XXIII. La testa di Rumbold, uomo schietto e valoroso, comecchè non iscevro di biasimo, vedevasi già sul West Port d’Edimburgo. Circondato da colleghi faziosi e codardi, finchè durò la espedizione, erasi condotto da soldato educato alla scuola del Gran Protettore, aveva in Consiglio sostenuta valorosamente l’autorità d’Argyle, ed in campo s’era reso ammirevole per la sua tranquilla intrepidezza. Dopo la dispersione dell’armata, fu aggredito da una mano di milizia civica. Si difese disperatamente, e si sarebbe aperta una via fra mezzo ai nemici, se questi non gli avessero azzoppato il cavallo. Mortalmente ferito, fu menato in Edimburgo. Era desiderio del Governo che ei fosse giustiziato in Inghilterra. Ma era così presso a morire, che se non veniva appeso alle forche in Iscozia, non si sarebbe potuto impiccare affatto; e i vincitori non sapevano rinunciare al piacere d’impiccarlo. Non era da aspettarsi che avrebbero mostrato misericordia ad uno il quale era considerato come capo della congiura di Rye House, ed era possessore dello edifizio da cui quella aveva derivato il nome; ma la insolenza onde trattarono quell’uomo moribondo, parrebbe ai nostri tempi più miti quasi incredibile. Uno del Consiglio Privato di Scozia lo chiamò maledetto scellerato. «Io sono in pace con Dio» rispose Rumbold con calma; «come dunque posso io essere maledetto?»
In fretta fu processato, convinto, e condannato ad essere tra poche ore appeso alle forche, e squartato, presso la croce della città in High Street. Quantunque non potesse tenersi sulle proprie gambe senza che venisse sorretto da due uomini, si mantenne forte fino allo estremo momento, e sotto il patibolo alzò la sua debole voce contro il papismo e la tirannide con tanta veemenza, che gli officiali comandarono si desse ne’ tamburi perchè il popolo non l’udisse. Diceva d’essere stato amico della Monarchia temperata. Ma non aveva voluto mai credere che la Provvidenza avesse mandato nel mondo pochi uomini in isprone e stivale, pronti a cavalcare, e milioni pronti a lasciarsi imbrigliare e cavalcare. «Voglio» esclamò egli «benedire e magnificare il santo nome di Dio, che mi ha ridotto a questo punto non per male alcuno che io abbia fatto, ma per avere propugnata la sua causa in tempi infausti. Se ogni capello del mio capo fosse un uomo, li porrei a rischio tutti per questa contesa.»
E mentre era processato, e innanzi di essere giustiziato, parlò dell’assassinio con lo abborrimento convenevole a buon cristiano e valoroso soldato. Protestò, sulla fede di moribondo, di non avere mai avuto pensiero di commettere tanta scelleratezza. Ma confessò francamente d’avere, conversando coi suoi compagni di congiura, nominato la propria casa come luogo dove Carlo e Giacomo si sarebbero potuti assalire con prospero successo; e molto essersi ragionato sopra ciò, sebbene nulla si fosse concluso. Potrebbe a prima vista sembrare che cosiffatta confessione fosse incompatibile colla dichiarazione da lui fatta, di aver sempre abborrito dallo assassinio. Ma pare che egli ragionasse secondo una distinzione che aveva tratti in inganno molti de’ suoi contemporanei. Per nulla al mondo si sarebbe mai indotto a porre il veleno nel cibo de’ due Principi, od a trafiggergli con un pugnale nel sonno. Ma piombare inaspettatamente sopra la torma delle Guardie del Corpo che circuivano il cocchio reale, scambiare colpi di spada e correre la sorte di uccidere o essere ucciso, era, secondo lui, una operazione militare legittima. Le imboscate e le sorprese annoveravansi fra gli ordinari accidenti della guerra. Ciascun vecchio soldato, fosse Cavaliere o Testa-Rotonda, si era trovato in simiglianti imprese. Se il Re fosse caduto morto in una scaramuccia, sarebbe caduto per legittima battaglia, e non per assassinio. Precisamente de’ medesimi argomenti si giovarono, dopo la Rivoluzione, Giacomo stesso e i suoi più fidi seguaci, per giustificare un iniquo attentato contro la vita di Guglielmo III. Una banda di Giacomisti ebbe lo incarico di assalire il Principe d’Orange ne’ suoi quartieri invernali. Il significato nascosto sotto questa speciosa frase, era di segare la gola al Principe mentre da Richmond andava in cocchio a Kensington. Parrà strano che simiglianti fallacie, che sono la feccia delle dottrine de’ casuisti gesuiti, potessero sedurre uomini di spirito eroico, sì Whig che Tory, a commettere un delitto, che le leggi divine ed umane hanno giustamente notato d’infamia. Ma non vi è sofisma tanto enorme che non inganni le menti rese insane dallo spirito di parte.[359]
Argyle, che sopravvisse di poche ore a Rumbold, lasciò testimonianza della virtù del valoroso Inglese. «Il povero Rumbold era mio gran sostegno, e valente uomo, e morì da cristiano.»[360]
