Così imbaldanzito, il Re finalmente rischiossi a varcare i confini che per alcuni anni aveva rispettati, e a violare la lettera della legge. La legge voleva, che non più di tre anni dovessero trascorrere dalla dissoluzione di un Parlamento alla convocazione di un altro. Ma scorsi tre anni dopo disciolto il Parlamento di Oxford, non si videro decreti per la nuova elezione. Questo violare la Costituzione era più biasimevole, in quanto il Re aveva poca cagione a temere d’una nuova Camera di Comuni. Le Contee, generalmente, parteggiavano per lui; e molti borghi ne’ quali i Whig poco innanzi avevano predominato, erano stati talmente ricostituiti, che, certo, non avrebbero eletti se non rappresentanti cortigiani.

LXII. Poco dopo, la legge venne nuovamente violata onde compiacere al Duca di York. Cotesto principe era, in parte per la sua religione, e in parte per la severità ed asprezza dell’indole sua, cotanto impopolare, che erasi stimato necessario di asconderlo agli occhi di tutti nel tempo che discutevasi in Parlamento la Legge d’Esclusione: altrimenti, il suo mostrarsi in pubblico avrebbe giovato il partito che lottava a privarlo del diritto ereditario. Era perciò stato mandato a governare la Scozia, dove il fiero e vecchio tiranno Lauderdale era sull’orlo del sepolcro. E perfino Lauderdale allora fu vinto in ferocia. L’amministrazione di Giacomo acquistò infame rinomanza per leggi odiose, per barbari castighi e per giudicii d’iniquità, ai quali anche in quel tempo non era nulla di simile. Il Consiglio Privato di Scozia aveva potestà di porre alla tortura i prigionieri di Stato. Ma appena comparivano gli stivali, la loro vista eccitava tanto terrore, che anche i cortigiani più servili e duri di cuore uscivano frettolosi dalla sala. Il seggio talvolta rimaneva deserto; ed infine, fu reputato necessario ordinare che in simiglianti occasioni i Consiglieri rimanessero al loro posto. Notavasi che il Duca di York pareva dilettarsi di uno spettacolo, al quale parecchi de’ peggiori uomini che allora vivessero non potevano assistere senza commiserazione ed orrore. Egli non solo andava al Consiglio ogni qualvolta doveva infliggersi la tortura, ma attendeva all’agonia dei martoriati con quella specie d’interesse e di compiacenza, con che gli uomini contemplano uno sperimento scientifico. Così governò in Edimburgo, finchè l’esito del conflitto tra la Corte e i Whig non fu più dubbio. Allora ritornò in Inghilterra; ma rimase, per virtù dell’Atto di Prova, escluso tuttavia da ogni pubblico ufficio; nè il Re stimò sano consiglio in prima violare uno Statuto, che la maggior parte de’ sudditi a lui più fidi consideravano come una delle principali guarentigie de’ diritti civili e della religione loro. Quando, nondimeno, parve manifesto, dopo molti esperimenti, che la nazione aveva la pazienza di sopportare ogni cosa che il Governo avesse coraggio di fare, Carlo provossi a porre da parte la legge, a favore del proprio fratello. Il Duca riebbe il suo seggio in Consiglio, e riassunse il governo delle faccende navali.

LXIII. Queste infrazioni della Costituzione eccitarono veramente qualche mormorio fra i Tory moderati, mentre non erano unanimemente approvate neanche dai Ministri del Re. In ispecie Halifax—adesso fatto Marchese e Lord Guardasigilli—fino dal giorno nel quale i Tory, mercè di lui, erano divenuti predominanti, aveva cominciato a farsi Whig. Appena rigettata la Legge d’Esclusione, insistette perchè la Camera de’ Lordi provvedesse contro il pericolo, a cui, nel prossimo regno, le libertà e la religione della patria potevano rimanere esposte. Vedeva ora con timore la violenza di quella Reazione, che in non poca parte era opera sua. Non si studiò di nascondere l’onta ch’egli sentiva delle servili dottrine della università d’Oxford. Detestava l’Alleanza Francese: disapprovava il lungo indugio a convocare il Parlamento: dolevasi della severità con che la parte vinta era trattata. Egli che, mentre predominavano i Whig, erasi rischiato a dichiarare Stafford non reo, rischiossi, mentre essi erano vinti e derelitti, ad intercedere a pro’ di Russell. In uno degli ultimi Consigli tenuti da Carlo, segui una notabilissima scena. Lo Statuto di Massachusetts era stato confiscato. Sorse questione sul modo in che verrebbe per lo avvenire governata quella colonia. Opinavano quasi tutti i consiglieri, che l’intero potere legislativo ed esecutivo dovesse rimanere nella mani del principe. Halifax opinò diversamente, e ragionò con gran vigoria d’argomenti contro la monarchia assoluta, e a favore del governo rappresentativo. Era inutile, diceva egli, il pensare che una popolazione, uscita dalla razza inglese, ed animata da sentimenti inglesi, volesse lungamente tollerare di rimaner priva d’istituzioni inglesi. A che gioverebbe, egli esclamava, vivere in un paese dove la libertà e gli averi fossero soggetti allo arbitrio di un despota? Il Duca di York infiammossi di collera a siffatte parole, e mostrò al fratello il pericolo di mantenere in ufficio un uomo che sembrava infetto delle pessime idee di Marvell e di Sidney.

