XLIV. Il Re, in cosiffatti estremi, erasi rivolto a Sir Guglielmo Temple. Di tutti gl’impiegati di quell’età, Temple era quello che aveva serbata migliore reputazione. La Triplice Alleanza era stata opera di lui. Egli aveva ricusato di partecipare alla politica della Cabala, ed era rigorosamente vissuto da privato finchè quella ebbe in mano il governo della cosa pubblica. Chiamato da Danby, aveva abbandonato il proprio ritiro, negoziata la pace fra l’Inghilterra e l’Olanda, ed era stato precipuo strumento a concludere il matrimonio di Maria col cugino Principe d’Orange. Così a lui riportavasi il merito di tutte le poche cose lodevoli che erano state fatte dal Governo dopo la Restaurazione. De’ numerosi falli e delitti commessi negli ultimi diciotto anni, nessuno ne veniva a lui attribuito. La sua vita privata, quantunque non fosse austera, era decorosa; i suoi modi erano popolari; e non era uomo da lasciarsi corrompere da titoli o da ricchezze. Nonostante, qualche cosa mancava al carattere di coteste spettabile uomo di Stato. L’amor suo per la patria era tiepido. Era, pur troppo, studioso de’ suoi agi e della dignità sua, e rifuggiva con pusillanime timore da ogni responsabilità. E davvero, le abitudini della sua vita non lo rendevano adattato ad immischiarsi seriamente ne’ conflitti delle nostre fazioni intestine. Era pervenuto al cinquantesimo degli anni suoi senza aver seduto nel Parlamento Inglese; e la sua esperienza officiale, ei l’aveva quasi tutta acquistata nelle Corti forestiere. Giustamente aveva fama d’essere uno de’ più insigni diplomatici dell’Europa; ma lo ingegno e le doti d’un diplomatico differiscono molto da ciò che richiedesi in un uomo politico per condurre la Camera de’ Comuni in tempi torbidi.

Il disegno ch’egli propose, era argomento di non poca abilità. Comecchè non fosse profondo filosofo, aveva, più che molti uomini pratici del mondo, meditato intorno ai principii generali del Governo; ed aveva fecondato il proprio intendimento studiando la storia e viaggiando ne’ paesi stranieri. E’ pare che discernesse più chiaramente che molti de’ suoi coetanei, la cagione delle difficoltà che stringevano il Governo. L’indole dell’ordinamento politico in Inghilterra veniva a poco a poco mutandosi. Il Parlamento lentamente, ma costantemente, acquistava terreno sulla prerogativa. La linea tra il potere legislativo e lo esecutivo era in teoria più che mai descritta distintamente, ma in pratica diveniva ogni giorno più debole. Era teoria della Costituzione, che il Re avesse potestà di nominare i propri Ministri. Ma la Camera de’ Comuni aveva cacciati successivamente dalla direzione degli affari Clarendon, la Cabala e Danby. Era teoria della Costituzione, che il solo Re avesse potestà di fare guerra e pace. Ma la Camera de’ Comuni lo aveva costretto a pacificarsi con l’Olanda, e lo aveva pressochè forzato a muover guerra alla Francia. Era teoria della Costituzione, che il Re fosse il solo giudice de’ casi in cui convenisse graziare i colpevoli. Nondimeno, egli aveva tanta paura della Camera de’ Comuni, che, allora non poteva rischiarsi di salvare dalla forca uomini ch’ei ben sapeva essere vittime innocenti di uno spergiuro.

E’ parrebbe che Temple volesse assicurare al Corpo Legislativo gl’indubitati poteri costituzionali, e nel tempo stesso impedirgli, per quanto fosse possibile, di fare altre usurpazioni nel campo del Potere Esecutivo. A tale fine, pensò di porre fra il Sovrano ed il Parlamento un corpo che potesse frustrare la scossa della loro collisione. Eravi un Corpo antico, altamente onorevole e riconosciuto dalla legge, il quale, egli pensava, potevasi riformare in guisa, da servire al predetto scopo. Pensò di dare al Consiglio Privato un nuovo carattere ed un ufficio nuovo nel Governo. Fissò a trenta il numero de’ Consiglieri; quindici dei quali dovevano essere i principali ministri dello Stato, della legge e della religione; gli altri quindici, nobili e gentiluomini privi di impiego, ma opulenti e di grande reputazione. Non vi doveva essere Gabinetto intimo. A tutti i trenta Consiglieri doveva confidarsi ogni secreto di Stato, e dovevano tutti essere chiamati ad ogni adunanza del Consiglio; e il Re doveva dichiarare, che in ogni occasione si sarebbe lasciato guidare da loro.