XXIV. Ayloffe mostrò tanto disprezzo della morte, quanto ne avevano mostrato Argyle e Rumbold: ma la sua fine non edificò, come la loro, le anime pie. Quantunque la simpatia politica lo avesse fatto avvicinare ai Puritani, ei non aveva simpatia religiosa per essi, i quali lo consideravano poco meno d’un ateo. Apparteneva a quella classe de’ Whig che cercavano esempi da imitare meglio fra i patriotti di Grecia e di Roma, che fra i profeti e i giudici d’Israele. Fu fatto prigione e condotto a Glasgow. Quivi tentò di uccidersi con un piccolo coltello; ma comecchè si facesse varie ferite, nessuna di esse fu mortale, ed egli ebbe forze bastevoli a sostenere il viaggio a Londra. Tratto dinanzi al Consiglio Privato, fu interrogato dal Re stesso; ma ebbe tanta altezza di animo, da non provvedere alla propria salute accusando altrui. Corse voce fra i Whig che il Re gli dicesse: «Fareste bene ad essere schietto con me, signore Ayloffe. Voi sapete che è in mio potere il perdonarvi.» Allora il prigione, rompendo l’austero silenzio, rispose: «Ciò potrebbe essere nel vostro potere, non mai nell’indole vostra.» Fu giustiziato, per virtù dell’antica condanna, innanzi la porta del Tempio, e morì con istoico contegno.[361]
XXV. In quel mentre, la vendetta de’ vincitori piombò spietatissima sulle popolazioni della Contea d’Argyle. Molti de’ Campbell furono senza processo impiccati da Athol; il quale con difficoltà venne impedito dal Consiglio Privato di fare altre uccisioni. La contrada, per la estensione di trenta miglia d’intorno a Inverary, fu devastata. Le case furono arse, le ruote de’ mulini fatte in pezzi, gli alberi fruttiferi tagliati, e fino le radici seccate col fuoco. Le reti de’ pescatori, solo mezzo di sussistenza a molti abitanti della costa, furono distrutte. Trecento, e più, ribelli e malcontenti vennero deportati alle colonie. Molti di loro furono anche condannati alla mutilazione. In un solo giorno, il carnefice d’Edimburgo tagliò le orecchie a trentacinque prigioni. Parecchie donne, dopo essere state segnate sulla guancia con un ferro rovente, furono mandate oltre l’Atlantico. Pensavasi anche di ottenere dal Parlamento una Legge che proscrivesse il nome di Campbell, come ottanta anni prima era stato proscritto quello di Mac Gregor.[362]
E’ pare che la espedizione di Argyle avesse fatto poco senso nelle contrade meridionali dell’Isola. La nuova del suo sbarco giunse in Londra poco avanti che si adunasse il Parlamento Inglese. Il Re ne dètte lo annunzio dal trono; e le Camere lo assicurarono che lo avrebbero difeso contro ogni nemico. Null’altro fu chiesto loro. Sopra la Scozia non avevano autorità nessuna; e una guerra che ardeva così lontano, e della quale quasi fino da principio poteva di leggieri prevedersi l’esito, destò solo un languido interesse in Londra.
Ma una settimana innanzi la dispersione finale dell’armata d’Argyle, la Inghilterra era agitata dalla nuova dello sbarco sulle sue spiaggie d’un più formidabile invasore. I fuorusciti avevano stabilito che Monmouth muoverebbe dall’Olanda sei giorni dopo la partenza degli Scozzesi. Egli aveva differita per breve tempo la spedizione, forse sperando che la maggior parte delle soldatesche, stanzianti nel mezzodì, si sarebbero fatte marciare verso tramontana appena scoppiata la guerra nelle montagne, e quindi non avrebbe trovate forze pronte ad opporglisi. Allorquando poi volle partirsi, il vento spirava contrario e impetuoso.
Mentre la sua flotta stavasi a sbattere nel Texel, una contesa erasi desta fra le Autorità olandesi. Gli Stati Generali e il Principe d’Orange stavano da una parte; la magistratura e lo Ammiraglio d’Amsterdam, dall’altra.
Skelton aveva porta agli Stati Generali una lista di fuorusciti, la dimora de’ quali nelle Provincie Unite recava inquietudine al suo signore. Gli Stati Generali, desiderosi di assentire ad ogni ragionevole richiesta di Giacomo, ne mandarono copie alle Autorità Municipali. Ai magistrati delle città tutte fu ingiunto di usare ogni mezzo ad impedire che i Whig proscritti molestassero il Governo Inglese. Generalmente, questi ordini furono osservati. A Rotterdam in ispecie, dove la influenza di Guglielmo era onnipotente, si fece mostra di tale operosità, da meritarsi i più caldi ringraziamenti di Giacomo. Ma la sede principale degli esuli era Amsterdam, i cui governanti non volevano veder nulla, udire nulla, sapere nulla. Il Gran Sergente della città, che stava giornalmente in comunicazione con Ferguson, riferì all’Aja, come egli non sapesse dove trovare un solo de’ fuorusciti; e con questa scusa al Governo federale fu forza di tenersi pago. Vero è che gli esuli inglesi erano sì ben conosciuti ad Amsterdam, che il popolo appiccava loro gli occhi addosso come se fossero stati Chinesi.[363]