I. Il luogo che Guglielmo Enrico, Principe dʼOrange, occupa nella storia dʼInghilterra e in quella del genere umano, è siffattamente grande, da far desiderare che il suo carattere venga con molta diligenza pennelleggiato.[208]
Allʼepoca cui richiama la presente narrazione, egli toccava lʼanno trentasettesimo dellʼetà sua. Ma e nel corpo e nella mente sembrava più vecchio di quel che sogliono gli uomini di pari numero dʼanni. E veramente, potrebbe dirsi chʼegli non sia mai stato giovane. I suoi sembianti sono a noi famigliari quasi come lo poterono essere ai suoi capitani e consiglieri. Scultori, pittori, intagliatori, posero ogni arte nel tramandare ai posteri le fattezze di lui; e la sua fisonomia era tale, che, vista una volta, non poteva dimenticarsi mai più. Il suo nome ci sveglia in mente a un tratto la immagine dʼuna figura debole e delicata, con ampia ed elevata fronte, naso ricurvo ed aquilino, occhio sì lucido e acuto da rivaleggiare con quello dellʼaquila, ciglio pensoso e alquanto tristo, bocca ferma ed alquanto sdegnosa, guance pallide, scarne, e profondamente solcate dalla infermità e dalle cure. Un aspetto sì pensoso, severo e solenne, mal si giudicherebbe quello dʼun uomo felice o di buon umore: ma indica manifestamente una capacità pari alle più ardue imprese, e una fortezza che non cede a sciagure e pericoli.
II. La natura aveva con profusione conceduto a Guglielmo le doti dʼun gran dominatore; e la educazione le aveva in modo non comune esplicate. Dotato di vigoroso buon senso naturale, di rara forza di volontà, trovossi, appena la sua mente cominciò a concepire, figlio orbato di padre e di madre, capo dʼuna grande ma depressa e disanimata parte, ed erede di vaste e indefinite pretese, le quali destavano paura e avversione nella oligarchia che allora predominava nelle Provincie Unite. Il popolo, che per un secolo sʼera mostrato teneramente affettuoso alla famiglia di Guglielmo, sempre che lo vedeva, a chiari segni indicava di considerarlo come suo legittimo capo. Gli abili ed esperti ministri della Repubblica, implacabili nemici al nome di lui, recavansi quotidianamente a fargli simulati complimenti, e ad osservare i progressi della sua mente. I primi moti della sua ambizione vennero con istudio invigilati: ogni parola che gli uscisse spensieratamente dal labbro, era notata, nè egli aveva da presso alcuno del cui senno potesse fidarsi. Toccava appena il quindicesimo degli anni suoi, allorquando tutti i famigliari che amavano il suo bene, o godevano in alcun modo la sua fiducia, furono dal geloso Governo rimossi dalla sua casa. Indarno ei protestò con energia superiore alla sua età; e taluni videro più volte le lagrime spuntare sugli occhi del giovine prigioniero di Stato. La sua salute, naturalmente delicata, rimase qualche tempo depressa dalle emozioni che la sua trista situazione destavagli in cuore. Simiglianti condizioni traviano e snervano lʼanimo debole, ma nel forte suscitano tutta la vigoria di cui sia capace. Circuito da trame, nelle quali un giovane dʼindole ordinaria sarebbe perito, Guglielmo imparò a procedere cauto e fermo ad un tempo. Assai prima chʼei giungesse alla virilità, sapeva il modo di mantenere un secreto, frustrare lʼaltrui curiosità con secche e caute risposte, nascondere le passioni sotto lʼapparenza di una grave tranquillità. Intanto ei progrediva poco nella educazione letteraria e socievole. I modi deʼ nobili in Olanda difettavano, a quei tempi, di quella grazia che trovavasi in grado perfettissimo neʼ gentiluomini francesi, e che, in grado inferiore, adornava la Corte dʼInghilterra; e i modi di Guglielmo erano prettamente olandesi. Gli stessi suoi concittadini lo reputavano brusco. Ai forestieri spesso ei sembrava grossolano. Nelle sue relazioni colle persone in generale, ci pareva ignorante o non curante di quelle arti che accrescono il pregio dʼun favore, e scemano lʼamarezza dʼun rifiuto. Amava poco le lettere e le scienze. I trovati di Newton e di Leibnizio, i poemi di Dryden e di Boileau gli erano ignoti. Le rappresentazioni drammatiche lo annoiavano; e sia che Oreste vaneggiasse o Tartuffo stringesse la mano dʼElmira, ei volgeva gli occhi dal