XIV. La sera ei giunse ad Oxford, e vi fu ricevuto coʼ soliti onori. Gli studenti con indosso lʼabito accademico erano schierati a salutarlo a destra e a sinistra dallo ingresso della città fino alla porta maggiore dalla Chiesa-di-Cristo. Prese stanza al decanato, dove fra gli altri preparamenti a convenevolmente riceverlo, trovò una cappella acconcia alla celebrazione della Messa.[296] Il dì seguente al suo arrivo i Convittori della Maddalena ebbero ordine di appresentarsi a lui. Quando gli furono dinanzi, gli ricevè con insolenza maggiore di quella che i Puritani avevano usata ai loro antecessori. «Voi non vi siete condotti meco da gentiluomini,» esclamò Giacomo. «Voi siete stati male educati e avete mancato al proprio dovere.» E quelli, cadendo sulle proprie ginocchia, gli porgevano una petizione, chʼegli non volle ricevere. «È questa la lealtà di cui mena sì gran vanto la vostra Chiesa Anglicana? Non avrei mai creduto che tanti chierici della Chiesa dʼInghilterra si trovassero immischiati in siffatto negozio. Andate via, andate. Io sono il Re, e voglio essere ubbidito. Adunatevi sullʼistante nella vostra cappella, ed eleggete il Vescovo dʼOxford. Coloro che ricuseranno, ci pensino prima. Sentiranno sui loro capi tutto il peso della mia mano. Sapranno che importi spiacere al loro Re.» I Convittori, rimanendo tuttavia inginocchioni, di nuovo porsero la petizione. Ma il Re irato, gettandola via, gridò: «Toglietevi dal mio cospetto, vi dico; non riceverò nulla da voi, finchè non abbiate eletto il Vescovo.»
Se ne andarono, e senza un momento dʼindugio ragunaronsi nella loro cappella. Proposero se si avesse ad obbedire ai comandi del Re. Smith era assente. Il solo Charnock dètte il voto affermativo. Gli altri Convittori che ivi trovavansi, dichiararono dʼessere in ogni cosa pronti ad obbedire al Re, ma di non volere violare gli statuti e i giuramenti loro.
Il Re, gravemente incollerito e mortificato per la sua sconfitta, si partì da Oxford e andò a raggiungere la Regina in Bath. Per la ostinazione e violenza sue ei sʼera posto in una impacciosa situazione. Aveva avuta molta fiducia nello effetto del suo cipiglio e delle sue sdegnose parole, ed aveva sullʼesito della contesa incautamente giocato non il solo credito del suo Governo, ma la sua dignità personale. Poteva egli cedere ai suoi sudditi da lui minacciati a voce alta e con furiosi gesti? E nondimeno poteva egli rischiarsi a destituire in un solo giorno una folla di rispettabili ecclesiastici, rei soltanto di avere adempito ciò che la nazione intera considerava come debito loro? Forse si sarebbe potuta trovare una via ad uscirne da questo dilemma. Forse il collegio si sarebbe potuto ridurre alla sommissione per mezzo del terrore, delle carezze, della corruzione.
XV. E però si dètte incarico a Penn dʼaccomodare la faccenda. Egli aveva tanto buon senso da non approvare il violento ed ingiusto procedere del Governo, e perfino rischiossi ad esprimere in parte il proprio intendimento. Giacomo, come sempre, ostinavasi nel torto. Il Quacquero cortigiano fece ogni sforzo per sedurre il collegio ad uscire dalla diritta via. Parimente provossi ad intimidirlo, dicendo il collegio correre a certa rovina; il Re essere grandemente corrucciato; il caso potere farsi, come da tutti generalmente credevasi, gravissimo; non esservi fanciullo il quale non pensasse che Sua Maestà voleva fare a suo modo, e non avrebbe sofferto di essere avversata. Per le quali cose Penn esortava i Convittori a non confidare nella rettitudine della loro causa, ma a sottomettersi, o almeno a temporeggiare. Tali consigli parvero stranissimi sulle labbra dʼun uomo, il quale era stato espulso dalla Università per avere suscitato un tumulto in occasione della cotta da prete, il quale aveva corso pericolo dʼessere diseredato più presto che far di cappello ai principi del sangue, ed era stato più volte messo in carcere per avere arringato nelle conventicole. Non gli riusci di intimorire i Convittori della Maddalena. I quali rispondendo ai suoi ammonimenti rammentarongli come nella passata generazione trentaquattro sopra quaranta Convittori avevano lietamente abbandonato i loro diletti chiostri e giardini, la sala, la cappella, andando alla ventura senza tetto nè pane, piuttosto che violare il giuramento di fedeltà al legittimo Sovrano. Il Re adesso volendoli costringere a rompere un altro giuramento, si sarebbe accorto che lʼantico coraggio non era spento nel Collegio della Maddalena.
