Dopo cotesti fatti Giacomo avrebbe dovuto convincersi che la via da lui presa doveva di necessità condurlo a ruina. Ai clamori di Londra era da lungo tempo assuefatto. Sʼerano levati contro lui ora giustamente ed ora a torto. Egli li aveva più volte affrontati, e poteva forse tuttavia affrontarli. Ma che Oxford, sede della lealtà, quartiere generale dello esercito deʼ Cavalieri, luogo dove il padre e il fratello trasferirono la corte loro quando non si tenevano più sicuri nella loro tempestosa metropoli, luogo dove gli scritti deʼ grandi intelletti repubblicani erano stati di recente dati alle fiamme, fosse ora agitata da sinistri umori; che quegli animosi giovani, i quali pochi mesi innanzi avevano ardentemente prese le armi contro glʼinsorti delle Contrade Occidentali, avessero ad essere con difficoltà tenuti in freno dalla carabina e dalla spada, erano segni di cattivo augurio per la casa degli Stuardi. Tali ammonimenti, nondimeno, tornarono inutili allo stupido, inflessibile e testardo tiranno. Era deliberato di dare alla sua Chiesa i più ricchi e splendidi stabilimenti dʼInghilterra. A nulla giovarono le rimostranze deʼ migliori e più savi traʼ suoi consiglieri cattolici romani. Gli dimostrarono come egli potesse rendere grandi servigi alla causa della sua religione, senza violare i diritti di proprietà. Un assegnamento annuo di due mila lire sterline, che agevolmente poteva trarsi dal suo tesoro privato, sarebbe bastato a mantenere un collegio di Gesuiti. Siffatto collegio provveduto di abili, dotti e zelanti precettori, sorgerebbe come formidabile rivale alle vecchie istituzioni accademiche, le quali mostravano non pochi segni di quella languidezza, che è quasi inseparabile dal sentirsi sicuro ed opulento. Il collegio di Re Giacomo tosto verrebbe considerato, anche dagli stessi Protestanti, il primo istituto dʼeducazione nellʼisola e per scienza e per disciplina morale. Ciò sarebbe il mezzo più efficace e meno odioso con che umiliare la Chiesa Anglicana ed esaltare la cattolica. Il Conte dʼAilesbury, uno deʼ più fidi servitori della regale famiglia, quantunque Protestante, offerse mille lire sterline per mandare ad esecuzione quel disegno, più presto che vedere che il suo signore violasse i diritti di proprietà, e rompesse la fede data alla Chiesa dello Stato.[288] Tale proposta, nondimeno, non piacque al Re, come quella che, a dir vero, per molte ragioni, era poco convenevole alla dura indole di lui. Imperciocchè aveva non poco diletto a domare e sconfiggere lʼaltrui volontà, e gli doleva privarsi deʼ propri danari. Ciò chʼegli non aveva la generosità di fare a proprie spese, voleva farlo a spese degli altri. Deliberato di conseguire un fine, lʼorgoglio e lʼostinazione glʼimpedivano di retrocedere; e a poco per volta si era già ridotto a commettere atti di turchesca tirannide, atti che ridussero la nazione a convincersi che la proprietà di un libero possidente inglese sotto un Re cattolico romano non era punto sicura, come non lo era quella dʼun greco sotto la dominazione musulmana.
IX. Il Collegio della Maddalena in Oxford, fondato nel secolo decimoquinto da Guglielmo di Waynflete Vescovo di Winchester e Lord Gran Cancelliere, era uno deʼ più cospicui deʼ nostri istituti accademici. Una graziosa torre, in cima alla quale allʼalba del di primo di maggio i coristi cantavano un inno latino, presentavasi da lungi allʼocchio del viandante che veniva da Londra. Come egli appressavasi, la vedeva sorgere fraʼ merli sopra una vasta mole bassa ed irregolare, ma singolarmente veneranda, la quale, cinta di verdura, signoreggiava le lente acque del Cherwell. Egli entrava per una porta sormontata da una leggiadra finestra, e penetrava in uno spazioso chiostro ornato dʼimmagini rappresentanti le virtù e i vizi, rozzamente scolpite in pietra grigia dai muratori del secolo decimoquinto. La mensa della società era con profusione apparecchiata in un magnifico refettorio adorno di pitture e di fantastici intagli. Il servizio di chiesa facevasi mattina e sera in una cappella, chʼera stata molto danneggiata daʼ Riformatori e dai Puritani, ma tuttavia, così guasta, era edificio dʼinsigne bellezza, ai tempi nostri ristaurato con arte e con gusto squisiti. I vasti giardini lungo la riva del fiume, erano notevoli per la grandezza degli alberi, fra mezzo ai quali torreggiava una delle maraviglie della vegetazione dellʼisola, cioè una quercia gigantesca, secondo che comunemente dicevasi, dʼun secolo più antica del più antico collegio dellʼUniversità.