proscenio per parlare dʼaffari di Stato. Aveva, a dir vero, un certo ingegno pel sarcasmo, e non di rado adoperava, senza saperlo, una certa eloquenza manierata, ma vigorosa ed originale. Nulladimeno, non pretendeva minimamente a mostrarsi ciò che dicesi bello spirito ed oratore. Aveva intera rivolta la mente a quelli studi che formano i valorosi e sagaci uomini di affari. Fino da fanciullo ascoltava con interesse le discussioni concernenti leghe, finanze e guerre. Di geometria sapeva quanto bisogna alla costruzione di un rivellino o di unʼopera a corno. Di lingue, con lʼaiuto dʼuna singolare memoria, imparò tanto da potere intendere e rispondere senza altrui sussidio ad ogni cosa che gli venisse detta, ad ogni lettera che gli fosse scritta. Il suo idioma natio era lʼolandese. Intendeva il latino, lʼitaliano e lo spagnuolo. Parlava e scriveva il francese, lo inglese e il tedesco, inelegantemente, a dir vero, ed inesattamente, ma con facilità e in guisa da farsi intendere. Non vʼerano qualità che potessero essere più proprie ad un uomo destinato ad organizzare grandi alleanze, ed a comandare eserciti, raccolti da diversi paesi.
III. Le circostanze lo avevano costretto ad intendere ad una specie di questioni filosofiche, le quali, a quanto sembra, lo interessarono più di quel che fosse da aspettarsi dallʼindole sua. Fraʼ protestanti dellʼisola nostra, erano due grandi partiti religiosi, che quasi esattamente coincidevano coi due grandi partiti politici. I capi della oligarchia municipale erano Arminiani, comunemente dalla moltitudine considerati poco migliori deʼ papisti. I principi dʼOrange erano quasi sempre stati i protettori del Calvinismo, ed andavano debitori di non piccola parte della popolarità loro allo zelo da essi mostrato per le dottrine della elezione e della perseveranza finale; zelo non sempre illuminato dalla scienza o temperato dallʼumanità. Guglielmo, fin da fanciullo, era stato diligentemente erudito nel sistema teologico al quale la sua famiglia aderiva, e prediligevalo con parzialità maggiore di quella che gli uomini generalmente sentono per una fede ereditaria. Aveva meditato intorno ai grandi enimmi chʼerano stati discussi nel Sinodo di Dort, ed aveva trovato nella austera ed inflessibile logica della Scuola Ginevrina qualche cosa che armonizzava con lo intelletto e lʼindole suoi. Certo, egli non imitò mai la intolleranza di cui avevano porto esempio alcuni deʼ suoi antenati. Abborriva da ogni specie di persecuzione: aborrimento chʼegli confessò non solo quando il confessarlo era manifestamente atto politico, ma in parecchi casi in cui sembrava che la simulazione o il silenzio dovessero maggiormente giovargli. Nondimeno le sue opinioni teologiche erano più definite di quelle degli avi suoi. La dottrina della predestinazione egli teneva come pietra angolare della sua religione; e dichiarò più volte, che ove fosse costretto ad abbandonarla, avrebbe con essa perduto ogni fede nella Divina Provvidenza, e sarebbe divenuto un pretto epicureo. Tranne in questo solo caso, fino dai suoi primi anni egli rivolse tutta la vigoria del suo robusto intelletto dalla speculazione alla pratica. I requisiti necessari a condurre importanti affari, in lui erano maturi in unʼepoca della vita, nella quale per la più parte degli uomini appena cominciano a fiorire. Da Ottavio in poi, il mondo non aveva mai veduto altro esempio di precocità nellʼarte di governare. I più esperti diplomatici rimanevano attoniti udendo le osservazioni che a diciassette anni il Principe faceva sugli affari di Stato, ed anche più attoniti vedendo un giovinetto, posto in circostanze tali da farlo apparire passionato, mostrare un contegno composto e imperturbabile al pari del loro. A diciotto anni egli sedeva fraʼ padri della repubblica, grave, discreto e giudizioso, come il più vecchio di loro. A ventun anno, in un giorno di tristezza e di terrore, ei fu posto a capo del Governo. A ventitrè anni godeva per tutta la Europa rinomanza di soldato e dʼuomo politico. Aveva schiacciate le fazioni domestiche; era lʼanima dʼuna potente coalizione, ed aveva pugnato onorevolmente in campo contro alcuni deʼ più grandi generali di quel tempo.
