Nulla esprime tanto l’indole de’ tempi, quanto la cura che si dànno i poeti a porre sulle labbra delle donne i loro versi più licenziosi. I componimenti dove più regnava la licenza, erano gli epiloghi, i quali venivano quasi sempre recitati dalle più favorite attrici; e nulla al depravato uditorio piaceva come il vedere una bella fanciulla, che supponevasi non avere per anche perduto il fiore della innocenza, recitare versi grossolanamente indecenti.[181]
Il nostro teatro in que’ tempi andava debitore di molti intrecci e caratteri alla Spagna, alla Francia e ai vecchi scrittori inglesi: ma qualunque soggetto i nostri drammaturgi toccassero, lo deturpavano. Nelle loro imitazioni, le case de’ robusti ed animosi gentiluomini castigliani immaginate da Calderon, diventavano porcili di vizio, la Viola di Shakespeare una mezzana, il Misantropo di Molière un rapitore di donne, e l’Agnese del medesimo un’adultera. Ogni cosa, per quanto fosse pura o eroica, diveniva corrotta ed ignobile, passando in quegl’ignobili e corrotti cervelli.
Tali erano le condizioni del dramma, il quale, tra le produzioni della amena letteratura, era quella da cui il poeta aveva maggiore probabilità di guadagnare da vivere. La vendita dei libri era così poca, che un ingegno di grandissima fama poteva sperare una scarsa ricompensa dalla proprietà letteraria della miglior produzione. Non vi può esser esempio più convincente, della sorte delle Favole di Dryden, che furono l’ultima delle sue opere. Questo volume vide la luce allorquando egli veniva universalmente stimato come il maggiore de’ poeti inglesi viventi. Contiene circa dodici mila versi. La verseggiatura è maravigliosa; pieni di vita i racconti e le descrizioni. Fino ai nostri giorni, Palamone ed Arcita, Cimone ed Ifigenia, Teodoro ed Onoria formano il diletto de’ critici e degli scolari. La raccolta contiene anche il Festino d’Alessandro, che è la più bella ode della nostra lingua. Perchè cedesse la proprietà letteraria, Dryden ricevè duecento cinquanta lire sterline; somma minore di quella con che ai dì nostri talvolta sono stati pagati due soli articoli da giornale.[182] Nè sembra che ciò fosse un cattivo negozio; imperocchè assai lenta fu la vendita del libro, sì che non fu necessario farne una seconda edizione, se non dieci anni dopo che il poeta giaceva dentro il sepolcro. Scrivendo per la scena, era possibile avere maggiori guadagni con molto minore fatica. A Southern, un solo dramma fruttò settecento lire sterline.[183] Otway, dalla mendicità alzossi ad agiatezza temporanea, per il prospero successo del suo Don Carlos.[184] Shadwell guadagnò cento trenta sterline in una sola rappresentazione dello Scudiero d’Alsazia.[185] Per la qual cosa, chiunque aveva mestieri di procacciarsi da vivere col lavoro dell’ingegno, scriveva drammi, quand’anche la natura non gli avesse data attitudine all’arte. Tale fu il caso di Dryden. Come poeta satirico rivaleggia con Giovenale. Nella poesia didascalica, scrivendo con cura e meditazione, avrebbe forse contesa la palma a Lucrezio. Tra i poeti lirici, ove non voglia reputarsi il più sublime, è il più brillante ed animato. Ma la natura, che gli era stata di molte altre insigni doti larghissima, gli aveva negato lo ingegno drammatico. Nondimeno, egli consumò tutta l’energia de’ suoi anni migliori a scrivere drammi. Aveva sì retto giudizio da accorgersi che difettava della facoltà di dipingere i caratteri per mezzo del dialogo. Ei fece ogni sforzo per nascondere tale difetto, ora con inattesi e piacevoli incidenti, ora con la vigorosa declamazione, talvolta coll’armonia del numero, tal’altra con la licenza bene in accordo col gusto d’una profana e licenziosa platea. Ma non ottenne mai buon successo teatrale, simile a quello onde erano rimeritati i lavori di alcuni scrittori per ingegno a lui di gran lunga inferiori. Stimavasi fortunato qualora un dramma gli fruttava cento ghinee; scarsa rimunerazione, e nulladimeno manifestamente maggiore di quella che avrebbe potuto conseguire impiegando in altro genere di scrivere eguale fatica.[186]
La ricompensa che gl’ingegni di quell’età potevano ottenere dal pubblico, era tanto lieve, che trovavansi nella necessità di accrescere le loro entrate levando, dirò così, contribuzioni sopra i grandi. Ciascun signore ricco e di buon cuore veniva con tanta ostinazione e con tante abiette lusinghe importunato dagli scrittori mendichi, che ai tempi nostri parrebbe incredibile. Colui al quale venisse dedicata un’opera, era in debito di ricompensare lo scrittore con una borsa piena d’oro. La somma che fruttava la dedica d’un libro spesso era assai maggiore di quella che ne avrebbe data lo editore per il diritto di stampa. Per la qual cosa, i libri spesso pubblicavansi solo col fine di farne una dedica. Questo traffico di laudi produceva lo effetto che era da aspettarsene. L’adulazione spinta talvolta allo sproposito, tal’altra all’empietà, non stimavasi che infamasse il poeta. La indipendenza, la veracità, il rispetto di sè, non erano cose che da lui esigesse il mondo. A dir vero, per moralità egli era qualche cosa tra il lenone e il mendicante.
