Il progresso di questo grande mutamento non può altrove meglio rintracciarsi, che nel Libro degli Statuti. Il numero degli atti di chiusure, o partizioni di terre non coltivate, fatti dopo lo avvenimento di Giorgio II al trono, sorpassa quattro mila. Lo spazio ripartito per virtù di questi atti, eccede, calcolando moderatamente, dieci mila miglia quadrate. Quante miglia quadrate di terra che per innanzi non era coltivata, sono state, nel medesimo periodo, cinte di siepi e lavorate dai proprietari, senza ricorrere agli atti della legislatura, può solamente conghietturarsi. Ma pare molto probabile che una quarta parte dell’Inghilterra, in poco più di cento anni, di deserto, quale era, sia stata trasformata in giardino.
Anche in que’ luoghi dell’isola che alla fine del regno di Carlo II erano i meglio coltivati, il modo di lavorare la terra, quantunque si perfezionasse molto dopo la guerra civile, non era, quale oggidì si chiamerebbe giudizioso. Finora l’autorità pubblica non ha fatto nessun passo efficace per indagare qual sia veramente il prodotto del suolo inglese. È quindi mestieri che lo storico segua, non senza sospetto, quegli scrittori di statistica che godono sopra gli altri fama di fedeli e diligenti. Oggimai si crede che un ricolto medio di grano, segala, orzo, avena e fave, ecceda di molto trenta milioni di sacca.[69] Il ricolto del grano verrebbe reputato cattivo, se non fosse maggiore di dodici milioni di sacca. Secondo i calcoli fatti nel 1696 da Gregorio King, l’intera quantità di grano, segala, orzo, avena e fave, che allora produceva annualmente il Regno, era qualche cosa meno di dieci milioni di sacca. Egli stimava il grano, che allora coltivavasi nei terreni più forti, e consumavasi soltanto dagli uomini agiati, non fosse meno di due milioni di sacca. Carlo Davenant, politico sottile e bene informato, quantunque affatto privo di principii morali ed astioso, differiva da King rispetto ad alcuni punti del calcolo, ma riusciva alle stesse conclusioni generali.[70]
Lo avvicendare delle seminagioni, era imperfettamente conosciuto. Sapevasi, a dir vero, che alcuni vegetabili, di recente introdotti nella nostra isola, in ispecie la rapa, apprestavano buon nutrimento in tempo di verno alle pecore e ai buoi; ma non era anche uso di nutrire in quel modo gli animali. Non era, dunque, facile serbarli vivi nella stagione in cui l’erba scarseggia. Uccidevansi e salavansi in gran numero appena incominciato il freddo; e per parecchi mesi, nè anche i gentiluomini gustavano quasi mai cibo animale fresco, tranne caccia e pesci di fiume, che, per conseguenza, nelle provvisioni domestiche erano cose più importanti che non sono ne’ tempi presenti. Raccogliesi dal Libro di Famiglia di Northumberland, come nel regno di Enrico VII, anche i gentiluomini addetti ai servigi di un gran conte, non mangiassero mai carne fresca, tranne per breve intervallo di tempo, da mezza state al dì di San Michele. Ma nel corso di due secoli era seguito un miglioramento; e, regnante Carlo II, non prima della fine di novembre le famiglie facevano le loro provvisioni di carne salata, che allora chiamavasi bove di San Martino.[71]
Le pecore e i buoi di quel tempo erano piccoli in paragone di quelli che adesso si vedono ne’ nostri mercati.[72] I nostri cavalli indigeni, quantunque adatti ai servigi, erano tenuti in poca stima e vendevansi a basso prezzo. Coloro che hanno meglio estimata la ricchezza nazionale, credono che, su per giù, non valessero più di cinquanta scellini ciascuno. Le razze forestiere venivano grandemente preferite. I giannetti spagnuoli erano considerati come i migliori cavalli di battaglia, ed importati fra noi per usi di lusso e di guerra. I cocchi dell’aristocrazia venivano tirati da cavalle fiamminghe, le quali, conforme credevasi, trattavano con grazia particolare, e reggevano, meglio che le altre bestie cresciute nell’isola nostra, alla fatica di trascinare un pesante equipaggio sopra i ruvidi selciati di Londra. Nè i moderni cavalli da carrozza, nè quelli da corsa conoscevansi a que’ tempi. Assai dopo, i progenitori de’ giganteschi quadrupedi che tutti gli stranieri annoverano fra le principali maraviglie di Londra, furono importati dalle maremme di Walcheren, e i progenitori di Childers e di Eclipse dalle sabbie dell’Arabia. Ciò non ostante, già esisteva fra i nostri nobili e gentiluomini la passione delle corse. La importanza di migliorare le nostre razze col mescolamento di nuovo sangue, era fortemente sentita; ed a tale scopo, si fece venire nel nostro paese un numero considerevole di barberi. Due uomini altamente reputati in siffatte materie, voglio dire il Duca di Newcastle e Sir Giovanni Fenwick, affermarono che il più spregevole cavallo di Tangeri avrebbe prodotta una razza assai più bella, di quel che si fosse potuto sperare dal migliore stallone delle nostre razze natie. Non avrebbero agevolmente creduto che giungerebbe un tempo in cui i principi e i nobili degli Stati vicini dovessero ricercare i cavalli d’Inghilterra, come gl’Inglesi avevano ricercati quelli di Barberia.[73]