IV. Per inclinazione di natura era più guerriero che uomo di Stato; ma, a somiglianza dellʼavo, il tacito Principe che fondò la Repubblica Batava, egli tiene un posto più elevato fra gli uomini di Stato che fraʼ guerrieri. Veramente lʼesito delle battaglie non è prova infallibile dello ingegno dʼun capitano; e sarebbe cosa singolarmente ingiusta giudicare con siffatta prova Guglielmo; imperocchè gli toccò sempre di combattere con capitani, profondi maestri dellʼarte militare, e con milizie per disciplina molto superiori alle sue. Nulladimeno abbiamo ragione di credere che egli non pareggiasse punto, come generale nel campo, alcuni che per doti intellettuali erano a lui molto inferiori. Ai suoi familiari ei ragionava sopra tale subietto con la magnanima franchezza dʼuomo che aveva fatto grandi coso, e che poteva confessare i propri difetti. Diceva di non aver fatto mai il necessario tirocinio dellʼarte militare. Da fanciullo era stato preposto a capo di unʼarmata. Fra i suoi ufficiali non era alcuno che potesse ammaestrarlo. Solo i propri errori e le conseguenze loro gli avevano servito di scuola. «Darei volentieri» esclamò un giorno «buona parte delle mie possessioni pel vantaggio di aver militato in poche campagne sotto il Principe di Condé, prima che avessi comandato un esercito contro lui.» Non è improbabile che lʼostacolo onde Guglielmo fu impedito di conseguire eccellenza nella strategica, contribuisse a rinvigorirgli lo intelletto. Le sue battaglie non lo mostrano un gran tattico, ma gli dànno diritto alla rinomanza di grandʼuomo. Non vʼera disastro che gli potesse far perdere la fermezza o lo impero della propria mente. Rimediava alle proprie sconfitte con celerità talmente maravigliosa, che avanti che glʼinimici cantassero il Te Deum, era nuovamente pronto al conflitto; nè lʼavversa fortuna gli fece mai perdere il rispetto e la fiducia deʼ soldati; fiducia e rispetto chʼegli massimamente doveva al proprio coraggio. La più parte degli uomini hanno o con la educazione possono acquistare il coraggio di cui un soldato ha mestieri per condursi senza infamia in una campagna; ma un coraggio simile a quello di Guglielmo, è veramente raro. Egli sostenne ogni prova; guerre, ferite, penose ed opprimenti infermità, fortune di mare, imminente e continuo pericolo dʼessere assassinato; pericolo che ha prostrato uomini di vigorosissima tempra; pericolo che angosciò fortemente il carattere adamantino di Cromwell. Eppure non vi fu occhio che potesse scoprire qual fosse la cosa che il Principe dʼOrange temeva. I suoi consiglieri con difficoltà lo potevano indurre a munirsi contro le pistole e i pugnali deʼ cospiratori.