Era tale il carattere ordinario di coloro che allora chiamavansi capitani gentiluomini. Mescolati con essi trovavansi, avventuratamente per la patria nostra, comandanti navali di diversa specie; uomini che avevano passata la vita sulle acque, e che avevano lavorato, e dagli infimi uffici del cassero erano pervenuti ai gradi ed alle onorificenze. Uno de’ più eminenti fra questi ufficiali, fu Sir Cristoforo Mings, il quale cominciò a servire come ragazzo da camerino, cadde valorosamente combattendo contra gli Olandesi, e fu dalla sua ciurma, che lo piangeva e giurava di vendicarlo, trasportato alla sepoltura. Da lui discese, per via singolarissima, una linea di strenui ed esperti uomini di mare. Il ragazzo del suo camerino fu Sir Giovanni Narborough, e il ragazzo del camerino di Sir Giovanni Narborough fu Sir Cloudesley Shovel. Al vigoroso buon senso naturale, e all’indomito coraggio di questa classe d’uomini, l’Inghilterra serba un debito che non dimenticherà mai. Cotesti animi fermi, malgrado la mala amministrazione e i falli degli ammiragli cortigiani, furono quelli che protessero le nostre coste, e mantennero rispettata la nostra bandiera per molti anni di turbolenze e di pericoli. Ma a un cittadino cotesti veri marinai parevano una razza d’uomini mezzo selvaggi. Tutto il loro sapere limitavasi alle cose della professione loro, ed era più pratico che scientifico. Fuori del loro elemento, erano semplici a guisa di fanciulli. Ruvido era il loro portamento; nella loro stessa buona indole era rozzezza; e la loro favella, qualvolta usciva dal frasario nautico, comunemente abbondava di giuramenti e di maledizioni. Tali erano i capi, nella cui rozza scuola formaronsi quei robusti guerrieri i quali a Smollet, nella età susseguente, servirono da modelli per ritrarre il Luogotenente Bowling e il Comodoro Trunnion. Ma non sembra che al servizio degli Stuardi vi fosse nè anche un ufficiale di marina quale, secondo le idee de’ nostri tempi, dovrebbe essere: vale a dire, un uomo versato nella teorica e nella pratica della propria arte, indurito ai pericoli della pugna e della tempesta, e, nondimeno, adorno di cultura intellettuale e di modi gentili. V’erano gentiluomini, ed eranvi marinai nella flotta di Carlo II; ma questi non erano gentiluomini, e quelli non erano marinai.

La marina inglese di quel tempo, secondo i più esatti computi che sono fino a noi pervenuti, si sarebbe potuta mantenere in attività con trecento ottanta mila lire sterline annue. Quattrocento mila sterline l’anno era la somma che spendevasi: ma, come abbiamo veduto, si spendeva male. Il costo della marina francese era pressochè lo stesso, e considerevolmente maggiore quello della olandese.[50]

VII. La spesa dell’artiglieria in Inghilterra nel secolo decimosettimo, paragonata agli altri carichi militari e marittimi, era molto minore di quello che sia nell’età nostra. Nella maggior parte dei presidii v’erano parecchi cannonieri, e qua e là, in qualche posto d’importanza, un ingegnere. Ma non eravi reggimento d’artiglieria; non brigate di zappatori o di minatori; non collegio, in cui i giovani soldati potessero imparare la parte scientifica dell’arte della guerra. La difficoltà di muovere i pezzi da campagna era estrema. Allorquando, pochi anni dopo, Guglielmo marciò da Devonshire a Londra, l’apparecchio che trasportava seco, quantunque fosse simile a quello che da lungo tempo si era sempre usato nel continente, e tale che oggi verrebbe considerato in Woolwich rozzo e impaccioso, svegliò nei nostri antenati una maraviglia somigliante a quella che negli Indiani dell’America produssero gli archibugi dei Castigliani. La provvista di polvere che tenevasi nei forti e negli arsenali inglesi, veniva con orgoglio rammentata dagli scrittori patriottici come cosa da incutere spavento alle nazioni vicine. Ascendeva a mille e quattrocento o cinquecento barili; quasi un dodicesimo della quantità che oggimai si reputa necessario di tenere sempre accumulata. La spesa, sotto titolo di artiglieria, era a un di presso poco più di sessanta mila lire sterline annue.[51]

