XXIII. La proroga aveva disimpacciato il Re dalle moderate rimostranze delle Camere; ma gli toccava udirne altre, simili per lo effetto, ma formulate con parole anche più caute e sommesse. Taluni, che fino allora lo avevano servito con cecità tale da nuocere alla loro fama e al pubblico bene, cominciarono a provare dolorosi presentimenti, e di quando in quando risicavansi a significare alcun che di ciò che sentivano.

Per molti anni lo zelo del Tory inglese per la monarchia ereditaria e per la religione stabilita, erano insieme venuti crescendo e scambievolmente afforzandosi. Ei non aveva mai pensato che questi due sentimenti, i quali parevano inseparabili e pressochè identici, si sarebbero un giorno potuti trovare non solo distinti, ma incompatibili. Dal principio della lotta tra gli Stuardi e i Comuni, la causa della Corona e quella della gerarchia erano state apparentemente una causa sola. Carlo I veniva dalla Chiesa considerato come martire. Se Carlo II aveva contro quella congiurato, aveva congiurato secretamente. In pubblico sʼera sempre confessato grato e devoto figliuolo, erasi inginocchiato dinanzi agli altari di essa; e malgrado i suoi corrotti costumi, gli era riuscito di persuadere il maggior numero degli aderenti alla Chiesa, che egli sinceramente la preferisse. Per tutti i conflitti che lʼonesto Cavaliere avesse fino allora potuto sostenere contro i Whig e le Teste-Rotonde, non aveva almeno dovuto patire nessun conflitto nella mente propria. Egli sʼera veduto piano ed aperto dinanzi agli occhi il sentiero del dovere. Traverso al bene e al male, ei doveva mantenersi fedele alla Chiesa e al Re. Ma se queʼ due augusti e venerandi poteri, i quali fino allora sembravano così strettamente congiunti, che i fedeli allʼuno non potevano essere perfidi allʼaltro, venissero divisi da mortale nimistà, a quale partito doveva il realista ortodosso appigliarsi? Quale condizione sarebbe stata più critica che quella di trovarsi ondeggiante tra due doveri egualmente sacri, tra due affetti egualmente fervidi? Come poteva egli rendere a Cesare ciò chʼera di Cesare, e non negare a Dio parte di ciò chʼera di Dio? Nessuno che avesse siffattamente sentito, poteva mirare, senza profondo timore e neri presentimenti, il contrasto tra il Re e il Parlamento intorno allʼAtto di Prova. Se Giacomo anche ora si fosse indotto a ripensare sul proprio disegno, a lasciare riaprire le Camere, e cedere ai desiderii loro, tutto poteva rivolgersi a bene.

Così opinavano i due cognati del Re, i Conti cioè, di Clarendon e di Rochester. La potenza e il favore che godevano questi gentiluomini, sembrava veramente grande. Il più giovane deʼ fratelli era Lord Tesoriere e primo ministro; il maggiore, dopo di avere per alquanti mesi tenuto il Sigillo Privato, era stato nominato Luogotenente dʼIrlanda. Il venerando Ormond pensava medesimamente. Middleton e Preston, che, come dirigenti la Camera deʼ Comuni, avevano di recente sperimentato quanto cara fosse aʼ gentiluomini realisti dʼInghilterra la religione stabilita, davano consigli di moderazione.

In sul principio del nuovo anno, i sopraddetti uomini di Stato, e il numeroso partito da essi rappresentato, ebbero a patire una crudele mortificazione. Che il Re defunto fosse Cattolico Romano, era stato per molti mesi sospettato e bisbigliato, ma non annunziato formalmente. Tale manifestazione non si sarebbe potuta fare senza grave scandalo. Carlo erasi innumerevoli volte dichiarato protestante, ed aveva avuto costumanza di ricevere dai vescovi della Chiesa stabilita il sacramento della eucaristia. Queʼ Protestanti che lo avevano sostenuto neʼ pericoli, e che di lui serbavano tuttavia affettuosa rimembranza, dovevano provare sdegno e rossore al sentire che la intera sua vita era stata una menzogna; che mentre confessava dʼappartenere alla loro religione, gli aveva veramente tenuti per eretici; e che i demagoghi, i quali lo avevano chiamato papista nascosto, erano stati i soli che avessero formato un esatto giudicio del suo carattere. Anche Luigi intendeva tanto lo stato dellʼopinione pubblica in Inghilterra, da accorgersi come il divulgare il vero potesse recar nocumento, ed aveva, dʼaccordo, fatta promissione di tenere strettamente segreta la conversione di Carlo.[45] Giacomo, nel principio del suo regno, aveva pensato doversi in tanto negozio procedere cauto, e non erasi rischiato a seppellire il fratello, secondo il rito della Chiesa di Roma. Per qualche tempo, quindi, ciascuno potè liberamente credere ciò che volesse. I papisti dicevano che il defunto principe era loro proselite. I Whig lo esecravano come ipocrita e rinnegato. I Tory consideravano la voce della sua apostasia come una calunnia che i papisti e i Whig, per ragioni differentissime, avevano interesse a spargere.

