XVIII. Allora il Re, secondo che avea minacciato, fece loro sentire tutto il peso della sua mano. Con un solo decreto furono tutti dannati ad essere espulsi. E poichè sapevasi che molti nobili e gentiluomini, i quali avevano patronato di beneficii, gli avrebbero volentieri dati a coloro che tanto soffrivano per le leggi della Inghilterra e la religione protestante, lʼAlta Commissione dichiarò i cacciati Convittori incapaci dʼoccupare beneficii ecclesiastici; e coloro i quali non avevano per anche presi gli ordini sacri, incapaci di ricevere il carattere clericale. Giacomo poteva gioire pensando dʼavere tolto a molti di loro gli agi e le speranze di maggiori dignità, e di averli gettati in una disperata indigenza.
Ma tutti questi rigori produssero un effetto onninamente contrario a quello chʼegli sʼera augurato. Lo spirito inglese, quellʼindomito spirito che nessun Re della Casa Stuarda potè mai giungere per esperienza ad intendere, destossi vigorosissimo contro una tanta ingiustizia. Oxford, sede tranquilla delle lettere e della lealtà, era in condizioni somiglievoli a quelle in cui trovavasi la città di Londra il giorno dopo che Carlo I tentò di porre le mani addosso ai cinque rappresentanti della Camera. Il Vice-Cancelliere, invitato a pranzo dai Commissari nel dì stesso della espulsione, ricusò dicendo: «Il mio gusto è ben differente da quello del Colonnello Kirke. Non posso mangiare con appetito accanto ad una forca.» Gli scolari ricusavano di far di cappello ai nuovi rettori della Maddalena. A Smith fu apposto il soprannome di Dottore Birba, e venne pubblicamente insultato in un Caffè. Allorchè Charnock ordinò ai Demies di fare i loro esercizi accademici dinanzi a lui, quelli risposero che essendo privi deʼ loro legittimi direttori, non volevano sottomettersi allʼautorità usurpata. Congregavansi da sè e per gli studi e per gli uffici divini. A corromperli vennero loro offerti lucrosi posti di Convittori che erano per allora stati dichiarati vacanti: ma tutti i sottograduati, uno dopo lʼaltro, animosamente risposero le loro coscienze non consentire chʼessi traessero profitto dalla ingiustizia. Un solo giovanetto, che venne indotto ad accettare un posto, fu dai colleghi cacciato fuori dalla sala. Vari giovani di altri collegi vennero invitati; ma ogni prova fu vana. Il più ricco istituto che fosse nel Regno sembrava avere perduta ogni attrattiva per gli studenti bisognosi. Frattanto, in Londra e per tutto il reame, facevansi collette per soccorrere i cacciati Convittori. La Principessa dʼOrange, a somma soddisfazione di tutti i Protestanti, si firmò per dugento lire sterline. E nondimeno il Re persisteva a procedere nellʼintrapreso cammino. Alla cacciata deʼ Convittori segui quella dʼuna folla di Demies. Intanto il nuovo Presidente andava languendo per infermità di corpo e dʼanimo. Aveva fatto un ultimo e debole sforzo a servire il Governo pubblicando, mentre il collegio era in aperta ribellione contro lʼautorità sua, una difesa della Dichiarazione dʼIndulgenza, o per dir meglio una difesa della dottrina della transustanziazione. Questo scritto provocò molte risposte, ed in ispecie una dettata con istraordinaria vigoria ed acrimonia da Burnet. Parecchi giorni dopo la espulsione dei Demies, Parker morì nella casa stessa, della quale egli sʼera violentemente impossessato. Si disse che il rimorso e la vergogna lo facessero morire di crepacuore. Le sue ossa giacciono nella leggiadra cappella del collegio: ma nessun monumento ne indica il luogo.
