XLII. Il dì 18 ebbe luogo in Lambeth unʼadunanza di prelati e di altri eminenti teologi. Tillotson, Tenison, Stillingfleet, Patrick e Sherlock erano presenti. Dopo lungo discutere, lo Arcivescovo scrisse di propria mano una petizione che esprimeva il generale intendimento dellʼassemblea. Non era scritta con istile molto felice, sì che la sintassi impacciata ed inelegante destò alquanto dileggio contro Sancroft, il quale lo sostenne con meno pazienza di quella onde egli fece prova in circostanze assai più ardue. Ma nella sostanza nulla potrebbe essere formato con più magistero di cotesto memorando documento. Protestavano caldamente contro ogni taccia di slealtà ed intolleranza. Assicuravano il Re che la Chiesa era tuttavia, come era sempre stata, fedele al trono; assicuravano che i Vescovi, a tempo e a luogo, come Lordi del Parlamento e membri della Alta Camera di Convocazione, mostrerebbero di sapere compatire gli scrupoli di coscienza neʼ Dissenzienti. Ma il Parlamento, sì sotto il regno passato che sotto il presente, aveva decretato, il Sovrano non essere costituzionalmente competente a dispensare dagli statuti in materie ecclesiastiche. La Dichiarazione quindi era illegale; e i supplicanti non potevano, per prudenza, coscienza, ed onore partecipare alla solenne pubblicazione dʼun Atto illegale nella casa di Dio e fra mezzo agli uffici divini.
XLIII. Questo documento fu firmato dallʼArcivescovo e da sei deʼ suoi suffraganei, Lloyd di Santo Asaph, Turner dʼEly, Lake di Chichester, Ken di Bath e Wells, White di Peterborough, e Trelawney di Bristol. Il vescovo di Londra, come sospeso dalle sue funzioni, non firmò. Era la sera di venerdì in sul tardi: e la domenica mattina la Dichiarazione doveva leggersi nelle chiese di Londra. Era necessario che la petizione pervenisse senza indugio alle mani del Re. I sei Vescovi si recarono a Whitehall. LʼArcivescovo, al quale da lungo tempo era stato inibito lʼaccesso alla Corte, non accompagnò i colleghi. Lloyd, lasciati i suoi confratelli in casa di Lord Dartmouth chʼera presso al palazzo, sʼappresentò a Sunderland, pregandolo di leggere la petizione, e di dirgli quando al Re piacerebbe di riceverla. Sunderland, temendo di compromettersi, rifiutò di leggere lo scritto, ma si condusse subitamente alle regie stanze. Giacomo ordinò di far passare i vescovi. Gli era stato riferito dal suo cagnotto Cartwright, che essi erano inchinevoli ad ubbidire al regio mandato, ma che desideravano si facesse qualche lieve modificazione nella forma, al qual fine intendevano presentare una umilissima dimanda. Per lo che la Maestà Sua era di buonissimo umore. Come gli si furono inginocchiati dinanzi, disse cortesemente si alzassero, e prese lo scritto dalle mani di Lloyd, dicendo: «Questa è scrittura di Monsignore di Canterbury.»—«Sì, o Sire, scritta di sua propria mano,» gli, fu risposto. Giacomo lesse la petizione; la ripiegò; e turbossi nello aspetto dicendo: «Ciò mi sorprende grandemente. Non me lo sarei mai aspettato dalla vostra Chiesa, e segnatamente da alcuni di voi. Questo importa inalzare il vessillo della ribellione.» I vescovi si misero a protestare fervidamente della loro lealtà: ma il Re, come era suo costume, non cessava di ripetere le medesime parole: «Vi dico che è inalzare il vessillo della ribellione.»—«Ribellione!» esclamò Trelawney cadendo sulle sue ginocchia; «Per lo amore di Dio, o Sire, non ci dite parole così dure. Nessuno deʼ Trelawney può essere un ribelle. Vi ricordi che la mia famiglia ha combattuto in difesa della Corona. Vi rimembri deʼ servigi chʼio vi resi quando Monmouth aveva invaso le Contrade Occidentali.»—«Siamo noi che abbiamo spenta lʼultima ribellione,» disse Lake «e non ne susciteremo unʼaltra.»—«Noi ribelli!» esclamò Turner, «noi siamo pronti a morire ai piedi di Vostra Maestà.»—«Sire,» disse Ken con tono più fermo, «spero che ci vogliate concedere quella libertà di coscienza che voi accordate a tutto il genere umano.» E nulladimeno Giacomo seguitava: «Questa è ribellione. Questo importa inalzare il vessillo della ribellione. Fu ella mai posta in dubbio, prima dʼoggi, da un buono Anglicano la potestà di dispensare? Alcuni di voi non hanno eglino predicato e scritto a difenderla? È pretta ribellione. Voglio che la mia Dichiarazione sia letta.»