XXIV. Giacomo ora fece un passo che pose in gran perturbazione tutto il partito anglicano. Due scritture, in cui erano concisamente esposti gli argomenti dʼordinario usati dai Cattolici Romani nella controversia coi Protestanti, sʼerano trovate nella cassa forte di Carlo, e sembravano di mano sua. Le quali scritture Giacomo mostrò, menandone trionfo, a parecchi Protestanti, e dichiarò sapere che il suo fratello era vissuto e morto Cattolico Romano.[46] Uno di coloro ai quali i manoscritti furono mostrati, fu lo arcivescovo Sancroft. Li lesse grandemente commosso, e rimase tacito. Tale silenzio era solo lo effetto naturale di una lotta tra la riverenza e la repugnanza. Ma Giacomo suppose che il Primate tacesse per la forza irresistibile della ragione, e seriamente lo sfidò a produrre, col soccorso di tutto il seggio episcopale, una soddisfacente risposta. «Datemi una risposta solida e in istile da gentiluomini; e forse potrà far sì, secondo che molto vi sta a cuore, di convertirmi alla vostra Chiesa.» Lo arcivescovo dolcemente rispose, che, secondo lui, cotale risposta poteva farsi senza molta difficoltà; ma non accettò la controversia, adducendo per iscusa la riverenza alla memoria del suo defunto signore. Il Re considerò la scusa come un sutterfugio dʼun vinto avversario.[47] Se egli avesse conosciuta la letteratura polemica deʼ centocinquanta anni precedenti, avrebbe saputo che i documenti ai quali ei dava tanto peso, gli avrebbe potuti comporre ogni giovinetto di quindici anni della scuola di Doaggio, e che non contenevano cosa alcuna, la quale, secondo lʼopinione di tutti i teologi protestanti, non fosse stata dieci mila volte confutata. Nella sua stolta esultanza, ordinò che quegli scritti si stampassero col più squisito lusso tipografico, e vi appiccicò dietro una dichiarazione munita della sua firma, ad attestare che gli originali erano scritti di pugno del fratello. Giacomo ne distribuì con le proprie mani tutti gli esemplari ai cortigiani, e alle persone del popolo che si affollavano attorno il suo cocchio. Ne dètte un esemplare ad una giovine di vile condizione, chʼegli supponeva appartenere alla religione da lui professata, e le assicurò che leggendolo se ne troverebbe edificata grandemente e confortata. In ricambio di questa cortesia, pochi giorni dopo, ella gli mandò una lettera, scongiurandolo di uscire dalla mistica Babilonia, e rimuovere dalle sue labbra la coppa delle fornicazioni.[48]