XIX. Allora il Re volle mandare ad esecuzione tutto il suo disegno. Il collegio fu trasformato in seminario papale. Bonaventura Giffard, vescovo cattolico di Madura, fu nominato Presidente. Nella Cappella celebravansi i riti cattolici romani. In un solo giorno dodici Cattolici Romani furono ammessi come Convittori. Alcuni abietti Protestanti chiesero il convittorato, ma fu loro risposto con aperto rifiuto. Smith, realista esagerato, ma tuttavia sincero credente nella Chiesa Anglicana, non potè patire di vedere tanta trasformazione, e si assentò. Gli fu fatto comandamento di ritornare alla sua residenza, e non avendo obbedito, fu espulso anchʼegli: e in tal guisa lʼopera della spoliazione fu compiuta.[297]
La natura del sistema accademico dellʼInghilterra è tale che nessuna cosa, la quale tocchi seriamente lo interesse e lʼonore dellʼuna o dellʼaltra Università può mancare di produrre grave concitamento in tutto il paese. Per la quale cosa ogni colpo che andasse a percuotere il Collegio della Maddalena, era sentito fino al più remoto angolo del Regno. Neʼ caffè di Londra, neʼ tribunali, neʼ recinti di tutte le cattedrali, neʼ presbiterii e nelle ville sparse per le più remote Contee, gli uomini tutti sentivano commiserazione per gli sciagurati e sdegno contro il Governo. La protesta di Hough venne in ogni dove applaudita, in ogni dove destava orrore la violenza contro il suo domicilio; ed in fine la cacciata deʼ Convittori ruppe queʼ vincoli, un tempo sì forti e sì cari, che congiungevano la Chiesa Anglicana alla Casa Stuarda.
XX. Amari risentimenti e crudeli sospetti daʼ cuori di tutti cacciarono via lo affetto e la fiducia. Non vʼera canonico, non rettore, non vicario, la cui mente non fosse perturbata dal pensiero, che, per quanto la sua indole fosse quieta, ed oscura la sua condizione, potesse in pochi mesi essere cacciato dalla propria abitazione con un editto arbitrario, e ridursi a mendicare lacero e stanco con la moglie e i figliuoli, e vedere occupata da qualche apostata quella proprietà che era a lui assicurata da leggi dʼantichità immemorabile e dalla parola sovrana. Tale era dunque la ricompensa di quella eroica lealtà che non venne mai meno fra mezzo alle vicende di cinquantʼanni procellosi! Egli era per questo che il clero aveva sostenuto la spoliazione e la persecuzione nella causa di Carlo I! Egli era per questo chʼesso aveva favoreggiato Carlo II, nella sua dura contesa coi Whig! Egli era per questo chʼesso si era spinto in capo alla pugna contro coloro che studiavansi di privare Giacomo del suo diritto ereditario! Alla sola fedeltà del clero, il tiranno era debitore di quel potere chʼegli adesso adoperava ad opprimerlo e rovinarlo. Il clero da lungo tempo era assuefatto a raccontare con acerbe parole tutto ciò che aveva sofferto sotto il dominio deʼ Puritani. Ma i Puritani potevano in alcun modo escusarsi. Erano aperti nemici; avevano torti da vendicare; e anche rifoggiando la costituzione ecclesiastica del paese e cacciando chiunque aveva ricusato di riconoscere la loro Convenzione, non erano stati affatto privi di pietà. A colui, al quale avevano tolti i beneficii, avevano almeno lasciato tanto da poter sostenere la vita. Ma lʼodio che il Re sentiva contro la Chiesa, la quale lo aveva salvato dallo esilio e posto sul trono, non era tale da potersi di leggieri saziare. Nullʼaltro, fuorchè la estrema rovina delle sue vittime, lʼavrebbe potuto far pago. Non bastava che fossero espulsi dalle loro case e spogliati degli averi: furono con maligno studio chiusi dinanzi a loro tutti i sentieri della vita neʼ quali gli uomini della loro professione potessero procacciarsi la sussistenza; e nulla rimase loro che il precario ed umiliante mezzo dʼandare accattando per lo amore di Dio.
