LII. Ogni contea, ogni città, ogni famiglia, era in grande agitazione. Le cortesie e le ospitalità de’ vicini rimanevano interrotte. I più cari vincoli d’amicizia e di sangue erano indeboliti o rotti. Perfino gli scolari erano divisi in parti; e il Duca di York e il Conte di Shaftesbury avevano partigiani zelanti in Westminster ed Eaton. I teatri risuonavano de’ clamori delle avverse fazioni. La Papessa Giovanna fu messa sulle scene dai fervidi protestanti. I poeti pensionati empivano i prologhi e gli epiloghi di elogi al Re e al Duca. I malcontenti assediavano il trono con petizioni, chiedendo la subita convocazione del Parlamento. I realisti mandavano indirizzi, significando lo estremo aborrimento contro tutti coloro che presumessero imporre al sovrano. I cittadini di Londra raccoglievansi a diecine di migliaia, onde bruciare il papa in effigie. Il Governo appostò coorti di cavalleria a Temple Bar, e collocò le artiglierie attorno Whitehall. In quell’anno, la nostra lingua si arricchì di due parole, mob e sham;[22] notevoli ricordi d’una stagione di tumulti e d’impostura.[23]
LIII. Gli avversari della Corte erano chiamati Birminghams, Petizionisti, Esclusionisti. I partigiani del Re dicevansi Anti-Birminghams, Aborrenti, Tantivies. Siffatti vocaboli presto caddero in disuso: ma in quel tempo furono primamente uditi due soprannomi, i quali, comecchè in origine si proferissero ad insulto, vennero poco dopo assunti con orgoglio, sono tuttavia d’uso giornaliero, si sono estesi con la razza inglese, e dureranno quanto la inglese letteratura. È circostanza curiosa come uno di cotesti soprannomi fosse d’origine scozzese, ed irlandese l’altro. In Iscozia, come in Irlanda, il cattivo Governo aveva fatto nascere bande di uomini disperati, la ferocia dei quali era accresciuta dallo entusiasmo religioso. In Iscozia, parecchi dei Convenzionisti perseguitati, resi frenetici dall’oppressione, avevano poco innanzi assassinato il Primate, prese le armi contro il Governo, riportato qualche vantaggio contro le forze regie; e non erano stati domati fino a che Monmouth, a capo di alcune milizie d’Inghilterra, gli aveva rotti a Bothwell Bridge. Questi zelanti erano numerosissimi fra i rustici delle pianure occidentali, e volgarmente venivano chiamati Whig. Così il nome di Whig, dato ai presbiteriani zelanti di Scozia, venne applicato a quei politici inglesi che mostravansi disposti ad avversare la Corte, ed a trattare con indulgenza i protestanti non-conformisti. Nel tempo stesso, le maremme dell’Irlanda apprestavano rifugio ai papisti banditi; simili molto a coloro che poscia si dissero Whiteboys. Cotesti uomini allora chiamavansi Tory. Il nome di Tory venne perciò apposto a quegli Inglesi che ricusavano di cooperare ad escludere dal trono un Principe cattolico romano.
La rabbia delle fazioni ostili sarebbe stata abbastanza violenta, quand’anco si fosse lasciata operare da sè. Ma fu studiosamente esasperata dal comune nemico. Luigi seguitava a comperare e lusingare in un tempo la Corte e la opposizione. Esortava Carlo a tener fermo; esortava Giacomo ad accendere la guerra civile nella Scozia: esortava i Whig a non desistere, ed a riposare con fiducia sopra la protezione della Francia.
Fra mezzo a tanta agitazione, un occhio giudizioso si sarebbe potuto accorgere come la pubblica opinione venisse a poco a poco cangiando. La persecuzione de’ Cattolici romani continuava; ma le convinzioni non erano più in uso. Una nuova genia di falsi testimoni, tra’ quali il più notevole era un ribaldo chiamato Dangerfield, infestava i tribunali. Ma le storielle di costoro, benchè fossero meglio congegnate di quella d’Oates, erano meno credute. I giurati più non erano corrivi a prestar fede, come lo erano stati durante il timore panico che aveva tenuto dietro allo assassinio di Godfrey; e i giudici, i quali, mentre la frenesia popolare era giunta al massimo grado erano stati ossequiosissimi strumenti di quella, arrischiavansi adesso a palesare in parte le proprie opinioni.
LIV. Finalmente, nell’ottobre del 1680, adunossi il Parlamento. I Whig avevano una così grande maggioranza nella Camera dei Comuni, che la Legge d’Esclusione passò senza difficoltà. Il Re appena sapeva quali fossero i membri del suo Gabinetto, de’ quali potesse far conto. Hyde era rimasto fedele alle sue opinioni di Tory, ed aveva fermamente sostenuta la causa della monarchia ereditaria. Ma Godolphin, desideroso di tranquillità, e credendo di non poterla ottenere se non se per mezzo della concessione, desiderava che la legge passasse. Sunderland, sempre perfido e poco veggente, inetto a scernere i segni della reazione che s’appressava, ed ansioso di riconciliarsi al partito che a lui pareva invincibile, deliberò di votare contro la Corte. La Duchessa di Portsmouth supplicava il suo reale amante a non correre diritto alla propria rovina. Se v’era cosa intorno alla quale egli avesse scrupolo di coscienza e d’onore, ella era la questione della successione: ma per alcuni giorni e’ parve volesse cedere. Ondeggiava, e chiedeva quale somma di danari i Comuni gli darebbero se egli cedesse; e permise che si aprissero negoziati coi principali Whig. Ma la profonda vicendevole diffidenza, che era venuta sempre crescendo, ed era stata con grande studio alimentata dalle arti della Francia, rese impossibile ogni trattato. Nessuna delle parti voleva affidarsi all’altra.