VIII. Tutta la spesa effettiva dell’armata, della marina, e dell’artiglieria, ascendeva a circa settecento cinquanta mila lire sterline. La spesa non effettiva, che adesso è parte gravosa de’ pubblici carichi, mal si direbbe che esistesse. Un piccolissimo numero d’ufficiali marittimi, che non erano impiegati nel pubblico servizio, avevano mezza paga. Nessun luogotenente era nella lista, e nessun capitano che non avesse comandato un vascello di prima o di seconda classe. E siccome lo Stato allora possedeva soli diciassette vascelli di prima e di seconda classe che fossero stati in attività, e siccome gran numero degli individui che avevano comandato quei legni, occupavano buoni impieghi sul littorale, la spesa sotto cotesto titolo doveva essere veramente lieve.[52] In ciascuna armata, la mezza paga davasi come una concessione speciale e temporanea a un piccolo numero d’ ufficiali che appartenevano a due reggimenti che avevano peculiare situazione.[53] Lo spedale di Greenwich non era fondato; quello di Chelsea stavasi edificando: ma alla spesa di tale istituzione provvedevasi, in parte, con una deduzione dalla paga delle truppe; in parte, per mezzo di soscrizioni private. Il re promise di contribuire per venti mila sterline alle spese di fabbrica, e per cinquemila l’anno al mantenimento degl’invalidi.[54] Non era parte del sistema che vi fossero esterni. La intera spesa non effettiva, militare e navale, appena poteva sorpassare dieci mila sterline annue. Oggi supera dieci mila lire il giorno.

IX. Alle spese del governo civile, la Corona contribuiva solo in piccola parte. Il maggior numero de’ funzionari, l’ufficio de’ quali era quello d’ amministrare la giustizia e serbare l’ordine, o prestavano gratuitamente i loro servigi al pubblico, o erano rimunerati in modo da non cagionare nessun vuoto nella rendita dello Stato. Gli sceriffi, i gonfalonieri, gli aldermanni delle città, i gentiluomini di provincia che erano commissarii di pace, i capi de’ borghi, i ricevitori e i piccoli constabili, al Re non costavano nulla. Le corti superiori di giustizia, principalmente, mantenevansi con le tasse giudiciali.

Le nostre relazioni con le Corti straniere erano condotte con estrema economia. Il solo agente diplomatico che avesse titolo d’ambasciatore, era quello di Costantinopoli, e veniva in parte mantenuto dalla Compagnia della Turchia. Anche alla Corte di Versailles l’Inghilterra teneva soltanto un inviato; e non ne aveva di nessuna specie presso le Corti di Spagna, di Svezia e di Danimarca. La intiera spesa, sotto questo titolo, nell’ultimo anno del regno di Carlo II, non poteva sorpassare di molto le ventimila lire sterline.[55]