Il Clero Anglicano, quindi, e quelli traʼ laici, i quali erano partigiani dello episcopato protestante, provavano oggimai pel Re quei sentimenti che la ingiustizia congiunta alla ingratitudine fanno naturalmente nascere e crescere nel cuore umano. Nulladimeno il credente nella Chiesa Anglicana doveva vincere non pochi scrupoli di coscienza e dʼonore innanzi dʼindursi a resistere con la forza al Governo. Gli era stato insegnato che la obbedienza passiva era comandata senza restrizione o eccezione dalle leggi divine: ed era dottrina chʼegli professava con ostentazione. Aveva sempre spregiata la idea che potrebbe succedere un caso estremo il quale giustificasse colui che sguainasse la spada contro la tirannide regia. Per lo che i propri principii e la vergogna glʼimpedivano dʼimitare lo esempio delle ribelli Teste-Rotonde, mentre restava speranza di pacifico e legittimo rimedio: la quale speranza poteva ragionevolmente durare finchè la Principessa dʼOrange rimaneva erede immediata della Corona. Se ci potesse pazientemente sostenere questa dura prova della sua fede, le leggi della natura farebbero per lui ciò chʼegli non potrebbe fare da sè senza peccato e senza disonore. Aʼ danni della Chiesa verrebbe il rimedio; i beni e la dignità sue sarebbero tutelati da nuove guarentigie; ed a quei perversi ministri, daʼ quali neʼ dì dellʼavversità aveva patito offese ed insulti, sarebbe inflitta memorabile pena.
XXI. Lʼavvenimento che la Chiesa Anglicana considerava in futuro come un pacifico ed onorevole fine di tutte le sue perturbazioni, era tale che nè anche i membri più scioperati della cabala gesuitica potevano pensarvi senza gravi timori. Se il loro signore morendo non lasciasse loro altra sicurtà contro le leggi penali se non una Dichiarazione che lʼopinione pubblica universalmente considerava come nulla, se un Parlamento animato dallo stesso spirito che aveva predominato nel Parlamento di Carlo II si ragunasse intorno al trono dʼun sovrano protestante, non era egli probabile che seguisse una terribile rappresaglia, che le vecchie leggi contro il papismo venissero rigorosamente poste in vigore, e che altre nuove e più severe se ne aggiungessero al libro degli Statuti? I malvagi consiglieri tormentava da lungo un cupo timore, e parecchi di loro meditavano strani e disperati rimedi. Giacomo era appena asceso sul trono allorquando cominciò a correre sorda una voce per le sale di Whitehall, che, ove la Principessa Anna consentisse a farsi cattolica romana, non sarebbe impossibile, col soccorso di Re Luigi, trasferire in lei il diritto ereditario che spettava alla maggiore sorella. Dalla Legazione Francese tale disegno venne caldamente approvato; e Bonrepaux asserì di credere che Giacomo vi avrebbe agevolmente consentito.[298] Nondimeno eʼ fu in breve tempo a tutti manifesto che Anna irremovibilmente aderiva alla Chiesa Anglicana. Il perchè ogni pensiero di farla Regina fu messo da banda. Nonostante, una mano di fanatici continuavano ancora a nutrire la perversa speranza di giungere a cangiare lʼordine della successione. Il piano da essi immaginato fu espresso in uno scritto di cui rimane una rozza traduzione francese. Dicevano come era da sperare che il Re potesse stabilire la vera religione senza appigliarsi a partiti estremi, ma nel peggior caso potrebbe lasciare la sua corona a disposizione di Luigi. Era meglio per glʼInglesi essere vassalli della Francia che schiavi del demonio.