito patriottico fomentavano il pubblico inganno. I più rispettabili di essi, in verità, erano talmente caduti in inganno, da credere vera la maggior parte delle prove della congiura. Uomini come Shaftesbury e Buckingham, senza alcun dubbio, si accorgevano che tutto era una pretta invenzione; ma giovava pur troppo i loro disegni, e alle loro aride coscienze la morte di un innocente non dava inquietudine maggiore di quella della morte d’una pernice. I giurati partecipavano ai sentimenti allora comuni a tutta la nazione, e venivano incoraggiati dal seggio a compiacere senza riserbo a cosiffatti sentimenti. La plebe applaudì Oates e i suoi consorti, fischiò e battè i testimoni che comparvero a difesa degli accusati, e mandò gridi di gioia appena fu profferita la sentenza che li dichiarava colpevoli. Invano que’ miseri invocavano la onestà della loro vita passata; imperocchè nella mente di tutti stava fitto il pensiero, che quanto più coscienzioso fosse un papista, tanto era più verosimile che ei congiurasse contro un Governo protestante. Invano risolutamente affermarono la propria innocenza fino al momento stesso della morte; imperciocchè era opinione generale, che un buon papista considerava qualsivoglia menzogna che fosse utile alla sua Chiesa, non solo scusabile, ma meritoria.
XLIII. Mentre il sangue innocente spargevasi sotto le forme della giustizia, adunossi il nuovo Parlamento; e fu tale il violento procedere del partito predominante, che anche gli uomini che avevano passata la giovinezza in mezzo alle rivoluzioni, uomini che rammentavano la condanna di Strafford, lo attentato contro i cinque Rappresentanti, l’abolizione della Camera de’ Lordi, la decapitazione del Re, rimasero atterriti allo aspetto delle pubbliche cose. L’accusa contro Danby fu ripresa. Costui invocò il perdono del Principe. Ma i Comuni trattarono la risposta con disprezzo, ed insistettero perchè si seguitasse il processo. Nondimeno, Danby non era lo scopo precipuo delle loro persecuzioni. Erano convinti che l’unico modo efficace di assicurare la libertà e la religione dell’Inghilterra, era quello d’escludere dal trono il Duca di York.
Il Re viveva in grande perplessità. Aveva insistito perchè suo fratello, la vista del quale accendeva la rabbia del popolaccio, si ritirasse per alcun tempo a Brusselles: ma non sembra che tale concessione producesse favorevole effetto. Il partito delle Teste-Rotonde divenne allora preponderante. Ad esso accostaronsi milioni di cittadini, i quali, al tempo della Restaurazione, pendevano verso la regia prerogativa. De’ vecchi Cavalieri molti partecipavano alla prevalente paura del papismo; e molti, amaramente sentendo la ingratitudine del Principe a pro’ del quale avevano fatti cotanti sacrifici, prendevansi poca cura della miseria di lui, come egli aveva poco curata la loro. Anche il Clero Anglicano, mortificato ed impaurito dell’apostasia del Duca di York, sosteneva tanto la opposizione, da congiungere cordialmente la propria voce al grido universale contro i Cattolici Romani.