Taluni moderni scrittori hanno biasimato Halifax per essere rimasto nel Ministero, mentre disapprovava il modo cui gli affari interni ed esterni erano condotti. Ma tale biasimo è ingiusto. Ed è da notarsi che la parola Ministero, nel senso in che oggi si usa, era allora sconosciuta.[26] La cosa stessa non esisteva, perocchè essa appartiene ad una età in cui il governo parlamentare è pienamente stabilito. Ai dì nostri, i principali servitori della Corona formano un solo corpo. S’intende ch’essi siano in termini di amichevole fiducia fra loro, e concordino intorno ai principii massimi che debbono dirigere il potere esecutivo. Se sorge fra loro una lieve differenza d’opinione, agevolmente patteggiano; ma, ove uno di loro diverga dagli altri sopra un punto vitale, è suo debito rinunciare all’ufficio. Finchè egli lo ritiene, è considerato come responsabile anche degli atti che si è studiato d’impedire. Nel secolo decimosettimo, i capi de’ vari dipartimenti dell’amministrazione non erano siffattamente vincolati. Ciascuno di loro doveva rendere conto degli atti propri, dell’uso ch’ei faceva del suo sigillo ufficiale, de’ documenti cui apponeva la propria firma, de’ consigli che dava al Re. Nessun uomo di Stato era tenuto responsabile di ciò ch’egli non aveva fatto, nè indotto altri a fare. S’egli aveva cura di non essere partecipe di ciò che era ingiusto, e se, consultato, commendava soltanto ciò ch’era giusto, andava scevro di biasimo. Sarebbe stato considerato come un suo strano scrupolo lo abbandonare il posto, ove il suo signore non seguisse il consiglio di lui in cose che non fossero strettamente pertinenti al suo dipartimento: lasciare, per modo d’esempio, lo Ammiragliato, perchè le finanze trovavansi disordinate; o il Tesoro, perchè le relazioni del Regno con le Potenze straniere erano in condizioni poco soddisfacenti. Non era, perciò, cosa affatto insolita il vedere negli alti uffici in un tempo medesimo uomini che apertamente differissero, l’uno dall’altro, in opinione, come Pultenay differiva da Walpole, o Fox da Pitt.

LXIV. I consigli moderati e costituzionali di Halifax furono timidamente e debolmente secondati da Francesco North, Lord Guildford, che di recente era stato fatto Guardasigilli. Il carattere di Guildford è stato disegnato ampiamente da suo fratello Ruggiero North, intollerantissimo Tory, e scrittore molto affettato e pedante; ma vigile osservatore di tutte quelle minuzie che gettano luce sulle inclinazioni degli uomini. È da notarsi che il biografo, quantunque sottostasse alla influenza della più forte parzialità fraterna, e comunque desiderasse pennelleggiare un lusinghiero ritratto, non potè ritrarre il Lord Guardasigilli altramente che come il più ignobile degli uomini. Nondimeno, Guildford aveva lucido intelletto, grande arte, buon corredo di lettere e di scienze, e moltissima dottrina legale. I suoi difetti erano l’egoismo, la codardia e la bassezza. Non era insensibile alla magia della beltà femminile, nè aborriva dallo eccesso nel vino. E nulladimeno, nè vino nè beltà poterono mai spingere il cauto e frugale libertino, anche negli anni suoi giovanili, ad un solo slancio di generosità indiscreta. Benchè fosse di nobile lignaggio, elevossi nella propria professione tributando omaggi ignominiosi a tutti coloro che avevano influenza nelle Corti. Divenne Capo Giudice dei Piati Comuni, e come tale fu parte ne’ più iniqui assassinii giuridici di cui si serbi ricordo nella storia nostra. Egli aveva senno bastevole a discernere fino da principio che Oates e Bedloe erano impostori: ma il Parlamento e il paese erano grandemente eccitati; il Governo aveva ceduto alla pressura; e North non era uomo da porre a repentaglio, per amore della giustizia e dell’umanità, un buon posto. Per la qual cosa, mentre in secreto scriveva una confutazione del romanzo della Congiura papale, dichiarava in pubblico la storiella essere vera e chiara come la luce del sole; e non vergognò d’imporre dal seggio della giustizia agli sventurati Cattolici Romani, i quali gli stavano dinanzi incolpati di delitti capitali. Finalmente, era pervenuto a conseguire il più alto ufficio nelle Leggi. Ma un legale, che dopo di essere stato per molti anni tutto dedito allo esercizio della propria professione, si volga alla politica per la prima volta in età avanzata, rade volte riesce insigne uomo di Stato; e Guildford non fa eccezione a questa regola generale. Sentiva tanto la propria dappocaggine, che non intervenne mai alle adunanze de’ colleghi intorno agli affari esteri. Anche nelle questioni concernenti la sua professione, le opinioni sue erano di meno peso in Consiglio, che quelle di chiunque abbia mai tenuto il Gran Sigillo. Nondimeno, quella tal quale influenza ch’egli esercitava, adoperò, fin dove osava di farlo, a favore delle leggi.