LV. La intera nazione, con ansia indicibile, teneva l’occhio fisso alla Camera de’ Lordi. La congrega de’ Pari era numerosa. Il Re stesso era lì presente. Le discussioni furono lunghe, ardenti, e di quando in quando furiose. Parecchi recarono la mano all’elsa della propria spada, in modo da richiamare alla memoria la immagine de’ procellosi Parlamenti di Enrico III e di Riccardo II. A Shaftesbury e ad Essex si congiunse il perfido Sunderland. Ma il genio di Halifax vinse ogni opposizione. Abbandonato da’ principali fra’ suoi colleghi, ed avversato da una falange di insigni antagonisti, difese la causa del Duca di York con parecchie orazioni, le quali, molti anni dipoi erano rammentate come capolavori di ragionamento, di brio e d’eloquenza. Rade volte avviene che l’arte oratoria cangi i voti: eppure, il testimonio de’ contemporanei non lascia dubbio nessuno che, in cotesta occasione, i voti cangiaronsi mercè l’arte oratoria di Halifax. I Vescovi, fedeli alle proprie dottrine, sostennero il principio del diritto ereditario, e la legge venne rigettata a gran maggioranza di voti.[24]
La parte che preponderava nella Camera de’ Comuni, amaramente umiliata da cotesta sconfitta, trovò qualche compenso spargendo il sangue de’ Cattolici romani. Guglielmo Howard, visconte Stafford, uno degli infelici già accusati come complici della congiura, fu condotto al tribunale de’ suoi pari; e sullo attestato di Oates e di due altri falsi testimoni, Dugdale e Turberville, fu giudicato colpevole di alto tradimento, e dannato a morire. Ma le circostanze del suo processo e della sua morte avrebbero dovuto essere d’utile ammonimento ai capi de’ Whig. Una grande e rispettabile minoranza nella Camera de’ Lordi lo dichiarò non reo. La moltitudine, che pochi mesi innanzi aveva ricevute le estreme confessioni delle vittime di Oates con esecrazione e scherno, ora diceva a voce alta che Stafford moriva assassinato. Quando egli col suo ultimo respiro protestò della propria innocenza, gli astanti gridavano: «Dio vi benedica, Milord! Noi vi crediamo, Milord.» Un osservatore giudicioso avrebbe potuto agevolmente predire, che il sangue che allora versavasi, tra breve tempo verrebbe espiato dal sangue.
LVI. Il Re deliberò di provare un’ altra volta lo espediente di sciogliere il Parlamento. Ne convocò un altro, che doveva radunarsi in Oxford nel marzo 1681. Dai giorni de’ Plantageneti in poi, le Camere avevano sempre tenute le loro sessioni in Westminster, tranne ne’ tempi in cui la peste infuriava nella metropoli; ma una congiuntura così straordinaria sembrava richiedere straordinarie cautele. Se il Parlamento si fosse ragunato nel luogo consueto, la Camera de’ Comuni si sarebbe potuta dichiarare in permanenza, ed avrebbe invocato l’aiuto de’ magistrati e de’ cittadini di Londra. Le milizie civiche avrebbero potuto sorgere a difendere Shaftesbury, come quaranta anni avanti erano sorte a difendere Pym e Hampden. Le guardie avrebbero potuto essere vinte, la reggia forzata, il Re prigioniero nelle mani de’ suoi sudditi ribelli. Tale pericolo non era da temersi in Oxford. La università era devota alla Corona; e i gentiluomini delle vicinanze erano generalmente Tory. Quivi, dunque, la opposizione, più che il Re, aveva ragione di temere la violenza.
Le elezioni furono subietto di ardenti contrasti. I Whig tuttavia formavano la maggioranza nella Camera de’ Comuni; ma era manifesto che lo spirito Tory veniva celeremente sorgendo in tutto il paese. E’ parrebbe che il sagace e versatile Shaftesbury avesse dovuto prevedere il cangiarsi de’ tempi, ed assentire ai patti offerti dalla Corte; ma sembra che avesse posta in dimenticanza la sua antica strategia. Invece di provvedere in guisa, che, nel peggiore evento, egli avesse sicura la propria ritirata, prese tale una posizione, che gli era forza o vincere o perire. Forse il suo cervello, comunque fortissimo, era stato travolto dalla popolarità, dal successo e dallo eccitamento del conflitto. Forse aveva dato di sprone al proprio partito tanto, da non poterlo più dominare, ed era veramente trascinato da coloro che egli sembrava condurre.
LVII. Giunse il gran giorno. L’adunanza d’Oxford somigliava più presto ad una Dieta polacca, che a un Parlamento inglese. I rappresentanti Whig apparvero scortati da gran numero de’ loro affittuari e servitori, in armi e montati a cavallo, i quali scambiavano sguardi di diffidenza con le guardie regie. La più lieve provocazione, in cosiffatte circostanze, avrebbe prodotta la guerra civile; ma nessuna delle due parti si attentò di dare il primo colpo. Il Re di nuovo offerse di consentire ogni cosa, fuorchè la Legge d’Esclusione. I Comuni erano deliberati di non accettare null’altro che la Legge d’Esclusione. Dopo pochi giorni, il Parlamento fu nuovamente disciolto.