Agli altri vizi che invilivano il carattere del letterato, si aggiunse, verso la fine del regno di Carlo II, la più feroce intemperanza dello spirito di parte. I begli ingegni, come classe, erano stati spinti dal loro vecchio odio del puritanismo verso il partito della Corte, ed avevano trovato utili alleati. Dryden, in specie, aveva resi buoni servigi al Governo. Il suo Assalonne ed Achitofel, grandissima tra le satire de’ tempi moderni, aveva stupefatta la città; con velocità senza esempio s’era aperta la via fino ai distretti rurali; e dovunque erasi mostrata, aveva dato molestia agli esclusionisti e accresciuto il coraggio de’ Tory. Ma fra mezzo all’alta ammirazione che naturalmente c’ispira la squisitezza della dizione e del verso, non dobbiamo dimenticare la gran distinzione del bene e del male. Lo spirito del quale Dryden e parecchi de’ suoi consorti in quel tempo erano animati, deve meritamente chiamarsi diabolico. I giudici e gli sceriffi servili di quegl’infausti giorni, non potevano spargere il sangue con la speditezza inculcata clamorosamente dai poeti. Un richiedere nuove vittime, un odioso scherzare sugl’impiccamenti, acri motteggi intorno a coloro i quali, fidi al Re nell’ora del pericolo, lo consigliavano poscia di mostrarsi compassionevole e generoso co’ suoi vinti nemici; e perchè nulla mancasse alla colpa e alla vergogna, cotesti infami scritti venivano recitati dalle donne, le quali, ammaestrate da lungo tempo a bandire ogni modestia, erano ora ammaestrate a bandire ogni compassione.[187]
XLIX. È cosa degna di nota, come, mentre l’amena letteratura in Inghilterra in tal modo era di nocumento e d’infamia alla nazione, il genio inglese nelle scienze compisse una rivoluzione che, sino alla fine de’ secoli, verrà posta tra le opere più grandi dell’umano intelletto. Bacone aveva posta la buona sementa in un terreno tardo e in una stagione non opportuna. Non ne aveva sperato così presto il ricolto, e nel suo supremo testamento aveva solennemente legata la sua fama alla età susseguente. Pel corso d’una intera generazione, la sua filosofia, fra mezzo ai tumulti, alle guerre, alle proscrizioni, si era lentamente venuta maturando in poche menti ben formate. Mentre le fazioni lottavano per predominare nello Stato, un drappello di uomini saggi, con benevolo sdegno, erasi scostato dal conflitto, consacrandosi alla egregia impresa di slargare il dominio dell’uomo sopra la materia. Appena tornata la pubblica quiete, a quei maestri fu agevole trovare attenti uditori; imperocchè la disciplina per la quale la nazione era passata, aveva talmente contemperata la mente del popolo da potere ricevere le dottrine del Verulamio. Le perturbazioni civili avevano incitate le facoltà della gente educata, ed avevano ingenerata una irrequieta attività e una curiosità insaziabile, quale ne’ tempi anteriori non s’era mai veduta fra noi. Nulladimeno, lo effetto di quelle perturbazioni fu, che i disegni di riforma religiosa e politica venissero generalmente considerati con sospetto e dispregio. Per lo spazio di venti anni, l’occupazione precipua delle menti savie ed operose era stata quella di foggiare costituzioni con primi magistrati, senza primi magistrati, con senati ereditarii, con senati tirati a sorte, con senati annui, con senati perpetui. In simili disegni di governo non omettevasi nulla. Tutti i particolari, tutte le nomenclature, tutto il ceremoniale del governo immaginario vi erano pienamente notati; Polemarchi, Filarchi, Tribù, Galassie, Lord Arconte, e Lord Stratigoto: quali urne per raccogliere i voti dovessero essere verdi, e quali rosse: quali palle dovessero essere d’oro, e quali d’argento: quali magistrati dovessero portare cappelli, e quali berretti appuntati di velluto nero: in che modo dovesse portarsi la mazza, e quando dovessero gli araldi scoprirsi la testa. Queste e simiglianti altre inezie venivano con gravità esaminate ed ordinate da uomini di non comune intelligenza e dottrina.