X. Questa frugalità non era punto degna di lode. Carlo, secondo suo costume, era avaro e prodigo a sproposito. Gl’impiegati morivano di fame, affinchè i cortigiani ingrassassero. Le spese della marina, dell’artiglieria, delle pensioni assegnate ai vecchi ufficiali bisognosi, delle legazioni alle Corti straniere, debbono sembrare lievi agli uomini della presente generazione. Ma i favoriti del sovrano, i suoi ministri e le loro creature, satollavansi della pubblica pecunia. Le paghe e pensioni loro, agguagliate alle entrate dei nobili, dei gentiluomini, degli esercenti professioni o commerci in quel tempo, sembreranno enormi. La rendita annua dei più grossi possidenti del Regno, in allora di poco eccedeva le ventimila lire sterline. Il Duca di Ormond non aveva se non ventiduemila sterline l’anno.[56] Il Duca di Buckingham, prima che con le sue stravaganze rovinasse il proprio patrimonio, aveva diciannovemila sterline annue.[57] Giorgio Monk, Duca di Albemarle, il quale era stato per i suoi insigni servigi rimunerato con immense concessioni di terre pertinenti alla Corona, ed era famoso per cupidigia e parsimonia, lasciò quindicimila lire sterline l’anno in beni fondi, e sessantamila lire in danari, che probabilmente rendevano il sette per cento.[58] Questi tre duchi erano reputati i più ricchi sudditi inglesi. Lo arcivescovo di Canterbury appena poteva avere cinquemila sterline annue.[59] La rendita media di un Pari secolare estimavasi, da uomini i meglio informati, a circa tremila sterline; quella d’un baronetto, a novecento; quella di un membro della Camera de’ Comuni, a meno di ottocento l’anno.[60] Mille lire sterline annue reputavansi una grossa rendita per un avvocato. Duemila l’anno appena potevano guadagnarsi nella Corte del Banco del Re, tranne dai legali della Corona.[61] È quindi manifesto che un ufficiale era ben pagato, quando riceveva un quarto o un quinto di ciò che oggi sarebbe un giusto stipendio. Di fatto, nondimeno, gli stipendi degli alti impiegati erano grossi come sono oggi, e non di rado maggiori. Il Lord Tesoriere, a modo d’esempio, aveva ottomila sterline l’anno; e qualvolta il Tesoro era in commissione, ciascuno dei Lordi più giovani aveva mille e seicento sterline annue. Il pagatore delle milizie aveva un tanto per lira sterlina—il che ascendeva ad una somma di cinquemila sterline l’anno—di tutto il danaro che passava per le sue mani. L’ufficiale, detto Groom of the Stole, aveva cinquemila sterline annue; ciascuno dei Commissari delle Dogane mille e duecento; i regi ciamberlani mille.[62] Nonostante, la paga ordinaria era la parte minore dei guadagni di un impiegato di quel tempo. Cominciando dai nobili che tenevano il bastone bianco e il gran sigillo, fino al più basso doganiere o stazzatore, ciò che oggi si chiamerebbe enorme corruzione praticavasi senza maschera e senza rimprovero. Di titoli, uffici, commissioni, grazie, facevano apertamente mercato i grandi dignitarii del reame; ed ogni scrivano, in ogni dipartimento, imitava, come meglio potesse, quel pessimo esempio.

Nel secolo decorso, nessun primo ministro, comunque potente, era divenuto ricco per ragione d’ufficio; e parecchi ministri distrussero il proprio patrimonio per sostenere il loro alto grado. Nel secolo decimosettimo, un uomo di Stato, quando era a capo degli affari, poteva agevolmente e senza scandalo accumulare in tempo non lungo una ricchezza ampiamente bastevole al mantenimento di un duca. Egli è probabile che la rendita del primo ministro, finchè teneva in mano il potere, eccedesse quella di qualsivoglia altro suddito. Il posto di Lord Luogotenente d’Irlanda, supponevasi fruttasse quaranta mila sterline l’anno.[63] I guadagni del Cancelliere Clarendon, di Arlington, di Lauderdale e di Danby, furono enormi. Il palazzo sontuoso al quale la plebe di Londra appiccò il soprannome di Casa di Dunkerque, i magnifici padiglioni, le pescaie, le foreste popolate di cervi, i giardini d’aranci di Euston, il lusso più che italiano di Ham, con le sue statue, fontane, uccelliere, erano argomenti che additavano quale fosse la via più breve per arrivare ad una sterminata opulenza. Ciò spiega la violenza senza scrupoli, con che gli uomini di Stato di que’ giorni lottavano per conseguire gli uffici; la tenacità con cui, malgrado le molestie, le umiliazioni e i pericoli, vi si appigliavano; e le compiacenze scandalose alle quali abbassavansi per conservarli. Perfino nell’età nostra, comunque formidabile sia la potenza della pubblica opinione, e in alto posta la laude d’integrità, vi sarebbe risico grande di un infausto cangiamento nel carattere dei nostri uomini pubblici, se l’ufficio di Primo Lord del Tesoro o di Segretario di Stato fruttasse cento mila lire sterline l’anno. È insigne ventura per la patria nostra, che gli emolumenti de’ più alti funzionarii non solo non siano cresciuti in paragone del generale accrescimento della nostra opulenza, ma siano positivamente scemati.