Allora Penn provò maniere più dolci. Ebbe un colloquio con Hough e alcuni deʼ Convittori, e dopo molte proteste di simpatia ed amicizia cominciò ad accennare ad un compromesso. Il Re non patirebbe contradizione. Era forza che il collegio cedesse. Parker doveva essere eletto. Ma costui era di mal ferma salute; tutti i suoi beneficii tra breve diverrebbero vacanti. «Il Dottore Hough» disse Penn «potrebbe allora diventare Vescovo dʼOxford. Vi piacerebbe ciò, o signori?» Penn aveva spesa la vita a declamare contro un culto salariato. Sosteneva dʼessere tenuto a ricusare il pagamento della decima, e ciò quando aveva comperato terreni soggetti alla decima, e gli era stato concesso redimerli pagando un tanto. Secondo i suoi stessi principii, egli commetteva un grave peccato adoperandosi ad ottenere un beneficio ad onorevolissime condizioni per il più pio degli ecclesiastici. Nulladimeno fino a tal segno i suoi costumi erano stati corrotti dalle sue cattive relazioni, e il suo intendimento sʼera intenebrato per intemperante zelo dʼuna sola cosa, chʼei non si fece scrupolo di diventare mezzano di turpissima simonia, e di usare un vescovato come amo a indurre un ecclesiastico allo spergiuro. Hough rispose con cortese dispregio non richiedere altro dalla Corona che la sola giustizia. «Noi stiamo fermi» dissʼegli «sui nostri statuti e i giuramenti nostri: ma, anche ponendo da parte giuramenti e statuti, sentiamo il debito di difendere la nostra religione. I papisti ci hanno rubato il Collegio dellʼUniversità, e quello della Chiesa-di-Cristo. Adesso combattono a toglierci la Maddalena. Tra breve avranno il resto.»
Penn ebbe la stoltezza di rispondere chʼegli in verità credeva adesso i papisti sarebbero contenti. «Il Collegio dellʼUniversità è molto piacevole. La Chiesa-di-Cristo è un luogo magnifico. La Maddalena è un bello edificio; convenevole la posizione; deliziosi i viali lungo il fiume. Se i Cattolici Romani sono ragionevoli, potrebbero di ciò chiamarsi satisfatti.» Questa assurda confessione sarebbe sola bastata a rendere impossibile che Hough e i suoi confratelli cedessero. Le pratiche furono rotte; e il Re affrettossi, siccome aveva minacciato, a far provare ai disobbedienti tutto il peso dellʼira sua.
XVI. A Cartwright Vescovo di Chester, a Wright Capo Giudice del Banco del Re, e a Sir Tommaso Jenner, uno deʼ Baroni dello Scacchiere, fu data commissione speciale di esercitare potestà di ispezione sul collegio. Il dì 20 ottobre giunsero in Oxford scortati da tre compagnie di dragoni con le spade sguainate. Il giorno susseguente presero i loro seggi nella sala della Maddalena. Cartwright pronunciò una orazione piena di sensi di lealtà, che pochi anni innanzi sarebbe stata ricolma dʼapplausi, e che ora, invece, fu ascoltata con indignazione. Ne seguì una lunga disputa. Il Presidente difese con arte, contegno e coraggio i propri diritti. Protestò grande rispetto per lʼautorità regia; ma fermamente sostenne che per virtù delle leggi inglesi era libero possessore della casa e delle rendite annesse allʼufficio di Presidente; di siffatta proprietà sua ei non poteva essere privato da un atto arbitrario del Sovrano. «Vi sottometterete» chiese il Vescovo «alla nostra ispezione?»—«Mi ci sottometto» rispose destramente Hough «tanto quanto è compatibile con le leggi, e non più.»—«Volete voi consegnare le chiavi delle vostre stanze?» disse Cartwright. Hough rimase tacito. Lʼaltro ripetè la dimanda, e Hough rispose con un cortese ma fermo rifiuto. I commissari lo dichiararono intruso, e imposero ai Convittori di non più riconoscere lʼautorità di lui, e di assistere alla istallazione del Vescovo dʼOxford. Charnock fu pronto a promettere obbedienza; Smith diede una risposta evasiva; ma tutti gli altri membri del collegio dichiararono fermamente di riconoscere Hough come loro legittimo capo.