[188] Ma la stagione di cotali visioni era finita; e se qualche fervido repubblicano seguitava tuttavia a trastullarsene, il timore del pubblico scherno e d’un processo criminale, generalmente, lo induceva a sottrarre agli sguardi altrui le proprie fantasticherie. Ora, ella era cosa impopolare e pericolosa mormorare una sola parola contro le leggi fondamentali della Monarchia; ma gli uomini audaci ed ingegnosi potevano compensarsi trattando con isdegno quelle che poco innanzi erano considerate leggi fondamentali di natura. Il torrente ch’era stato condannato a scorrere per il suo antico alveo, si gettò furiosamente in un altro. Lo spirito rivoluzionario, cessando d’agire nella politica, cominciò ad esercitarsi con insolito vigore ed ardire in ogni ramo di scienze fisiche. L’anno 1660, l’èra del ristabilimento della vecchia costituzione, è anche l’èra da cui data lo innalzarsi della nuova filosofia. In quell’anno cominciò ad esistere la Società Reale, destinata ad essere agente principale in una lunga serie di gloriose e salutari riforme.[189] In pochi mesi, la scienza sperimentale divenne grandemente in voga. La trasfusione del sangue, la ponderazione dell’aria, la fissazione del mercurio, nelle menti del pubblico occuparono quel luogo che già vi tenevano le controversie della Rota. I sogni delle forme perfette di governo, cessero ai sogni delle ale con cui gli uomini dovevano volare dalla Torre all’Abbadia, e delle navi a doppia carena, che non dovevano mai affondare nella più furiosa procella. Gli uomini d’ogni classe vennero trascinati dalle idee predominanti. Cavalieri e Teste-Rotonde, Ecclesiastici e Puritani, per questa volta, collegaronsi. Teologi, giuristi, uomini di Stato, nobili, principi, magnificavano i trionfi della filosofia di Bacone. I poeti, gareggiando d’entusiasmo, cantavano lo avvicinarsi dell’età d’oro. Cowley, con versi pregni di pensiero e splendidi di brio, spingeva la eletta sementa a prender possesso della terra promessa irrigata di latte e di miele; di quella terra che il grande liberatore e legislatore aveva veduta come dalla cima di Pisgah, senza che gli fosse stato concesso d’ entrarvi.[190] Dryden, con più zelo che scienza, congiunse la sua voce al grido universale, e predisse cose che nè egli nè altri intendeva. Vaticinò che la Società Reale ci avrebbe tra breve condotti ai confini del mondo, dove ci avrebbe dilettati con un più bello spettacolo della luna.[191] Due esperti ed aspiranti prelati, Ward Vescovo di Salisbury e Wilkins Vescovo di Chester, predistinguevansi fra i capi del movimento; la storia del quale fu eloquentemente scritta da un più giovane teologo, che veniva splendidamente innalzandosi nella propria professione: voglio dire da Tommaso Sprat, poi fatto Vescovo di Rochester. Il giudice Hale e il Lord Cancelliere Guildford toglievano qualche ora alle faccende delle loro corti per iscrivere intorno all’idrostatica. E veramente, per cura di Guildford furono costruiti i primi barometri che fossero posti in vendita a Londra.[192] La chimica per un certo tempo divideva col vino e con l’amore, col teatro e col giuoco, con gl’intrighi del cortigiano e gl’intrighi del demagogo, l’attenzione del volubile Buckingham. Rupert è in voce di avere inventata la incisione così detta a mezza tinta; e porta il suo nome quella curiosa bolla di vetro che per lungo tempo ha formato il trastullo de’ bambini, e la disperazione de’ filosofi. Lo stesso Carlo aveva un laboratorio in Whitehall, e mostravasi in esso più attento ed operoso di quel che fosse in Consiglio. Era quasi necessario al carattere d’un compito gentiluomo il saper dire qualche cosa intorno alla macchina pneumatica e ai telescopi; ed anche le leggiadre dame, di quando in quando, credevano convenevole mostrare gusto per la scienza, recavansi in carrozza verso le sei a visitare le curiosità di Gresham, e mandavano gridi di gioia vedendo che la calamità veramente attraesse un ago, e che un microscopio facesse davvero apparire una mosca grande quanto un uccello.[193]