[209] I vecchi marinari maravigliavano vedendo la compostezza chʼegli serbava fra mezzo agli ardui scogli dʼun pericoloso littorale. Nelle battaglie il suo valore lo rendeva cospicuo fra le migliaia di strenui guerrieri, meritavagli il plauso deglʼinimici, e non veniva mai posto in dubbio nè anche dalle avverse fazioni. Nella sua prima campagna si espose al pericolo come uomo che cerchi la morte, fu sempre primo allo assalto ed ultimo alla ritirata, combattè con la spada in pugno dove più ferveva la mischia; e con una palla dʼarchibugio fitta nel braccio e col sangue che gli scorreva giù per la corazza, rimase fermo al suo posto, agitando il cappello sotto il fuoco più vivo. Gli amici lo pregavano di avere più cura della propria vita, che era di inestimabile prezzo alla salute della patria; e il più illustre deʼ suoi antagonisti, il Principe di Condé, notò, dopo la sanguinosa giornata di Seneff, come il Principe dʼOrange in ogni cosa si fosse portato da vecchio generale, tranne nello avere esposto sè stesso al pericolo come un giovine soldato. Guglielmo negò dʼessere reo di temerità, dicendo chʼera sempre rimaso nel posto del pericolo, mosso dal sentimento del proprio dovere e dal pensiero del bene pubblico. Le milizie da lui comandate erano poco assuefatte alla guerra, ed aborrivano da uno stretto scontro colle agguerrite soldatesche di Francia. Era quindi mestieri che il loro capitano mostrasse il modo di vincere le battaglie. E veramente, più dʼuna volta al pericolo dʼuna giornata che pareva disperatamente perduta, ei riparò arditamente riordinando le sgominate schiere, e tagliando con la propria spada i codardi che davano lo esempio della fuga. Alcuna volta, nondimeno, eʼ pareva che sentisse uno strano compiacimento nellʼarrisicare la propria persona. Taluni notarono che non si mostrò mai di così allegro umore, di modi così graziosi ed affabili, come fra mezzo al tumulto od alla strage dʼuna battaglia. Perfino neʼ sollazzi amava lo eccitamento del pericolo. Le carte, gli scacchi, il biliardo non gli andavano punto a sangue. La caccia era la prediletta delle sue ricreazioni; e tanto maggiormente piacevagli, quanto era più rischiosa. Talvolta spiccava tali salti, che i più audaci deʼ suoi compagni non osavano seguirlo. Sembra anche chʼegli reputasse come esercizi effeminati le più difficili cacce dellʼInghilterra, e fra mezzo alle immense foreste di Windsor con doloroso desio ripensasse alle belve che egli aveva costume di inseguire neʼ boschi di Guelders, ai lupi, ai cignali, ai grossi cervi dallʼenormi corna.[210]
V. Cotesta impetuosità dʼanima diventa straordinario fenomeno, solo che si consideri come egli fosse singolarmente delicato di corpo. Fino da fanciullo egli era stato debole e malaticcio. In sulla virilità la sua salute erasi intristita per un forte accesso di vajolo. Era asmatico, e pareva volesse andare in consunzione. La sua gracile persona era travagliata da una continua tosse secca. Ei non poteva dormire se non appoggiando il capo sopra parecchi guanciali, e non poteva trarre il respiro se non nellʼaria più pura. Spesso era torturato da crudeli dolori al capo; tosto stancavasi al moto. I medici mantenevano ognora deste le speranze deʼ suoi nemici, predicendo lʼepoca in cui, se pure vʼera certezza alcuna nella scienza, avrebbe cessato di vivere. Nonostante, in una vita che poteva dirsi una continua malattia, la forza dellʼanima non gli falli mai, in ogni grave occasione, a sostenere il suo infermo e languido corpo.