Sembra che Temple credesse di assicurare, per mezzo di tale ordinamento, la nazione contro la tirannia della Corona, e a un’ora la Corona contro le usurpazioni del Parlamento. Da una parte, era molto improbabile che i progetti, tali quali erano stati formati dalla Cabala, si fossero potuti soltanto proporre per essere discussi in un’ Assemblea composta di trenta uomini eminenti, quindici dei quali non avevano nessun vincolo d’interesse con la Corte. Dall’altra parte, era da sperarsi che i Comuni, paghi della guarentigia che contro gli abusi del Governo offriva un cosiffatto Consiglio Privato, si sarebbero, più che per lo innanzi non avevano fatto, mantenuti dentro gli stretti confini delle funzioni legislative, e più non avrebbero riputato necessario d’immischiarsi in ogni cosa spettante al Potere Esecutivo.

Cotesto disegno, quantunque per molti rispetti non fosse indegno di colui che lo aveva immaginato, era vizioso nel suo principio. Il nuovo Consiglio era mezzo Gabinetto e mezzo Parlamento; e, simile ad ogni altra invenzione, sia meccanica, sia politica, intesa a due fini affatto diversi, non era buono a conseguirne nessuno. Era così ampio e diviso, da non potere essere un buon corpo amministrativo. Era così strettamente connesso con la Corona, da non riuscire un efficace potere raffrenante. Conteneva bastevoli elementi popolari onde rendersi un cattivo Consiglio di Stato, inadatto a serbare il segreto, a comporre i negoziati malagevoli, e ad amministrare le cose della guerra. Nulladimeno, quegli elementi popolari non erano punto bastevoli ad assicurare la nazione contro gli abusi del Governo. Questo disegno, adunque, quand’anco fosse stato sinceramente posto in esperimento, non avrebbe potuto sortire esito felice; e non ne fu fatto sincero sperimento. Il Re era instabile e perfido; il Parlamento era infiammato ed irragionevole; e i materiali onde era composto il nuovo Consiglio, benchè fossero forse i migliori che potesse apprestare quell’età, erano anco cattivi.

L’iniziarsi del nuovo sistema fu, non pertanto, salutato con gioia universale; imperocchè il popolo inchinava a reputare miglioramento ogni qualunque mutazione. Gli tornarono anche gradite parecchie nomine. Shaftesbury, ormai bene accetto alla plebe, fu fatto Lord Presidente. Russell ed altri insigni uomini del partito patriottico furono chiamati al Consiglio. Ma dopo pochi giorni, imbrogliossi ogni cosa. Le inconvenevolezze di avere un Gabinetto così numeroso furono tali, che lo stesso Temple assentì a variare una delle regole fondamentali da lui proposte, e a diventare egli stesso parte di un piccolo nucleo che dirigeva veramente ogni cosa. A lui furono accompagnati tre altri Ministri, cioè Arturo Capel Conte di Essex, Giorgio Savite Visconte di Halifax, e Roberto Spencer Conte di Sunderland.

Del Conte d’Essex, che era Primo Commissario del Tesoro, basti il dire ch’era uomo fornito di doti solide, sebbene non appariscenti, e di carattere grave e melanconico; che aderiva al partito patriottico, e in quel tempo onestamente desiderava di riconciliare, in modo proficuo allo Stato, quel partito col trono.