In questo, al pari d’ogni altro moto della mente umana, era senza dubbio alcuna cosa che avrebbe mosso a riso. È legge universale che qualsivoglia fatica o dottrina viene in voga, perda in parte quel pregio in che era tenuta mentre stavasi nelle mani di pochi uomini gravi, ed era amata per sè stessa. Egli è vero che le stoltezze di taluni, i quali senza vera attitudine per la scienza mostravansene appassionati, fornivano materia di spregio e sollazzo a pochi satirici maligni, appartenenti alla precedente generazione, i quali non inchinavano a disimparare ciò che in gioventù avevano imparato.[194] Ma non è meno vero che la grande opera d’interpretare la natura, venne eseguita dagli Inglesi d’allora come non era avanti mai stata in nessuna età e nazione. Lo spirito di Francesco Bacone era vasto, e maravigliosamente contemperato d’audacia e di sobrietà. Gli uomini erano fortemente persuasi che tutto il mondo fosse pieno di secreti di grave momento alla felicità umana, e che dal Supremo Fattore fosse stata affidata all’uomo la chiave, che, bene adoperata, avrebbe schiusa la via per giungere a quelli. Regnava in quel tempo la convinzione, che nelle scienze fisiche fosse impossibile pervenire alla cognizione delle leggi generali, tranne osservando accuratamente i fatti. Stabilmente fermi in tali grandi verità, i professori della nuova filosofia si dettero all’opera; e in meno di venticinque anni, avevano dato ampi risultamenti delle proprie lucubrazioni. Nuovi vegetabili furono coltivati, nuovi strumenti agricoli adoperati, e nuovi modi di concimare i terreni.[195] Evelyn, con formale sanzione della Società Reale, aveva dati avvertimenti ai suoi concittadini intorno alle piantagioni. Temple, nelle sue ore d’ozio, aveva fatti nuovi esperimenti nell’orticoltura, e provato che molti frutti delicati, indigeni in climi migliori, si sarebbero potuti, coll’aiuto dell’arte, ottenere anche nel suolo inglese. La medicina, che in Francia seguitava a rimanere in abietta schiavitù, ed apprestava a Molière inesauribile materia di giusto scherno, era divenuta in Inghilterra scienza sperimentale e progressiva, ed ogni giorno, sfidando Ippocrate e Galeno, faceva sempre più un nuovo passo. L’attenzione dei pensatori per la prima volta si diresse all’importante subietto della polizia sanitaria. La rinomata pestilenza del 1665 gl’indusse a considerare seriamente i difetti dei fabbricati, delle fogne, e della ventilazione della metropoli. Il grande incendio del 1666 offerse il destro di eseguire miglioramenti vastissimi. La faccenda fu diligentemente esaminata dalla Società Reale; ai consigli della quale è d’uopo attribuire in gran parte le mutazioni, che, quantunque non fossero tali da rispondere ai bisogni della pubblica utilità, resero la nuova Londra differentissima dall’antica, e forse impedirono per sempre lo infuriare della peste nel nostro paese.[196] In quel medesimo tempo, uno de’ fondatori della predetta società, Sir Guglielmo Petty, creò la scienza dell’aritmetica politica; umile ma indispensabile ancella della politica filosofia. Nessuna parte del regno della natura rimase inesplorata. A quegli anni appartengono le scoperte chimiche di Boyle, e le prime ricerche botaniche di Sloane. E’ fu allora che Ray fece una nuova classificazione degli uccelli e de’ pesci, Woodward rivolse la propria attenzione ai fossili ed alle conchiglie. I fantasmi dell’errore che ne’ secoli tenebrosi avevano ingombrato la terra, l’uno dietro l’altro, disparvero dinanzi alla nuova luce. L’astrologia e l’alchimia diventarono obietto di trastullo. Poco dopo, non v’era contea in cui qualche collegio di giudici non ridesse sprezzantemente sempre che una vecchia strega veniva tratta al tribunale, accusata di aver cavalcato sul manico della granata, o avere prodotta la pestilenza nell’armento. Ma in