Gli statuti collegiali ordinavano che i Re dʼInghilterra e i Principi di Galles dovessero alloggiare alla Maddalena. Eduardo IV vi aveva abitato quando la fabbrica non era peranche finita. Riccardo III vi aveva tenuto corte, udito le dispute nella sala, regalmente festeggiato, e a rimunerare i suoi ospiti aveva loro fatto presenti di daini delle sue foreste. Due eredi presuntivi della Corona, anzi tempo spenti, Arturo fratello maggiore di Enrico VIII, ed Enrico fratello maggiore di Carlo I, erano stati membri di quel collegio. Un altro Principe del sangue, lʼultimo e migliore degli Arcivescovi cattolici romani di Canterbury, il buon Reginaldo Polo, vi aveva fatti i suoi studi. Aʼ tempi della guerra civile il Collegio della Maddalena era rimasto fido alla Corona. Ivi Rupert aveva stabilito il suo quartiere generale; e le sue trombe sʼudivano per quei quieti chiostri quando egli ragunava i suoi cavalli per muovere a qualcuna delle sue più audaci intraprese. La maggior parte deʼ collegiali erano ecclesiastici, e non potevano aiutare il Re se non con preci e pecunia. Ma un collega loro, il quale era Dottore in Diritto Civile, fece leva dʼuna schiera di sottograduati, e cadde valorosamente combattendo alla loro testa contro i soldati dʼEssex. Posate le armi, e venuta la Inghilterra sotto la dominazione delle Teste-Rotonde, sei settimi dei membri del collegio ricusarono di sottomettersi agli usurpatori: per la qual cosa furono cacciati dalle loro abitazioni, e privati delle rendite. Coloro che sopravvissero alla Restaurazione, fecero ritorno alle loro gradite stanze. Adesso era loro succeduta una generazione dʼuomini, i quali ne avevano ereditato le opinioni e lo spirito. Mentre infuriava la ribellione delle Contrade Occidentali, tutti coloro che nel Collegio della Maddalena la età o la professione non impediva dal portare le armi, erano ardentemente accorsi a combattere a pro della Corona. Eʼ sarebbe difficile trovare in tutto il Regno una corporazione, che al pari di cotesta fosse meritevole della gratitudine degli Stuardi.[289]
La società era composta dʼun Presidente, di quaranta Convittori (Fellows), di trenta scolari chiamati Demies, e dʼun convenevole numero di cappellani, cherici e coristi. A tempo della visita generale sotto il regno di Enrico VIII, le rendite del collegio erano molto maggiori di quelle dʼogni altro simigliante istituto nel reame, maggiori quasi per metà di quelle del magnifico istituto da Enrico VI fondato in Cambridge; e assai più del doppio di quelle che Guglielmo Wykeham aveva assegnato al suo collegio in Oxford. Sotto Giacomo II le ricchezze della Maddalena erano immense, e la fama le esagerava. Dicevasi comunemente che il collegio fosse più ricco delle più ricche Abadie del continente; e il popolo affermava che, finiti i fitti esistenti, la entrata crescerebbe fino alla somma prodigiosa di quaranta mila lire sterline lʼanno.[290]
I Convittori, per virtù degli statuti compilati dal fondatore, avevano potestà di eleggere il presidente fra coloro che erano allora o erano stati convittori o della Maddalena o del Collegio Nuovo. Avevano per lo più siffatta potestà liberamente esercitato. Ma alcuna volta il Re aveva raccomandato qualche partigiano della Corte alla scelta degli elettori; e in tali casi il collegio sʼera mostrato riverente ai desiderii del Sovrano.
Nel marzo del 1687, il Presidente della Maddalena fini di vivere. Aspirava a succedergli uno deʼ Convittori, cioè il Dottore Tommaso Smith, volgarmente soprannominato Rabbi Smith, insigne viaggiatore, bibliofilo, antiquario, ed orientalista, già stato cappellano di legazione a Costantinopoli, e adoperato a collazionare il Manoscritto Alessandrino. Credeva di meritare la protezione del Governo come uomo dotto e come Tory zelante. E davvero era ardentemente e fermamente il più realista che si potesse trovare in tutta la Chiesa Anglicana. Da lungo tempo aveva stretta amicizia con Parker Vescovo dʼOxford, per mezzo del quale egli sperava ottenere dal Re una lettera commendatizia al collegio; Parker gli promise di fare il possibile, ma tosto riferì di avere incontrato parecchie difficoltà. «Il re» disse egli «non raccomanderà alcuno che non sia amico alla religione della Maestà Sua. Che potreste voi fare per compiacerlo in quanto a ciò?» Smith rispose che ove egli fosse fatto Presidente, farebbe ogni sforzo per promuovere le lettere, la vera religione di Cristo, e la lealtà verso il Sovrano. «Ciò non servirebbe» disse il Vescovo. «Se è così» rispose animosamente Smith, «sia chi si voglia il Presidente: io non posso promettere altro.»
