È curiosissima circostanza, che in due delle più grandi occasioni della nostra storia, i capi del partito protestante cadessero nel medesimo errore, e con esso ponessero a grave pericolo la propria patria e religione. Alla morte di Eduardo VI, opposero Lady Giovanna senza alcuna apparenza di diritto di nascita, non solo a Maria loro nemica, ma ad Elisabetta, ch’era la vera speranza dell’Inghilterra e della Riforma. Però i più rispettabili protestanti, con Elisabetta a loro capo, furono costretti a fare causa comune coi papisti. Nello stesso modo, centotrent’anni dopo, parte dell’opposizione ponendo Monmouth come pretendente alla Corona, aggredivano il diritto non solo di Giacomo, che era da essi giustamente considerato quale implacabile nemico della fede e delle libertà loro; ma anche del Principe e della Principessa d’Orange, i quali venivano singolarmente segnati a dito, e per la situazione e per le qualità personali loro, come difensori di tutti i liberi governi e di tutte le Chiese riformate.

In pochi anni, la insania di siffatto procedere divenne manifesta. Ma allora gran parte del potere dell’opposizione consisteva nella popolarità di Monmouth. Le elezioni riuscirono avverse alla Corte; il giorno stabilito per l’adunanza delle Camere appressavasi: era, dunque, mestieri che il Re scegliesse la condotta da tenere. Coloro che lo consigliavano, scoprirono i primi lievi segni d’un mutamento nel pubblico sentire, e sperarono che, soltanto differendo a miglior tempo il conflitto, Carlo otterrebbe sicura vittoria. Egli, quindi, senza nè anche chiedere l’opinione del Consiglio de’ Trenta, decise di prorogare il nuovo Parlamento innanzi che cominciasse i suoi lavori. Intanto, al Duca di York, che era ritornato da Brusselles, fu fatto comandamento di ritirarsi in Iscozia, e fu messo a capo dell’amministrazione di quel Regno.

Il sistema di Governo fatto da Temple venne manifestamente abbandonato, e subito posto in dimenticanza. Il Consiglio Privato tornò ad essere ciò che, era già stato. Shaftesbury e i suoi fautori politici rinunziarono ai loro seggi in Consiglio. Lo stesso Temple, siccome aveva costume di fare ne’ tempi torbidi, si ritirò nella quiete del suo giardino e nella sua biblioteca. Essex lasciò il Tesoro, e volle correre le sorti dell’opposizione. Ma Halifax, infastidito e temente la violenza de’ suoi vecchi colleghi, e Sunderland, che non abbandonava mai il posto finchè poteva starci, rimasero a’ servigi del Re.

A cagione delle rinunzie che seguirono in questa occasione, la via che conduceva alla grandezza fu lasciata aperta ad una nuova torma di aspiranti. Due uomini di Stato, i quali poscia conseguirono la maggiore altezza cui possa giungere un suddito inglese, cominciarono a richiamare a sè gli occhi di tutti. Avevano nome Lorenzo Hyde e Sidney Godolphin.

L. Lorenzo Hyde era secondo figlio del Cancelliere Clarendon, e fratello della prima Duchessa di York. Aveva doti eccellenti, rese migliori dalla esperienza parlamentare e diplomatica; ma le infermità della sua tempra scemavano molto la forza naturale di quelle doti. Per quanto fosse assuefatto a’ negoziati diplomatici e agli usi di Corte, non imparò mai l’arte di governare o nascondere le proprie emozioni. Nella prosperità era insolente e vanaglorioso: appena riceveva un colpo dall’avversa fortuna, sapeva così poco dissimulare il cordoglio, che i suoi nemici maggiormente trionfavano: piccolissime provocazioni bastavano ad accendergli l’ira nel cuore; e mentre era incollerito, diceva amarissime cose, che, appena calmato, dimenticava, ma che gli altri tenevano lungamente scolpite nella memoria. Per isvegliatezza e acutezza di mente, ei sarebbe diventato un profondo uomo d’ affari, ove non fosse stato troppo fiducioso di sè ed impaziente. I suoi scritti provano ch’egli aveva molti de’ requisiti che formano un oratore; ma la irritabilità gli impediva di rendersi giustizia nelle discussioni: avvegnachè nulla fosse tanto facile quanto lo incitarlo all’ira; ed appena in preda alle passioni, diventava il zimbello di oppositori molto meno capaci di lui.