quei nobili e assai ardui rami della scienza, ne’ quali la induzione e la dimostrazione matematica cooperano alla scoperta del vero, il genio inglese a que’ tempi riportò i più memorandi trionfi. Giovanni Wallis elevò sopra nuove fondamenta lo intero sistema della statica. Edmondo Halley investigò le proprietà dell’atmosfera, il flusso e riflusso del mare, le leggi del magnetismo, e il corso delle comete; nè dal culto della scienza lo distolsero travagli, pericoli ed esilio. Mentre egli, sopra le rocce di Santa Elena, faceva la carta delle costellazioni dello emisfero meridionale, il nostro nazionale osservatorio sorgeva in Greenwich; e Giovanni Flamsteed, che fu il primo astronomo regio, cominciava quella lunga serie d’osservazioni, che non è ricordata mai senza rispetto e gratitudine in qualsiasi parte del mondo. Ma la gloria di cotesti uomini, comunque eminenti, è oscurata dallo immenso splendore d’un nome immortale. Nella mente d’Isacco Newton trovavansi congiunte, come non lo erano mai state in mente d’uomo, due specie di potenza intellettiva che hanno poco di comune tra loro, e che non si trovano spesso insieme con pari vigore, ma nondimeno sono egualmente necessarie ne’ rami più sublimi delle scienze fisiche. Vi saranno forse stati intelletti pari al suo ben formati a coltivare le matematiche pure, o le scienze puramente sperimentali; ma in nessun altro intelletto la facoltà dimostrativa e la induttiva coesistettero in simile suprema eccellenza e perfetta armonia. Forse in una età in cui fossero in voga gli Scotisti e i Tomisti, anche la sua mente sarebbe corsa a rovina, siccome avvenne a molte altre menti solo inferiori a quella di lui. Avventuratamente, lo spirito del tempo in cui gli toccò di vivere, pose nel diritto cammino il suo ingegno, il quale con ingente forza reagì sopra lo spirito del tempo. Nel 1685 la sua fama, comecchè splendida, era in sull’alba; ma il suo genio era pervenuto al meriggio. La sua grande opera, quell’opera che produsse un rivolgimento nelle provincie più importanti della filosofia naturale, era compiuta, ma non ancora pubblicata, e stava per essere sottoposta allo esame della Società Reale.
L. Non è facile trovare il perchè la nazione, la quale nelle scienze era proceduta tanto innanzi alle nazioni vicine, nelle arti belle stesse loro tanto addietro. Nondimanco, tale fu il fatto. Egli è vero che in architettura, arte che è mezza scienza, arte in cui solo può inalzarsi un profondo geometra, arte che non ha altra norma di gusto tranne quella che direttamente o indirettamente dipende dall’utilità, arte le cui creazioni derivano, almeno in parte, la maestà loro dalla semplice massa, il paese nostro poteva gloriarsi d’un uomo veramente grande: voglio dire di Cristoforo Wren; al quale lo incendio onde Londra era stata ridotta a un mucchio di rovine, aveva pôrta occasione fino allora senza esempio nella storia moderna, di spiegare l’ali dello ingegno. Come quasi tutti i suoi contemporanei, egli non poteva emulare e forse sentire il vero pregio dell’austera bellezza del portico greco, e della buia sublimità dell’arcata gotica: ma niuno, nato al di qua delle alpi, ha imitata così felicemente la magnificenza de’ bei tempii della Italia. Perfino il superbo Luigi non ha lasciata alla posterità opera alcuna che possa agguagliarsi alla chiesa di San Paolo. Ma alla fine del regno di Carlo II, non v’era un solo pittore o scultore inglese di cui oggidì si ricordi il nome. Tale sterilità ha un certo che di mistero; perocchè i dipintori e gli scultori non erano punto tenuti in dispregio o male rimunerati. La loro posizione sociale era, per lo meno, alta come ai dì nostri. I loro guadagni, in proporzione dell’opulenza del paese, e del modo onde venivano rimunerati gli altri lavori intellettuali, erano anche maggiori di quel che siano ai tempi presenti. La generosa protezione che accordavasi agli artisti, gli attirava a schiere ai nostri lidi. Lely, che