X. La elezione era stabilita pel di 13 aprile, e ai Convittori fu annunziato di ragunarsi. Dicevasi che il Re manderebbe una lettera a raccomandare pel posto vacante un certo Antonio Farmer. Era stato membro della Università di Cambridge ed aveva schivato di essere espulso, accortamente ritirandosi a tempo. Sʼera quindi collegato coʼ Dissidenti; e poi, recatosi ad Oxford, era entrato nel Collegio della Maddalena, dove si rese notevole per ogni generazione di vizi. Quasi sempre strascinavasi al collegio a notte avanzata, senza potere profferire parola, come colui chʼera briaco. Acquistò fama per essersi messo a capo dʼun tumulto in Abingdon. Frequentava sempre i convegni deʼ libertini. In fine, fattosi lenone, era disceso anche al di sotto della ordinaria sozzura del suo mestiere, ricevendo danari da certi dissoluti giovani per aver loro resi servigi tali che il labbro pudico della storia non può ricordare senza arrossirne. Cotesto sciagurato, nondimeno, aveva simulato di farsi papista, e la sua apostasia fu considerata come bastevole espiazione di tutti i suoi vizi. E comecchè fosse ancora giovine dʼanni, fu dalla Corte scelto a governare una grave e religiosa società, nella quale era tuttavia fresca la scandalosa memoria del suo depravato vivere.
Come cattolico romano, egli, secondo la legge comune del paese, non poteva occupare veruno ufficio accademico. Per non essere mai stato Convittore della Maddalena o del Collegio Nuovo, non poteva, in virtù dʼun ordinamento speciale di Guglielmo Waynflete, essere eletto Presidente. Guglielmo aveva anche comandato a coloro che dovevano fruire della liberalità sua, di badare peculiarmente alla moralità di colui che dovevano eleggere a loro capo; e quandʼanche egli non avesse lasciato scritto cotale comandamento, una corporazione composta in massima parte di ecclesiastici non poteva decentemente affidare ad un uomo quale era Farmer il governo dʼun istituto dʼeducazione.
I Convittori rispettosamente esposero al Re le difficoltà in cui si troverebbero, ove, come ne correva la voce, Farmer venisse loro raccomandato; e pregavano, che qualora piacesse alla Maestà Sua immischiarsi nella elezione, proponesse qualche persona a favore della quale potessero legalmente e con sicura coscienza votare. La rispettosa preghiera fu posta in non cale. La lettera del Re giunse, e fu recata da Roberto Charnock, che dianzi sʼ era fatto papista, uomo fornito di coraggio e di qualità, ma di sì violenta indole che pochi anni dopo commise un atroce delitto ed ebbe miseranda fine. Il dì 13 aprile, la società congregossi nella cappella. Speravano tutti che il Re si movesse alla rimostranza che gli avevano presentata. Lʼassemblea quindi si aggiornò al dì 15, che era lʼultimo giorno, nel quale, secondo gli statuti del collegio, la elezione doveva aver luogo. Giunto il predetto giorno, i Convittori ragunaronsi di nuovo entro la cappella. Non vʼera risposta alcuna da Whitehall. Due o tre degli anziani, fraʼ quali era Smith, inchinavano a posporre ancora la elezione, più presto che fare un passo che avrebbe potuto offendere il Re. Ma il testo degli statuti, che i membri del collegio avevano giurato di osservare, era chiaro. Fu quindi generale opinione di non ammettere altro indugio. Ne segui vivissima discussione. Gli elettori erano sì concitati che non potevano starsi neʼ loro seggi, e tumultuavano. Coloro che volevano la elezione immediata, richiamavansi aʼ loro giuramenti ed alle prescrizioni del fondatore, del quale mangiavano il pane, e ripetevano il Re non avere diritto dʼimporre un candidato anche avente i necessari requisiti. Fra mezzo alla contesa udironsi alcune parole spiacevoli alle orecchie dʼun Tory, si che Smith irritato esclamò: lo spirito di Ferguson avere invaso i cuori deʼ suoi confratelli. Finalmente eʼ fu deliberato di fare subito la elezione. Charnock uscì fuori della cappella. Gli altri Convittori, ricevuta la comunione, procederono a votare, e sortì eletto Giovanni Hough uomo di grande virtù e prudenza, il quale avendo sostenuto con fortezza la persecuzione, e con mansuetudine la prosperità, elevatosi a più alte dignità e rifiutatene anche di maggiori, mori estremamente vecchio, senza perdere la vigoria della mente, cinquantasei e più anni dopo quel memorando giorno.