Era nato con violente passioni e con gagliardo sentire; ma la forza delle sue emozioni non era minimamente da altri sospettata. Agli occhi del mondo ei nascondeva la gioia, il dolore, lʼaffezione, il risentimento sotto il velo dʼuna calma flemmatica, che lo faceva reputare il più freddo degli uomini. Coloro che gli recavano buone nuove, rade volte potevano in lui scoprire il più lieve segno di contento. Chi lo vedeva dopo una disfatta, in vano cercava di leggergli in volto il dispiacere dellʼanimo. Lodava e riprendeva, premiava e puniva con lʼaustera tranquillità dʼun capitano di Mohawk; ma coloro che bene lo conoscevano e gli stavano da presso sapevano pur troppo che sotto cotesto ghiaccio ardeva perpetuamente un gran fuoco. Rade volte lʼira gli faceva perdere il contegno. Ma quando davvero lo invadeva la rabbia, il primo scoppio ne era tremendo, si che altri appena reputavasi sicuro a farglisi da presso. In simiglianti rari casi, nulladimeno, appena riacquistava lo impero delle proprie facoltà, faceva tali riparazioni a coloro che ne avevano patito il danno, da tentarli a desiderare chʼegli andasse nuovamente in collera. Nellʼaffetto procedeva impetuoso come nellʼira. Amando, egli amava con tutta la vigoria della sua vigorosissima anima. Quando la morte lo privava dellʼoggetto amato, queʼ pochi che erano testimoni del suo strazio, temevano non volesse perdere il senno o la vita. Aʼ pochi intimi amici, nella cui fedeltà e secretezza ei poteva onninamente riposare, era un uomo ben diverso dal riserbato e stoico Guglielmo, che la moltitudine supponeva privo dʼogni mite sentimento. Era cortese, cordiale, aperto, ed anche festevole e faceto, da rimanere a mensa lunghe ore, ed abbandonarsi allʼallegria del conversare.
VI. Fra tutti i suoi più cari, ei prediligeva singolarmente un gentiluomo chiamato Bentinck, discendente da una nobile famiglia batava, e destinato ad essere fondatore dʼuna delle maggiori case patrizie dellʼInghilterra. La fedeltà di Bentinck era stata sottoposta a prove non comuni. Mentre le Provincia Unite lottavano a difendere la propria esistenza contro la potenza francese, il giovine Principe, nel quale erano poste tutte le loro speranze, infermò di vajuolo. Tal malattia era stata fatale a parecchi della sua famiglia; e quanto a lui, in sulle prime si manifestò peculiarmente maligna. Grande era la costernazione pubblica. Le strade dellʼAja erano affollate da mane a sera di gente ansiosa di sapere le nuove di Sua Altezza. Infine il male prese un corso meno sinistro. La salvezza dello infermo fu attribuita in parte alla sua singolare tranquillità di spirito, e in parte alla intrepida e instancabile amicizia di Bentinck. Dalle sole mani di Bentinck Guglielmo prendeva i farmachi e il nutrimento. Il solo Bentinck era colui che alzava Guglielmo da letto e ve lo riponeva. «Se Bentinck dormisse o non dormisse mai nel tempo chʼio giacqui infermo» diceva Guglielmo grandemente intenerito a Temple; «non so. Ma questo io so, che per sedici giorni e sedici notti, non chiesi mai cosa alcuna che Bentinck allʼistante non fosse accanto al mio letto.» Innanzi che questo amico fedele finisse di prestare i propri servigi, fu preso dal contagio. Non pertanto, ei non curò la febbre e lo stordimento del capo ondʼera travagliato, finchè il suo signore fu dichiarato convalescente. Allora Bentinck chiese dʼandare a casa; e ne era tempo, imperocchè non poteva più sostenersi sulle proprie gambe. Corse gravissimo pericolo, ma risanò; e non appena si senti in forze da sorgere dal letto, corse allʼarmata, dove per molte ardue campagne fu sempre veduto da presso a Guglielmo, come vi era già stato in pericoli di altra specie.
