La società affrettossi a far conoscere al Re le circostanze che avevano reso necessario lo eleggere senza altro indugio il Presidente, e pregarono il Duca di Ormond, come patrono della Università, e il Vescovo di Winchester, come ispettore del Collegio della Maddalena, perchè volessero assumersi lʼufficio dʼintercessori: ma il Re, torpido di mente, era siffattamente incollerito che non volle ascoltare spiegazioni.
XI. Neʼ primi giorni di giugno, i Convittori furono citati ad appresentarsi dinanzi allʼAlta Commissione in Whitehall. Cinque di loro, come deputati degli altri, obbedirono. Jeffreys gli trattò secondo suo costume. Quando uno di loro, chʼera un venerando Dottore nomato Fairfax, espresse qualche dubbio intorno alla validità della Commissione, il Cancelliere cominciò ad urlare a guisa di belva feroce: «Chi è costui? Chi gli ha dato lo incarico di venire a far lo impudente in questo luogo? Chiappatelo; mettetelo in secreta. Che fa egli senza custode? Egli è pazzo, ed è sotto la mia custodia. Mi maraviglio che nessuno sia venuto a richiedermelo per tenerlo in buona guardia.» Poichè si fu così sfogato, e furono lette le deposizioni concernenti il carattere morale del candidato proposto dal Re, nessuno deʼ Commissari ebbe la sfrontatezza di asserire che un tale uomo potesse convenevolmente essere eletto capo dʼun gran collegio. Obadia Walker e gli altri papisti dʼOxford i quali trovavansi lì presenti a difendere glʼinteressi del loro proselito, rimasero estremamente confusi. La Commissione dichiarò nulla la elezione di Hough, e sospese Fairfax dallʼufficio di Convittore: ma non fu più ragionato di Farmer; e nel mese di agosto giunse ai Convittori una lettera del Re, il quale proponeva loro Parker, Vescovo dʼOxford.
XII. Parker non era apertamente papista. Nondimeno esisteva contro lui un impedimento, il quale, quando anche la presidenza fosse stata vacante, sarebbe stato decisivo: imperocchè egli non era mai stato Convittore nè della Maddalena, nè del Collegio Nuovo. Ma la presidenza non era vacante: Hough era stato debitamente eletto; e tutti i membri del Collegio erano tenuti per sacramento a sostenerlo nellʼufficio. E però, significando la lealtà e il rincrescimento loro, scusaronsi di non potere obbedire ai comandi del Re.
Mentre Oxford in siffatto modo opponeva ferma resistenza alla tirannide, altri altrove non meno ferma opposizione faceva. Tempo innanzi, Giacomo, ai rettori della Certosa, che erano uomini dʼaltissimo grado e reputatissimi nel Regno, aveva comandato dʼammettere un certo Popham cattolico romano allo Spedale loro sottoposto. Il Direttore Tommaso Burnet, ecclesiastico insigne per ingegno, dottrina e virtù, ebbe il coraggio di dir loro, quantunque il feroce Jeffreys fosse del seggio, come ciò che da loro volevasi era contrario alla volontà del fondatore, non che ad un Atto del Parlamento. «E che importa ciò?» disse un cortigiano che era uno deʼ governatori. «Importa molto, io credo,» rispose una voce resa fioca dagli anni e dal dolore, e che non pertanto moveva da tal uomo da essere udita con rispetto, cioè la voce, del venerando Ormond. «Un Atto di Parlamento» seguitò il patriarca deʼ Cavalieri «non è, secondo il mio giudicio, cosa di lieve momento.» Fu messa innanzi la questione se Popham dovesse essere ammesso, e fu risoluta pel no. Il Cancelliere, che non potè sfogarsi bestemmiando e imprecando contro Ormond, uscì fuori spumante di rabbia e fu seguito da pochi altri, di guisa che i membri rimasti non furono più in numero legale, e non poterono fare una formale risposta allʼordine sovrano.
Lʼaltra adunanza ebbe luogo solo due giorni dopo che lʼAlta Commissione aveva con sua sentenza cassato la elezione di Hough e sospeso Fairfax. Un secondo ordine sovrano, munito del Gran Sigillo, fu presentato ai rettori: ma il tirannesco modo con cui era stato trattato il Collegio della Maddalena, aveva maggiormente destato il loro coraggio invece di domarlo. Scrissero una lettera a Sunderland, onde pregarlo ad annunziare al Re come essi in quel negozio non potessero obbedire alla Maestà Sua, senza violare la legge e mancare al debito loro.