[299] Questo stranissimo documento corse tanto per le mani deʼ gesuiti e deʼ cortigiani, che alcuni insigni Cattolici, neʼ quali la bacchettoneria non aveva spento lo amore della patria, ne dettero una copia allo Ambasciatore Olandese. Costui lo pose nelle mani di Giacomo; il quale grandemente agitato lo disse foggiato da qualche articolista in Olanda. Il Ministro Olandese risolutamente rispose che poteva provare il contrario con la testimonianza di vari cospicui membri della Chiesa di Sua Maestà; anzi non gli sarebbe tornato difficile additarne lo scrittore, il quale, al postutto, aveva espresso semplicemente ciò che molti preti e molti faccendieri politici andavano tuttodì dicendo nelle sale del palazzo. Il Re non credè opportuno chiedere chi fosse cotesto scrittore, ma lasciando da parte lʼaccusa di falsità, protestò in tono veemente e solenne che non gli era mai venuto in capo il minimo pensiero di diseredare la maggiore delle sue figliuole. «Nessuno» disse egli «osò giammai accennarmene. Non gli avrei mai prestato ascolto: perocchè Dio non ci comanda di propagare la vera religione per mezzo dellʼingiustizia; e questa sarebbe la più stolta e snaturata ingiustizia.» Nonostante siffatte proteste, Barillon,[300] pochi giorni dopo, scrisse alla sua Corte che Giacomo aveva incominciato a porgere ascolto a consigli concernenti un cambiamento nellʼordine della successione; che la questione, senza alcun dubbio, era delicatissima, ma vʼera ragione a sperare che col tempo e collʼaccortezza si troverebbe una via a porre la Corona in capo a qualche Cattolico Romano escludendone le due Principesse.[301] Per molti mesi tale questione seguitò a discutersi daʼ più arrabbiati e stravaganti papisti cortigiani, i quali giunsero per fino a nominare i candidati alla regia dignità.[302]
XXII. Nulladimeno eʼ non è probabile che Giacomo intendesse mai appigliarsi a così insano partito. Doveva conoscere che la Inghilterra non avrebbe nè anche per un solo giorno sopportato il giogo dʼun usurpatore, il quale per giunta fosse papista, e che ogni attentato contro i diritti della Principessa Maria avrebbe provocato mortale resistenza, e da parte di tutti coloro che avevano difesa la Legge dʼEsclusione, e da parte di tutti coloro che lʼavevano oppugnata. Non vʼè nondimeno il minimo dubbio che il Re fosse complice in una congiura meno assurda ma non meno ingiustificabile contro i diritti delle proprie figliuole. Tyrconnel con lʼapprovazione del suo signore, aveva ordita una trama a separare la Irlanda dalla Monarchia Britannica, e porla sotto la protezione di Luigi, appena la corona passasse ad un sovrano protestante. Bonrepaux, al quale sopra ciò era stato chiesto consiglio, aveva comunicato quel disegno alla sua Corte, e gli era stato risposto dʼassicurare a Tyrconnel che la Francia a compierlo presterebbe ogni efficace soccorso.[303] Coteste pratiche, delle quali, quantunque forse non fossero esattamente conosciute allʼAja, vʼera forte sospetto, non debbono porsi da canto qualora si voglia equamente giudicare della condotta che pochi mesi dopo tenne la Principessa dʼOrange. Coloro che lʼaccusano di avere violato il debito filiale, è forza che ammettano che il suo fallo era grandemente escusato pei torti da lei sofferti. Se per giovare alla propria religione ella ruppe i più sacri vincoli del sangue, altro non fece che seguire lo esempio del padre. Essa non consentì a rovesciarlo dal trono se non quando fu certa chʼegli congiurava a diseredarla.
XXIII. Bonrepaux aveva appena ricevute lettere che gli dicevano come Luigi avesse deliberato di aiutare Tyrconnel nella audace intrapresa, allorquando fu forza abbandonarne il pensiero. Nel cuore di Giacomo era già sceso il primo raggio dʼuna speranza di consolazione e diletto. La Regina era incinta.