Il principale avversario di Halifax era Lorenzo Hyde, che era stato, poco innanzi, creato Conte di Rochester. Tra tutti i Tory, Rochester era il più intollerante e contrario ad ogni accordo. I membri moderati del suo partito dolevansi che tutti gli uffici del Tesoro, mentre egli ne era Primo Commissario, venissero concessi agli zelanti, i cui soli diritti ad essere promossi consistevano nel bere a confusione de’ Whig, e nell’accendere fuochi di gioia e bruciarvi la Legge d’Esclusione. Il Duca di York, satisfatto di uno spirito che tanto gli somigliava, sosteneva con passione ed ostinazione il proprio cognato.

I tentativi che i Ministri rivali facevano a vincersi e supplantarsi scambievolmente, tenevano perennemente agitata la Corte. Halifax instava presso il Re perchè convocasse il Parlamento, a concedere una generale amnistia, a privare il Duca di York d’ogni partecipazione al Governo, a richiamare Monmouth dallo esilio, a romperla con Luigi, ed a stringere l’unione con la Olanda, giusta i principii della Triplice Alleanza. Il Duca di York, dall’altro canto, temeva lo adunarsi del Parlamento, abborriva i vinti Whig con tenace rancore, sperava tuttavia che il disegno formato quattordici anni innanzi in Dover potesse mandarsi ad esecuzione, mostrava ogni giorno al proprio fratello la inconvenevolezza di patire che un uomo il quale in cuore era repubblicano tenesse il Gran Sigillo, e proponeva calorosamente Rochester come adattato al grande ufficio di Lord Tesoriere.

Mentre le due fazioni si travagliavano, Godolphin, cauto, tacito, laborioso, tenevasi neutrale fra quelle. Sunderland, con la sua solita irrequieta perfidia, intrigava contro ambedue. Era stato cacciato d’ufficio per avere votato in favore della Legge d’Esclusione, ma era stato ribenedetto mercè i buoni uffici della Duchessa di Portsmouth e lo strisciarsi attorno al Duca di York, ed era di nuovo Segretario di Stato.

LXV. Nè Luigi rimaneva spensierato o inoperoso. Ogni cosa allora correva prospera ai suoi disegni. Non aveva nulla a temere dallo Impero Germanico, che allora pugnava contro i Turchi sul Danubio. La Olanda, priva dell’altrui sostegno, non poteva rischiarsi ad avversarlo. Era, quindi, libero di appagare la propria sfrenata ambizione ed insolenza. S’impossessò di Dixmude e di Courtray: mitragliò Lussemburgo: volle che la Repubblica di Genova si prostrasse umiliata ai suoi piedi. La potenza francese in quel tempo era giunta al grado più alto al quale mai, o prima o poi, si elevasse ne’ dieci secoli che dividono il regno di Carlomagno da quello di Napoleone. Non era facile il dire dove si sarebbe fermato, se gli fosse riuscito di tenere la sola Inghilterra in istato di vassallaggio. Il primo scopo della Corte di Versailles, quindi, era quello d’impedire la convocazione del Parlamento, e la concordia dei partiti inglesi. A ciò fare, fu larghissima di doni, di promesse, di minacce. Carlo talvolta era sedotto dalla speranza d’un sussidio, e tal’altra spaventato da chi gli ripeteva, che, convocando le Camere, gli articoli secreti del trattato di Dover verrebbero divulgati. Parecchi Consiglieri vennero comprati; e tentossi anche, ma indarno, di comprare Halifax. Trovatolo incorruttibile, la Legazione Francese adoperò ogni arte ed influenza a farlo sloggiare dall’ufficio; ma il suo spirito squisito e le sue rare doti lo avevano reso così caro al proprio signore, che il disegno della Francia andò in fallo.[27]