Eʼ non è dubbio veruno che se cotesto documento fosse stato sottoscritto da nomi ordinari, il Re sarebbe trascorso a qualche eccesso. Ma anche a lui imponevano riverenza i grandi nomi di Ormond, Halifax, Danby, e Nottingham, capi di tutti i vari partiti ai quali egli andava debitore della Corona. E però fu pago di ordinare che Jeffreys pensasse quale fosse la via da prendersi. Una volta fu annunciato che verrebbe istituito un processo nella Corte del Banco del Re; unʼaltra, che la Commissione Ecclesiastica evocherebbe a sè la faccenda; ma tali minacce a poco a poco svanirono.[291]
XIII. La estate era bene inoltrata allorquando il Re intraprese un viaggio, il più lungo e più magnifico che da molti anni i sovrani dʼInghilterra avessero fatto. Da Windsor il di 16 agosto egli passò a Portsmouth, girò attorno le fortificazioni, toccò parecchie persone scrofolose, e quindi imbarcatosi in uno deʼ suoi legni giunse a Southampton. Da Southampton viaggiò a Bath, dove rimase pochi giorni e lasciò la Regina. Nel partirsi fu accompagnato dal Grande Sceriffo della Contea di Somerset e da una numerosa coorte di gentiluomini fino ai confini, dove il Grande Sceriffo della Contea di Gloucester con un non meno splendido accompagnamento stavasi ad aspettarlo. Il Duca di Beaufort corse ad incontrare i cocchi del Re e li condusse a Badminton, dove era apparecchiato un banchetto degno della rinomata magnificenza della sua casa. Nel pomeriggio, la cavalcata procedè fino a Gloucester; e a due miglia dalla città fu salutata dal Vescovo e dal clero. A Porta Orientale aspettavala il Gonfaloniere recando le chiavi. Le campane sonavano a festa; e le fontane versavano vino mentre il Re traversava le vie per andare al ricinto che chiude il venerando Duomo. Dormì quella notte nel decanato, e la dimane partì per Worcester. Da Worcester andò a Ludlow, Shrewsbury, e Chester, e venne in ogni luogo accolto con segni di riverenza e di gioia, dimostrazioni chʼegli ebbe la debolezza di considerare come prove che il malcontento, provocato dagli atti suoi, era ormai cessato, e che egli poteva di leggieri riportare piena vittoria. Barillon, il quale era più sagace, scrisse a Luigi che il Re dʼInghilterra illudevasi, che il viaggio non aveva recato nessun bene positivo, e che quegli stessi gentiluomini delle Contee di Worcester e di Shrop i quali avevano creduto loro debito accogliere il loro ospite e Sovrano con ogni segno dʼonorificenza, si troverebbero più disubbidienti che mai quando verrebbe fuori la questione intorno allʼAtto di Prova.[292]
Lungo il viaggio, al regio corteo si congiunsero due cortigiani per indole ed opinioni lʼuno dallʼaltro grandemente diversi. Penn trovavasi a Chester per un giro pastorale. La popolarità e lʼautorità chʼegli aveva fraʼ suoi confratelli erano grandemente scemate sino da quando egli sʼera fatto strumento del Re e dei Gesuiti.[293] Ei fu, nondimeno, assai graziosamente accolto da Giacomo, e la domenica gli fu concesso di arringare in piazza, mentre Cartwright predicava dentro il Duomo, e il Re ascoltava la Messa ad un altare appositamente accomodato nel Palazzo della Contea. E per vero dire si disse che la Maestà Sua si degnasse di recarsi alla ragunanza deʼ Quacqueri, ed ascoltare con gravità la melodiosa eloquenza dellʼamico suo.[294]
Il furioso Tyrconnel era arrivato da Dublino per rendere conto della propria amministrazione. Tutti i più spettabili Inglesi cattolici lo guardavano di mal occhio, considerandolo come nemico della loro razza e scandalo della religione loro. Ma egli fu cordialmente accolto dal suo signore, il quale lo accomiatò dandogli più che mai assicurazioni di fiducia e di appoggio. Piacque grandemente a Giacomo lʼudire che tra breve lo intero Governo dʼIrlanda si ridurrebbe in mano deʼ soli Cattolici Romani. Ai coloni inglesi era stato già tolto ogni potere politico; nullʼaltro rimaneva che privarli delle loro sostanze; oltraggio, chʼera differito finchè si fosse a ciò fare assicurata la cooperazione dʼun Parlamento irlandese.[295]
Dalla Contea di Chester il Re si volse verso il mezzogiorno, e indubitabilmente credendo che i Convittori del Collegio della Maddalena, comunque turbolenti, non ardirebbero disobbedire ad un comandamento uscito dalle stesse sue labbra, sʼavviò a Oxford. Cammino facendo, visitò vari luoghi che peculiarmente lo interessavano, come Re, come fratello, e come figlio. Visitò il tetto ospitale di Boscobel e gli avanzi della quercia tanto famosa nella storia di sua famiglia. Cavalcò al campo dʼEdgehill, dove i Cavalieri primamente pugnarono coi soldati del Parlamento. Il dì 3 di settembre, pranzò solennemente nel palazzo di Woodstock, antica e rinomata magione, della quale adesso non resta nè anco una pietra, ma il cui sito sul prato del parco di Blenheim è indicato da due sicomori che sorgono presso al magnifico ponte.