Innanzi la fine dʼottobre 1687, la nuova cominciò a bisbigliarsi. Eʼ fu notato come la Regina non fosse intervenuta a qualche pubblica cerimonia, dicendo di non sentirsi bene in salute. Eʼ fu detto che portava sempre addosso molte reliquie alle quali ascrivevasi virtù straordinaria. In breve la novella dalla reggia passò ai caffè della Metropoli e si sparse per tutto il paese. Pochi ne accolsero con gioia lo annunzio. Quasi tutta la nazione lʼudì con un sentimento misto di timore e di scherno. Certo non vʼera nulla di strano nella cosa. Il Re aveva pur allora compiuto il cinquantesimoquarto degli anni suoi. La Regina era nel meriggio della vita. Aveva già concepiti quattro figliuoli chʼerano morti; e lungo tempo dopo sgravossi dʼun altro bambino allorchè nessuno più aveva interesse a crederlo supposto, e che perciò non fu mai reputato tale. Nondimeno essendo corsi cinque anni dalla sua ultima gravidanza, la gente, governata dallo inganno che agli uomini rende credibile ciò chʼessi desiano, aveva cessato di temere chʼella darebbe un erede al trono. Dallʼaltra parte, nulla sembrava più naturale e probabile che una pia frode immaginata dai Gesuiti. Era certo chʼessi dovevano considerare lo scettro nelle mani della Principessa dʼOrange come una delle maggiori calamità che potessero accadere alla Chiesa. Era medesimamente certo chʼessi non avrebbero avuto scrupolo alcuno a fare ogni cosa necessaria a salvare la Chiesa loro da una grave calamità. In parecchi libri, scritti da ingegni eminenti della Compagnia e stampati con licenza deʼ superiori, insegnavasi distintamente che mezzi più contrari alle idee della giustizia e della umanità che non fosse quello dʼintrodurre un erede spurio in una famiglia, potevano legittimamente adoperarsi per fini meno importanti che non fosse la conversione dʼun Regno eretico. Sʼera sparsa la voce che alcuni deʼ regi consiglieri, e perfino il Re stesso, cospirassero a fraudare la Principessa Maria, in tutto o in parte, del suo legittimo retaggio. Nacque quindi nel popolo un sospetto, a dir vero non bene fondato, ma in nessuna maniera così assurdo come comunemente si suppone. La stoltezza di alcuni Cattolici Romani confermava il pregiudicio del volgo. Ragionavano del lieto evento come di cosa strana e miracolosa, come di opera di quello stesso Potere Divino che aveva reso Sara felice ed orgogliosa dʼIsacco, ed aveva concesso Samuele alle preci di Anna. Era di recente morta la Duchessa di Modena madre di Maria. Dicevasi che poco tempo innanzi di morire ella supplicasse la Vergine di Loreto con fervidi voti e ricche offerte, a dare un figlio a Giacomo. Lo stesso Re nello antecedente agosto deviò dallo intrapreso viaggio per visitare il Pozzo Santo, dove aveva pregato San Venifredo a fine dʼottenere quel dono, senza il quale il suo gran disegno di propagare la vera fede sarebbe rimasto incompiuto. Glʼimprudenti zelatori che armeggiavano con siffatte novelle, predicevano con sicurezza che la creatura non ancor nata sarebbe un maschio, ed erano pronti a scommettere venti ghinee contro una. Affermavano che il cielo non ci si sarebbe intromesso senza un gran fine. Un certo fanatico annunciò che la Regina partorirebbe due gemelli, il maggiore deʼ quali sarebbe Re dʼInghilterra, il minore Pontefice di Roma. Maria non seppe nascondere il diletto con che udì tale vaticinio, e le sue cameriste si accôrsero che parlandogliene le recavano grandissima consolazione. I Cattolici Romani avrebbero fatto assai meglio se avessero favellato della gravidanza come di cosa naturale, e se si fossero mostrati temperanti nella loro inattesa ventura. Il loro insolente tripudio destò la pubblica indignazione. Dal Principe e dalla Principessa di Danimarca fino ai vetturini e alle pettegole niuno alludeva senza dileggio allo aspettato parto. I belli spiriti di Londra descrissero il nuovo miracolo in versi, i quali, come può bene supporsi, non erano troppo delicati. I rozzi scudieri delle campagne davano in uno scoppio di riso qualvolta sʼimbattevano in qualche persona semplice tanto da credere che la Regina dovesse positivamente di nuovo esser madre. Comparve un proclama del Re che ordinava al clero di leggere una formula di preghiera e rendimento di grazie, la quale era stata composta per cotesto lieto evento da Crewe e da Sprat. Il clero obbedì: ma fu notato che le congregazioni non rispondevano nè facevano segni di riverenza. Poco dopo in tutte le botteghe da caffè andò in giro una satira brutale contro i prelati cortigiani che avevano venduta la propria penna a Giacomo. Alla madre East toccò ancora buona parte dʼingiurie. Con quel volgare monosillabo i nostri antenati avevano degradato il nome della grande Casa dʼEste, che regnava in Modena.[304]