È questa la origine dʼuna amicizia fervida e pura più di qualunque altra di cui faccia ricordo la storia antica o la moderna. I discendenti di Bentinck serbano tuttavia molle lettere da Guglielmo scritte al loro antenato; e non è troppo il dire che chiunque non le abbia studiate, non potrà mai formarsi una giusta idea dellʼindole del Principe. Egli, che i suoi ammiratori generalmente reputavano il più freddo e inaffabile degli uomini, in coteste lettere dimentica ogni distinzione di grado, ed apre lʼanima sua con la ingenuità dʼun fanciullo. Partecipa senza riserbo arcani di gravissimo momento. Palesa con tutta semplicità vasti disegni concernenti tutti i governi europei. Miste a siffatte cose trovansi altre dʼassai diversa natura, ma forse di non minore interesse. Tutte le sue avventure, i suoi sentimenti, le sue lunghe corse ad inseguire un enorme cervo, il suo folleggiare nella festa di Santo Uberto, il vegetare delle sue piantagioni, i suoi poponi andati a male, in che condizione sono i suoi cavalli, il desiderio chʼegli ha di trovare un buon palafreno per la sua moglie; il suo dispiacere udendo che un suo famigliare dopo dʼavere rapito lʼonore ad una fanciulla di buona famiglia, ricusi di sposarla; il suo mal di mare, la sua tosse, il suo mal di capo, i suoi accessi di divozione, la gratitudine chʼegli sente per la divina Provvidenza che lo ha scampato da un grave pericolo, gli sforzi chʼegli fa a sottoporsi alla volontà divina dopo un disastro: queste e simiglianti cose ivi sono descritte con una amabile garrulità, tale da non aspettarsi dal più discreto e calmo uomo di Stato deʼ tempi suoi. Va anche maggiormente notata la spensierata espansione della sua tenerezza, e il fraterno interesse chʼegli prende nella domestica felicità dellʼamico. Se nasce un figlio a Bentinck, Guglielmo gli dice: «Io spero chʼegli viva, per essere buono come voi; ed ove io abbia un figliuolo, le nostre creature si ameranno, lo spero, come ci siamo amati noi.»[211] Per tutta la vita egli seguita ad amare i piccoli Bentinck con affetto paterno. Gli chiama coi più cari nomi; nellʼassenza del padre prende cura di loro; e quantunque gli rincresca di rifiutare loro cosa alcuna, non permette che vadano alla caccia, dove potrebbero correre il pericolo di ricevere un colpo di corno dal cervo inseguito, o abbandonarsi alle intemperanze dʼuna gozzoviglia.[212] Se la loro madre si ammala nellʼassenza del marito, Guglielmo, fra mezzo ad affari di gravissimo momento, trova il tempo di spedire parecchi corrieri in un giorno per recargli notizie della salute di lei.[213] Una volta, come essa dopo una grave infermità è dichiarata fuori di pericolo, il Principe con fervidissime espressioni rende grazie a Dio: «Io scrivo lacrimando di gioia» dice egli.[214] Serpe una singolare magia in coteste lettere, scritte da un uomo, la cui irresistibile energia ed inflessibile fermezza imponevano riverenza ai nemici, il cui freddo e poco grazioso contegno respingeva lʼaffetto di quasi tutti i partigiani, e la cui mente era occupata da giganteschi disegni che hanno cangiata la faccia del mondo.
E tanto affetto non era mal collocato. Bentinck allora fu detto da Temple il migliore e più sincero ministro che alcun principe abbia mai avuta la fortuna di possedere, e continuò per tutta la vita a meritarsi un nome tanto onorevole. I due amici veramente erano fatti lʼuno per lʼaltro. Guglielmo non aveva mestieri di chi lo dirigesse o lo lusingasse. Avendo ferma e giusta fiducia nel proprio giudizio, non amava i consiglieri che inclinavano molto a suggerire o ad obiettare. Nel tempo stesso, aveva discernimento ed altezza di mente bastevoli a sdegnare lʼadulazione. Il confidente di un tal principe doveva essere uomo non di genio inventivo, o di predominante carattere, ma valoroso e fedele, capace dʼeseguire puntualmente gli ordini ricevuti, di serbare inviolabilmente il secreto, di notare con occhio vigilante i fatti e riferirli con verità: e tale era Bentinck.