XXV. Tali cose davano somma inquietudine ai Tory aderenti alla Chiesa Anglicana. Nè i più spettabili Cattolici Romani ne rimanevano meglio satisfatti. Si sarebbero, in verità, potuti scusare, se in cosiffatte circostanze la passione gli avesse resi sordi alla voce della prudenza e della giustizia, come quelli che avevano molto sofferto. La gelosia deʼ Protestanti gli aveva gittati giù dal grado in cui erano nati, aveva chiuse le porte del Parlamento agli eredi deʼ Baroni che avevano firmata la Magna Carta, e deciso che il comando dʼuna compagnia di pedoni non fosse da fidarsi ai discendenti dei capitani che avevano vinto a Flodden e a San Quintino. Non vʼera un solo Pari eminente, fido alla vecchia religione, del quale lʼonore, gli averi, la vita non fossero stati in pericolo; che non avesse passati molti mesi rinchiuso dentro la Torre, che più volte non si fosse aspettata la miseranda sorte di Stafford. Uomini che erano stati così lungamente e con tale crudeltà oppressati, si sarebbero potuti perdonare, se avessero avidamente côlta la prima occasione a conseguire a un tempo grandezza e vendetta. Ma nè fanatismo, nè ambizione, nè rancore di torti patiti, nè ebrietà prodotta dalla sùbita buona fortuna, poterono far sì che i più cospicui Cattolici Romani non si accorgessero come la prosperità che finalmente erano pervenuti a godere, fosse solo temporanea, e non usata saggiamente, potrebbe tornar loro fatale. Avevano con dura esperienza imparato, che lʼavversione del popolo alla religione loro non era fantasia che sarebbe svanita al comando dʼun principe, ma profondo sentimento, tramandato crescendo per cinque generazioni, spanto in tutte le classi e in tutti i partiti, e avvincolato non meno strettamente coi principii deʼ Tory che con quelli deʼ Whig. Certo, il Re poteva, nello esercizio della sua prerogativa di far grazia, sospendere le leggi penali. Avrebbe in appresso potuto, operando con discrezione, ottenere dal Parlamento la revoca deʼ decreti che privavano deʼ diritti civili gli aderenti alla religione di lui. Ma tentando di domare il sentimento protestante della Inghilterra con mezzi bruschi, era facile vedere che la violenta compressione dʼuna molla così potente ed elastica, sarebbe seguita da uno scatto egualmente violento. I Pari Cattolici Romani, tentando prematuramente di entrare a forza nel Consiglio Privato e nella Camera deʼ Lordi, avrebbero potuto perdere le case e le vaste possessioni loro, e finire la vita o da traditori in Tower Hill, o da mendicanti alle porte deʼ conventi dʼItalia.

Così pensava Guglielmo Herbert, conte di Powis, generalmente considerato come capo della aristocrazia cattolica romana, il quale, secondo le fandonie di Oates, doveva essere primo ministro se la congiura papale sortiva prospero successo. Medesimamente opinava Giovanni Bellasyse. In gioventù, aveva valorosamente pugnato per Carlo I; dopo la Restaurazione era stato rimunerato con onori e con gradi militari, e gli aveva deposti dopo che fu promulgato lʼAtto di Prova. A questi insigni capi del partito cattolico facevano eco tutti i più nobili ed opulenti membri della loro Chiesa, tranne Lord Arundell di Wardour, uomo decrepito e pressochè rimbambito.

XXVI. Ma in Corte era un piccolo nucleo di Cattolici Romani, che avevano il cuore esulcerato da vecchie ingiurie, il cervello inebriato dal recente innalzamento; che erano impazienti di rampicarsi alle dignità dello Stato, ed avendo poco da perdere, non si davano punto pensiero del giorno del rendimento deʼ conti.

XXVII. Uno di costoro era Ruggiero Palmer, conte di Castelmaine in Irlanda, e marito della Duchessa di Cleveland. Sapevasi da tutti chʼegli aveva comperato il suo titolo col disonore della moglie e col proprio. Il suo patrimonio era scarso. Lʼindole sua, scortese per natura, era stata esasperata dalle domestiche vessazioni, dai pubblici rimproveri, e da ciò chʼegli aveva patito a tempo della congiura papale. Era stato lungamente in carcere, e in fine era stato processato per delitto capitale. Fortunatamente per lui, non fu tratto al banco degli accusati se non dopo che erasi spento il primo scoppio del furore popolare, e i falsi testimoni avevano perduto ogni credito. Gli era, quindi, riuscito di campare a gran pena dal pericolo.[49] Con Castelmaine era collegato uno deʼ più prediletti deʼ cento amanti di sua moglie; cioè Enrico Jermyn, che da Giacomo di recente era stato fatto Pari col titolo di Lord Dover. Jermyn, venti e più anni innanzi, erasi reso notevole con isconci amori e disperati duelli. Adesso trovavasi rovinato dal giuoco, ed era ansioso di rifare il patrimonio col mezzo degli uffici lucrosi, dai quali lo escludevano le leggi.[50] Al medesimo branco apparteneva un intrigante ed importuno Irlandese, chiamato White, che aveva molto viaggiato, aveva servito la Casa dʼAustria con un impiego mezzo tra lʼinviato e la spia, e che in rimunerazione deʼ servigi resi era stato fatto marchese dʼAlbeville.[51]

Tosto dopo la proroga, questa trista fazione sʼafforzò di un nuovo aiuto. Riccardo Talbot, conte di Tyrconnel, il più feroce ed implacabile di quanti avevano in odio le libertà e la religione dellʼInghilterra, da Dublino era giunto alla Corte.