XI. È cosa strana, e a prima vista parrebbe spaventevole, che la somma levata in Inghilterra per mezzo delle tasse, siasi, in un periodo di tempo che non eccede il corso di due lunghe vite, aumentata di trenta volte. Ma coloro che si sgomentano dello accrescimento delle pubbliche gravezze, potrebbero forse rassicurarsi ove considerassero quello de’ mezzi pubblici. Nel 1685, il valore de’ prodotti del suolo eccedeva il valore di tutti gli altri prodotti della industria umana: nonostante, l’agricoltura era in quelle condizioni che ai dì nostri la farebbero chiamare rozza ed imperfetta. Gli aritmetici politici di quell’età supponevano che la terra arabile, e quella adatta al pascolo, occupassero poco più della metà di tutta la estensione del paese.[64] Credevano che il rimanente fosse tutto paludi, foreste e rocce. Cotesti computi vengono fortemente confermati dagli Itinerarii e dalle Carte geografiche del secolo diciassettesimo. Da tali libri e Carte raccogliesi, senza alcun dubbio, che molte strade, le quali adesso traversano un numero infinito di pometi, di campi da fieno e da fave, allora passavano traverso a scopeti, macchie e pantani.[65] Nei paesaggi inglesi disegnati in que’ tempi per il Granduca Cosimo, appena si vede una siepe d’alberi; e numerosi tratti di terra, ora rigogliosi per coltivazione, appariscono ignudi come il Piano di Salisbury.[66] In Enfield, donde è quasi visibile il fumo della capitale, eravi una regione di venticinque miglia di circuito, che conteneva solo tre case, e quasi nessun campo chiuso. Ivi i cervi, liberi come in una foresta d’America, erravano a migliaia.[67] È da notarsi che i grossi animali selvaggi erano allora molto più numerosi che adesso. Gli ultimi cignali che mantenevansi per le cacce del Re, e lasciavansi devastare la terra coltivata, erano stati uccisi dagli esasperati villani, mentre infuriava la licenza della guerra civile. L’ultimo lupo che vagasse per la nostra isola, era stato ammazzato in Iscozia, poco tempo innanzi la fine del regno di Carlo II. Ma molte specie, adesso estinte o rare, di quadrupedi e di volatili, erano allora comuni. La volpe, la cui vita in molte Contee è tenuta sacra quasi quanto quella d’una creatura umana, era considerata come bestia nociva. Oliviero Saint John disse al Lungo Parlamento, che Strafford dovevasi considerare non come un cervo o una lepre, da trattarsi con un certo riguardo, ma come una volpe, che doveva afferrarsi con ogni mezzo, e schiacciarlesi la testa senza pietà. Questo esempio non sarebbe piacevole, ove fosse applicato ai gentiluomini di provincia de’ nostri tempi: ma in quei di Saint John vi erano non rade volte grandi stragi di volpi, alle quali i contadini correvano in folla con tutti i cani che potessero raccogliere, usavano trappole e reti, non davano quartiere; e l’uccidere una volpe gravida consideravasi come azione meritevole della gratitudine del vicinato. I daini rossi erano allora tanto comuni nelle Contee di Gloucester e di Hamp, come oggi lo sono in Grampian Hills. La Regina Anna, viaggiando a Portsmouth, ne vide un branco non minore di cinquecento. Il toro selvatico con la sua bianca criniera, errava tuttavia in poche foreste delle contrade meridionali. Il tasso faceva il suo buio e tortuoso foro in ogni collina folta di fratte e d’arbusti. I gatti selvaggi udivansi di notte mugolare presso le case de’ guarda-caccia di Wittlebury e di Needwood. La martora dal fulvo petto, era ancora inseguita in Cranbourne Chase per la sua pelle, estimata inferiore soltanto a quella del zibellino. Le aquile di padule, che dalla punta d’un’ala a quella dell’altra avevano una lunghezza di nove e più piedi, davano la caccia ai pesci lungo la costa di Norfolk. Per tutti i piani, dal Canale Britannico fino alla Contea di York, grosse ottarde erravano a branchi di cinquanta o sessanta, e spesso i cacciatori lanciavano dietro essi i cani levrieri. Le maremme delle Contee di Cambridge e di Lincoln rimanevano per alcuni mesi dell’anno coperte da immense torme di gru. Il progresso dell’agricoltura ha estirpate parecchie di queste razze d’animali. Di altre, gl’individui sono talmente divenuti rari, che gli uomini si affollano a mirarne qualcuno, come farebbero d’una tigre del Bengal o d’un orso delle contrade polari.[68]