XLV. Fra gli uomini di Stato di quell’età, Halifax primeggiava per ingegno. Aveva intelletto fecondo, sottile e capace; eloquenza forbita, lucida e animata, la quale, accompagnata dal tono argentino della voce, empiva di diletto la Camera de’ Lordi. Il suo conversare soprabbondava di pensiero, di fantasia, di brio. I suoi scritti politici sono degni di studio per pregio letterario; onde meritamente ei si annovera fra i Classici Inglesi. Alla importanza ch’ei derivava da doti sì grandi e variate, congiungeva la influenza che nasce dal grado e dalla ricchezza. E nondimeno, in politica egli ebbe successo meno prospero di molti altri a lui inferiori. A vero dire, quelle peculiarità intellettuali che rendono pregevoli i suoi scritti, gli furono d’impedimento nelle lotte della vita attiva. Perocchè egli vide sempre gli avvenimenti non nello aspetto in cui comunemente si mostrano ad un uomo che ne è parte, ma quali, dopo lo spazio di molti anni, appariscono allo storico filosofo. Con tale tempra di mente, non poteva a lungo seguitare ad agire cordialmente con nessuna società di uomini. Tutti i pregiudizi, tutte le esagerazioni di ambedue i grandi partiti dello Stato, lo muovevano a scherno. Spregiava le arti vili e gl’irragionevoli clamori dei demagoghi. Spregiava anche più le dottrine del diritto divino e della obbedienza passiva. Metteva egualmente in canzone la bacchettoneria dell’ecclesiastico anglicano e quella del puritano. Non poteva intendere come alcuno avversasse le festività de’ Santi, e certi abiti clericali; e come, soltanto per avversarli, l’uomo potesse perseguitare il suo simile. In quanto all’indole, egli era ciò che ai dì nostri si chiama Conservatore. In teoria era repubblicano. Anche allorchè il timore dell’anarchia, e lo sdegno ch’ei sentiva degl’inganni del volgo, lo indussero per qualche tempo a congiungersi ai difensori del potere arbitrario, il suo intelletto era sempre con Locke e con Milton. Veramente, i suoi scherni contro la Monarchia ereditaria talvolta erano tali da sonar meglio sulle labbra di un membro del Circolo della Testa di Vitello (Calf’s Head Club),[20] che su quelle di un Consigliere privato degli Stuardi. In religione, era tanto lungi da dirsi uno zelante, che i poco caritatevoli lo chiamavano ateo: ma egli respinse con veemenza siffatta accusa; e in verità, quantunque alcuna volta porgesse argomento di scandalo col modo onde faceva uso del raro vigore del suo ragionare e de’ suoi dileggi sopra subbietti gravi, ei sembra essere stato suscettibile di sentimenti religiosi.

Egli era il capo di quegli uomini politici che dai due grandi partiti venivano sprezzantemente chiamati Barcamenanti (Trimmers). Invece di avere a sdegno questo soprannome, egli lo assunse come un titolo d’onore, e rivendicò vivamente la dignità del vocabolo. Ogni cosa buona, egli diceva, si tiene, si barcamena fra due estremi. La zona temperata si tiene fra il clima dove gli uomini sono abbronzati, e quello dove essi sono agghiacciati. La Chiesa Anglicana si tiene fra la insania degli Anabattisti e la letargia dei Papisti. La Costituzione Inglese si tiene fra il dispotismo turco, e l’anarchia polacca. La virtù non è altro che un giusto temperamento fra certe tendenze, ciascuna delle quali, condotta all’eccesso, diventa vizio. Anzi, la perfezione dello stesso Ente Supremo consiste nell’esatto equilibrio degli attributi, nessuno dei quali potrebbe preponderare senza turbare l’ordine morale e fisico del mondo.[21] Così Halifax barcamenavasi per principio. Si barcamenava parimente a cagione della indole, della mente e del proprio cuore. Aveva intendimento acuto, scettico, inesauribilmente fecondo di distinzioni ed obiezioni; gusto insigne, sentimento squisito del burlesco, indole placida e indulgente, ma fastidiosa, e in nessun modo inchinevole o alla malignità o alla ammirazione entusiastica. Un uomo tale non poteva essere lungamente l’amico immutabile di qualsivoglia partito politico. Nondimeno, non è mestieri accomunarlo alla turba volgare de’ rinnegati. Imperciocchè, quantunque, al pari di costoro, egli passasse ora a questa, ora a quella parte, il suo trapasso avveniva in direzione opposta alla loro. Ei non aveva nulla di comune con quelli che volano da estremo ad estremo, e sentono per il partito da essi abbandonato una animosità più forte di quella dei nemici costanti. Il suo posto era in mezzo alle divisioni ostili della Comunità, ed ei non ispingevasi oltre i confini dell’una o dell’altra. Il partito al quale egli apparteneva, era sempre quello che in quel momento piacevagli meno, perchè lo mirava più da presso. E però, egli era sempre severo verso i suoi colleghi violenti, e sempre in amichevoli relazioni coi suoi oppositori moderati. Ciascuna fazione, nel giorno del proprio insolente e vendicativo trionfo, incorreva nella censura di lui; ma vinta e perseguitata, trovava in lui un protettore. A perenne onor suo, è uopo rammentare ch’egli tentò di salvare quelle vittime, la sciagurata sorte delle quali ha lasciata turpissima macchia sul nome de’ Whig e dei Tory.