XVII. Allora Hough supplicò i Commissari perchè gli dessero licenza di dire poche parole. Cortesemente consentirono quelli, perocchè speravano chʼegli in grazia dellʼindole sua calma e soave cominciasse a cedere. «Milordi,» disse egli «oggidì voi mi avete privato della mia libera proprietà: protesto quindi contro ogni vostro atto come illegale, ingiusto e nullo; e me ne appello al Re nostro sovrano nelle sue corti di giustizia.» Un alto rumore dʼapplauso levossi fra mezzo agli uditori che riempivano la sala. I Commissari andarono in sulle furie. Invano fecero ricercare deʼ perturbatori, e volsero la rabbia loro contro il solo Hough. «Non crediate di far bravazzate con noi,» disse Jenner.—«Io sosterrò lʼautorità della Maestà Sua» esclamò Wright «finchè avrò fiato in corpo. Tutto questo nasce dalla vostra sediziosa protesta. Voi avete turbata la pace, e ne renderete ragione dinanzi al Banco del Re. Vʼimpongo di presentarvi alla prima sessione sotto pena di mille lire sterline. Vedremo se la potestà civile vi possa mettere la testa a partito; ed ove ciò non basti, proverete lʼautorità militare.» E veramente Oxford era in tale fermento che i Commissari vivevano inquieti. Aʼ soldati fu fatto comandamento di caricare le loro carabine. Dicevasi che si fosse spedito a Londra un messo per affrettare lʼarrivo dʼun rinforzo di milizie. Ciò non ostante, non seguì alcun disturbo. Il Vescovo dʼOxford fu pacificamente istallato per procura: ma soli due membri del collegio erano presenti alla cerimonia. Numerosi segni indicavano che lo spirito di resistenza sʼera sparso anco nella plebe. Il portinaio del collegio gettò via le chiavi; il camarlingo ricusò di cancellare dal libro delle spese il nome di Hough, e fu tosto cacciato. In tutta la città non fu possibile trovare un magnano che forzasse la serratura delle stanze del Presidente, e fu dʼuopo che gli stessi servitori deʼ Commissari rompessero le porte con barre di ferro. I sermoni recitati la susseguente Domenica nella chiesa dellʼUniversità erano pieni di considerazioni tali, che Cartwright ne rimase ferito nel vivo; ma erano espresse con tal arte, chʼegli non potè mostrare ragionevole risentimento.
A questo punto, ove Giacomo non fosse stato affatto accecato, le cose si sarebbero potute fermare. I Convittori generalmente non erano inchinevoli a spingere più oltre la resistenza. Opinavano che ricusando di assistere allʼammissione del Presidente intruso, porgerebbero sufficiente prova di rispetto agli statuti e ai giuramenti loro, e che, trovandosi egli in possesso dellʼufficio, potrebbero equamente riconoscerlo per loro capo, finchè una sentenza dʼun tribunale competente lo rimovesse. Solo uno deʼ Convittori, voglio dire il Dottore Fairfax, ricusava di cedere. I Commissari sarebbero volentieri venuti a cotesti patti; e per poche ore vi fu una tregua che molti credevano probabile finisse con un pacifico accomodamento: ma tosto ogni cosa andò sossopra. I convittori si accôrsero che lʼopinione pubblica accusavali di codardia. I cittadini già parlavano ironicamente della coscienza deʼ membri della Maddalena, ed affermavano che il coraggioso Hough e lʼonesto Fairfax erano stati traditi e abbandonati. Anche più molesto giungeva loro lo scherno di Obadia Walker e deʼ suoi confratelli rinnegati. In tal guisa dunque, dicevano gli apostati, dovevano finire tutti i paroloni con che il Collegio aveva dichiarato di difendere ad ogni costo il suo legittimo Presidente, e la sua religione protestante! Mentre i Convittori acremente molestati dal pubblico biasimo, pentivansi della condizionata sommissione alla quale avevano assentito, seppero che il Re non ne era punto soddisfatto. Diceva egli non bastare chʼessi fossero pronti a riconoscere il Vescovo dʼOxford come Presidente di fatto; era dʼuopo che distintamente riconoscessero la legalità della Commissione e di tutto ciò che essa aveva operato. Era dʼuopo che confessassero dʼavere mancato al debito loro, che si dichiarassero pentiti, promettessero di condursi meglio in avvenire, e chiedessero perdono alla Maestà Sua prostrandosi ai suoi piedi. I due Convittori, deʼ quali il Re non aveva cagione a dolersi, furono esentati dallʼobbligo di scendere a tanta umiliazione.
Giacomo—ed è tutto dire—non commise mai un errore più madornale. I Convittori già forte pentiti dʼavere concesso tanto, e incitati dal pubblico biasimo, ardentemente colsero il destro di riacquistare la pubblica stima. Dichiararono quindi unanimemente che non avrebbero mai chiesto perdono dʼavere ragione, o ammesso la legalità della ispezione del collegio e della destituzione del loro Presidente.