Dissimile da’ moltissimi politici di quel tempo, egli era uomo di parte, coerente a sè stesso, burbero, astioso; era un Cavaliere della vecchia scuola, un ardente campione della Corona e della Chiesa, e odiava i Repubblicani e i non-conformisti. Aveva, quindi, moltissimi proseliti. Il clero, in ispecie, lo considerava come l’uomo suo proprio, ed accordava alle debolezze di lui una indulgenza, che, a dir vero, gli faceva mestieri; imperciocchè abbandonavasi al bere, e ogni qualvolta trascorreva alla collera—e ciò accadeva assai spesso,—bestemmiava come un vetturino.

Egli succede ad Essex nell’ufficio di Tesoriere. È d’uopo notare, che il posto di Primo Lord del Tesoro non aveva allora la importanza e dignità che ha nei tempi nostri. Ogni qualvolta eravi un Lord Tesoriere, egli era generalmente anche Primo Ministro; ma quando il bianco bastone era affidato ad una commissione, il capo commissario non aveva il grado di Segretario di Stato. Solo ai tempi di Walpole, il Primo Lord del Tesoro venne considerato come capo del potere esecutivo.

LI. Godolphin era stato educato fra i paggi di Whitehall, e fino da’ suoi teneri anni aveva acquistata tutta la flessibilità e la padronanza di sè, proprie d’un cortigiano. Era amante del lavoro, di mente lucida, e profondamente versato nelle minuzie della finanza. Ogni Governo, quindi, lo sperimentò utile servitore; e non era nulla nelle opinioni o nel carattere di lui, che gli impedisse di servire a qualsifosse Governo. «Sidney Godolphin,» diceva Carlo, «non è mai fra mezzo alla via, e mai fuori di via.» Questa pungente osservazione spiega mirabilmente la straordinaria riuscita di Godolphin nel mondo.

In diversi tempi, operò in compagnia di ambedue i grandi partiti politici; ma non partecipò mai alle passioni di nessuno di quelli. Come gli uomini d’indole cauta e di prospera ventura, inchinava fortemente a sostener le cose esistenti. Aborriva dalle rivoluzioni, e per la ragione medesima dalle contro-rivoluzioni. Aveva contegno notevolmente grave e riserbato, ma gusti bassi e frivoli; e spendeva tutto il tempo che gli rimaneva libero dalle pubbliche faccende, nelle corse, nel giuoco delle carte, e ne’ combattimenti de’ galli. Adesso sedeva, sotto Rochester, nell’ufficio del Tesoro, dove si rese notevole per assiduità ed intelligenza.

Innanzi che il nuovo Parlamento si fosse lasciato radunare per il disbrigo degli affari, scorse un anno intiero; anno pieno di eventi, che nella lingua e ne’ costumi nostri ha lasciato incancellabili vestigi. Mai prima d’allora le controversie politiche avevano proceduto con pari libertà; mai prima d’allora i circoli politici erano esistiti con organizzazione tanto elaborata, o con tanto formidabile influenza. La sola questione dell’Esclusione occupava le menti di tutti. Tutta la stampa e i pergami del reame presero parte al conflitto. Da un lato, sostenevasi che la Costituzione e la Religione dello Stato non sarebbero mai sicure sotto un re papista; dall’altro lato, che il diritto di Giacomo alla Corona derivava da Dio, e non poteva essere annullato nè anche dal consenso dell’intero corpo legislativo.