—«Noi abbiamo due doveri da compiere,» rispose Ken, «il nostro dovere verso Dio, e il nostro dovere verso Vostra Maestà. Voi onoriamo: ma temiamo Dio.»—«Merito io questo?» gridò il Re viemaggiormente incollerito. «Io che sono stato tanto amico della vostra Chiesa! Non mi aspettava tanto da alcuni di voi. Io voglio essere ubbidito. La mia Dichiarazione deve essere pubblicata. Voi siete trombe di sedizione. Che fate voi qui? Andate alle vostre diocesi, e fate che io sia ubbidito. Terrò questo scritto; non lo perderò mai, e mi ricorderò sempre che voi lo avete firmato.»—«Sia fatta la volontà di Dio,» disse Ken.—«Dio mi ha data la potestà di dispensare,» disse il Re, «ed io saprò mantenerla. Vi dico che vi sono settemila credenti della vostra Chiesa, i quali non hanno piegato il ginocchio dinanzi a Baal.» I vescovi rispettosamente partironsi.[364] Quella stessa sera il documento da loro presentato al Re, si vide messo a stampa, parola per parola; trovavasi in tutte le botteghe da caffè, e si vendeva per le strade. In ogni parte la gente si alzava da letto e fermava i rivenditori. Si disse che lo stampatore in poche ore guadagnasse mille lire sterline vendendo questo scritto a un soldo. Ciò forse è una esagerazione: ma tuttavia prova che la vendita fu enorme. In che guisa la petizione pervenisse allo stampatore è tuttora un mistero. Sancroft dichiarò dʼavere prese tutte le cautele perchè non fosse pubblicata, e di non conoscerne altra copia, tranne quella scritta di sua mano, e da Lloyd posta nelle mani del Re. La veracità dello Arcivescovo non ammette il minimo sospetto. Pure non è punto improbabile che alcuni deʼ teologi, i quali aiutarono a compilare la petizione, possano averla tenuta a mente e mandata allo stampatore. Nondimeno comunemente credevasi che qualche famigliare del Re fosse stato indiscreto o traditore.[365] Poco minore fu la impressione che fece nel popolo una breve lettera, scritta con gran vigoria di raziocinio e di stile, stampata alla macchia, e profusamente sparsa il dì medesimo per la posta e per mezzo deʼ procacci. Ne fu mandata copia ad ogni chierico del Regno. Lo scrittore non istudiavasi di dissimulare il pericolo che correrebbero i disubbidienti al regio mandato; ma dimostrava vivamente come era maggiore il pericolo di cedere. «Se leggiamo la Dichiarazione,» diceva egli, «cadiamo per non rialzarci mai più; cadiamo incompianti e spregiati; cadiamo fra le maledizioni dʼun popolo che sarà rovinato dalla nostra debolezza.» Taluni credevano che questa lettera fosse venuta dalla Olanda. Altri lʼattribuirono a Sherlock. Ma Prideaux, Decano di Norwich, il quale fu principale agente a spargerla, la credè lavoro di Halifax.
La condotta deʼ prelati fu universalmente e immensamente applaudita: ma taluni mormoravano dicendo che uomini sì gravi, se reputavansi obbligati in coscienza a fare al Re una rimostranza, dovevano farla assai prima. Era egli bene lasciarlo nel buio fino a trentasei ore avanti il tempo stabilito per la lettura della Dichiarazione? Quandʼanche volesse revocare lʼordinanza in Consiglio, non era egli troppo tardi? Così sembravano concludere che la petizione aveva lo scopo, non di muovere il Re, ma dʼinfiammare gli umori del popolo.[366] Tali doglianze erano affatto prive di fondamento. Lʼordine del Re era giunto ai vescovi nuovo, inaspettato, impacciante. Era debito loro consultarsi vicendevolmente, ed indagare, per quanto fosse possibile, lʼopinione del clero innanzi di appigliarsi ad un partito. Il clero era sparso per tutto il reame. Alcuni distavano gli uni dagli altri una settimana di cammino. Giacomo concedeva loro solo quindici giorni ad informarsi, riunirsi, discutere e decidere; e però non aveva diritto a credersi leso per essere presso a finire i quindici giorni innanzi chʼegli conoscesse la loro deliberazione. E non è vero chʼessi non gli dessero tempo bastevole a revocare lʼOrdinanza qualora avesse avuto la prudenza di farlo. Avrebbe potuto convocare il Consiglio nel sabato mattina, e innanzi che fosse notte, si sarebbe saputo per tutta Londra e peʼ suburbii, chʼegli aveva ceduto alle preghiere deʼ padri della Chiesa Anglicana. Nonostante, il sabato scorse senza che il Governo mostrasse segno di cedere, e giunse la domenica, giorno lungamente memorabile.