XII. Lo accrescimento de’ prodotti vegetabili ed animali, benchè fosse grande, sembra piccolo in paragone di quello della nostra ricchezza minerale. Nel 1685, lo stagno di Cornwall, che due mila e più anni innanzi aveva attirate le navi di Tiro oltre le Colonne di Ercole, era tuttavia uno de’ più valevoli prodotti sotterranei dell’isola. La quantità che annualmente se ne estraeva dalla terra, ascendeva, alcuni anni dopo, a mille e seicento tonnellate; probabilmente circa il terzo di quanto oggidì se n’estrae.[74] Ma le vene di rame, che trovansi nella medesima regione, erano, a tempo di Carlo II, onninamente neglette, nè alcun possidente di terra ne teneva conto nell’estimo de’ suoi poderi. Cornwall e Galles ora rendono circa quindicimila tonnellate di rame l’anno, che valgono pressochè un milione e mezzo di lire sterline; cioè quanto dire circa il doppio del prodotto annuo di tutte le miniere inglesi, di qualunque specie si fossero, nel secolo diciassettesimo.[75] Il primo strato di sale minerale era stato scoperto, non molto tempo dopo la Restaurazione, in Cheshire; ma non pare che in quell’età vi si lavorasse. Il sale che estraevasi dalle fosse marine, non era molto stimato. Le caldaie in cui manifatturavasi, esalavano un puzzo sulfureo; e lasciatosi affatto svaporare, la sostanza che ne rimaneva, era appena adatta ad usarsi nei cibi. I medici ascrivevano a cotesto malsano condimento le infermità scorbutiche e polmonari, allora comuni fra gl’Inglesi. Di rado, quindi, ne facevano uso le classi alte e le medie; ed il buon sale veniva trasportato regolarmente, e in quantità considerevole, dalla Francia in Inghilterra. Oggimai, le nostre sorgenti e miniere non solo bastano ai nostri immensi bisogni, ma mandano annualmente ai paesi stranieri più di settecento milioni di libbre di eccellente sale.[76]
D’assai maggiore importanza è stato il miglioramento de’ nostri lavori di ferro. Tali lavori esistevano da lungo tempo nell’isola nostra, ma non avevano prosperato, e non erano guardati di buon occhio dal Governo e dal pubblico. Non costumavasi allora di adoperare il carbone fossile per fondere i minerali; e la rapida consumazione delle legna recava timore agli uomini politici. Regnante Elisabetta, vi erano stati lamenti, vedendosi intere foreste cadere sotto la scure per nutrimento delle fornaci; ed il Parlamento aveva inibito ai manifattori di bruciare legna. Le manifatture quindi languirono. Verso la fine del regno di Carlo II, gran parte del ferro che adoperavasi nel paese, vi era importato di fuori, e tutta la quantità che se ne faceva tra noi, sembra che non eccedesse dieci mila tonnellate. Ai dì nostri il traffico si reputa in pessima condizione se il prodotto annuo è minore di un milione di tonnellate.[77]
Rimane a ricordare un minerale forse più importante del ferro stesso. Il carbon fossile, comecchè pochissimo usato in ogni specie di manifattura, era già il combustibile ordinario in alcuni distretti che avevano la ventura di possederne grandi strati, e nella metropoli, alla quale poteva essere agevolmente trasportato per mare. E’ sembra ragionevole il credere, che almeno mezza la quantità che allora se n’estraeva, consumavasi in Londra. Il consumo di Londra agli scrittori di quell’età sembrava enorme, e spesso ne facevano ricordo come prova della grandezza della città capitale. Non isperavano quasi d’essere creduti, quando affermavano che duecento ottanta mila caldroni,[78] ovvero circa trecento cinquanta mila tonnellate, nell’ultimo anno del regno di Carlo II, furono trasportati al Tamigi. Adesso, la metropoli ne consuma a un di presso tre milioni e mezzo l’anno; e l’intero prodotto annuo, non può, computando moderatamente, estimarsi a meno di trenta milioni di tonnellate.[79]
XIII. Mentre cosiffatti grandi mutamenti progredivano, la rendita della terra, come era da aspettarsi, veniva sempre crescendo. In alcuni distretti si è moltiplicata fino al decuplo: in altri si è solo raddoppiata: facendo un computo generale, potrebbe affermarsi che si è quadruplicata.
Gran parte della rendita era divisa fra i gentiluomini di provincia, che formavano una classe di persone, delle quali la posizione e il carattere giova moltissimo chiaramente intendere; poichè la influenza e le passioni loro, in diverse occasioni di grave momento, decisero delle sorti della nazione.