ci ha conservati i bei ricci, le labbra tumide e i languidi occhi delle fragili beltà celebrate da Hamilton, era nativo di Westfalia. Era morto nel 1680, dopo una lunga e splendida vita, dopo d’avere ricevuto il titolo di cavaliere, ed ammassato con l’arte sua un buon patrimonio. La sua bella collezione di disegni e di pitture, dopo la sua morte, fu esposta, col permesso del Re, nella sala da pranzo in Whitehall, e venduta all’asta per la quasi incredibile somma di ventisei mila lire sterline: somma che sta in maggior proporzione al patrimonio de’ ricchi uomini di quel tempo, di quello che sarebbero cento mila sterline a’ mezzi de’ ricchi del nostro.[197] A Lely successe il suo concittadino Goffredo Kneller, il quale fu fatto prima cavaliere e poi baronetto; e dopo d’essere splendidamente vissuto, e aver perduta molta pecunia in mal fortunate speculazioni, potè tuttavia lasciare alla propria famiglia un gran patrimonio. I due Vandeveldes, olandesi, erano stati persuasi dalla liberalità inglese a stabilirsi fra noi, dove avevano dipinto i più bei quadri di marina del mondo. Simone Varelst, altro artefice olandese, dipinse leggiadri girasoli e tulipani, a prezzi fino allora non conosciuti. Il napolitano Verrio, effigiava sulle volte e per le scale Gorgoni, Muse, Ninfe, Satiri, Virtù, Vizii, Numi che libano il nettare, e Trionfi di principi. L’entrata ch’egli accumulò col frutto delle sue opere, lo pose in condizione tale, che la sua mensa era delle più sontuose. Per le sole pitture da lui eseguite a Windsor, ebbe sette mila lire sterline; somma che in allora era bastevole a satisfare i moderati desiderii d’un gentiluomo, ed eccedeva di molto quella che Dryden in quarant’anni di lavori letterarii ottenne da’ librai.[198] Luigi Laguerre, principale aiuto e successore di Verrio, venne dalla Francia. I due più celebri scultori di que’ tempi erano anche stranieri. Cibber, i cui patetici emblemi del Furore e della Malinconia adornano Bedlam, era danese. Gibbons, alla graziosa fantasia e al tocco delicato del quale molti de’ nostri palazzi, collegi e chiese, devono i loro più leggiadri lavori d’ornato, era olandese. Anche i disegni delle monete erano eseguiti da incisori francesi. A dir vero, fino al regno di Giorgio II, la patria nostra non potè gloriarsi d’un grande pittore; e Giorgio III era già sul trono, innanzi ch’essa potesse andare altera d’alcuno egregio scultore.
Siamo al punto in cui termina la descrizione che siamo venuti facendo della Inghilterra, mentre era governata da Carlo II. Nulladimeno, ci rimane a toccare d’una cosa di grave momento. Non abbiamo finora fatto parola della gran massa del popolo; di coloro, cioè, che intendevano allo aratro, curavano i buoi, sudavano sopra i telai di Norwich, e squadravano le pietre di Portland per il tempio di San Paolo. Nè possiamo lungamente favellarne. La classe più numerosa è precisamente quella intorno alla quale ci rimangono scarsissime notizie. In que’ tempi, i filantropi non consideravano come debito sacro, nè i demagoghi come lucroso traffico, l’occuparsi delle sciagure dell’operaio. La istoria era sì affaccendata con le corti e coi campi di battaglia, da non serbare una sola pagina al tugurio del contadino, o alla botteguccia del manuale. La stampa adesso in un sol giorno, discute e declama intorno alle condizioni dell’operaio con più abbondanza di quanto ne fu pubblicato ne’ ventotto anni che corsero dalla Restaurazione alla Rivoluzione. Ma errerebbe grandemente chi dallo accrescersi de’ reclami, inferisse essersi accresciuta la miseria.
LI. Il gran criterio della condizione del popolo basso, sta nel salario ond’è rimeritato il lavoro; e poichè quattro quinti del popolo, nel diciassettesimo secolo, erano addetti all’agricoltura, importa sopra tutto indagare qual fosse la paga dell’operaio nella industria agricola. Intorno a ciò abbiamo i mezzi di giungere a conclusioni bastevolmente esatte pel nostro proposito.