XLIV. Nella città e nel circondario di Londra erano circa cento chiese parrocchiali. Solo in quattro fu eseguito lʼordine del Re. In San Gregorio la Dichiarazione fu letta da un ecclesiastico chiamato Martin. Appena egli ebbe profferite le prime parole tutti gli astanti alzaronsi ed uscirono. In San Matteo in Friday-Street uno sciagurato che aveva nome Timoteo Hall, e che aveva disonorato lʼabito sacerdotale facendo da sensale alla Duchessa di Portsmouth nella vendita delle grazie, e adesso nutriva speranza dʼottenere il vescovato dʼOxford, fu similmente lasciato solo in chiesa. In Serjeantʼs Inn in Chancery-Lane, il chierico disse di avere dimenticato a casa lo scritto; e al Capo Giudice del Banco del Re, il quale vi sʼera condotto per vedere se si obbedisse al regio mandato, fu forza contentarsi di siffatta scusa. Samuele Wesley, padre di Giovanni e di Carlo Wesley, e Curato in una chiesa di Londra, predicando in quel giorno, prese a testo lʼanimosa risposta fatta dai tre Ebrei al tiranno Caldeo: «Sappi, o Re, che noi non serviremo ai tuoi Dii, nè adoreremo la immagine dʼoro da te inalzata.» Perfino nella cappella del Palazzo di San Giacomo il ministro che officiava ebbe il coraggio di non ubbidire al comando regio. I giovani di Westminster lungo tempo rammentaronsi della scena che seguì quel giorno nellʼAbbadia. Vi officiava, come Decano, Sprat vescovo di Rochester. Appena cominciò a leggere la Dichiarazione, la sua voce fu soffocata dalle mormorazioni e dal rumore della gente che usciva in folla dal coro. Egli fu preso da sì forte tremito che mal poteva tenere in mano lo scritto. Assai prima chʼegli finisse di leggere, il luogo era abbandonato da tutti, fuorchè da coloro che la propria condizione costringeva a rimanervi.[367]
La Chiesa non era mai stata tanto cara alla nazione quanto nel pomeriggio di quel giorno. Ogni dissenso pareva sparito. Baxter dal pergamo fece lo elogio deʼ vescovi e del clero parrocchiale. Il Ministro Olandese, poche ore dopo, scrisse agli Stati Generali, che il Clero Anglicano si era acquistata la pubblica stima tanto da non credersi. Diceva che i Non-Conformisti con grido unanime asserivano amar meglio rimanere sotto gli Statuti penali che separare la causa loro da quella deʼ prelati.[368]
Scorsa unʼaltra settimana dʼansietà e dʼagitazione, giunse la domenica. Nuovamente le chiese della Metropoli erano affollate di migliaia e migliaia di persone. La Dichiarazione non fu letta in nessuno altro luogo che in quelle poche chiese dove era stata letta la precedente settimana. Il ministro, che aveva officiato nella cappella del Palazzo di San Giacomo, era stato destituito, e in vece sua un ecclesiastico più ossequioso comparve con lo scritto in mano; ma era tanto commosso che non potè profferire parola. E veramente lʼopinione pubblica si era manifestata in guisa che nessuno, tranne il migliore e più nobile, o il peggiore e più vile degli uomini, poteva senza scomporsi, affrontarla.[369]
XLV. Il Re stesso per un momento rimase attonito dinanzi alla violenta tempesta da lui suscitata. Che farebbe egli adesso? Andare avanti, o retrocedere: ed era impossibile procedere senza pericolo e tornare indietro senza umiliazione. Ebbe allora il pensiero di emanare una seconda Ordinanza per ingiungere al clero con parole dʼira e dʼalterigia di pubblicare la Dichiarazione, minacciando a un tempo che chiunque si mostrasse disubbidiente verrebbe subitamente sospeso. LʼOrdinanza fu scritta e mandata al tipografo, poi fu ritirata; poi rimandata di nuovo alla stamperia, e di nuovo ritirata.[370] Coloro i quali volevano si adoperassero mezzi rigorosi, consigliavano un diverso provvedimento: citare, cioè, dinanzi alla Commissione Ecclesiastica i prelati che avevano firmata la petizione, e deporli dalle loro sedi. Ma contro questo partito sorsero forti obiezioni in Consiglio. Era stato annunziato che le Camere verrebbero convocate innanzi la fine dellʼanno. I Lordi considererebbero come nulla la sentenza di deposizione contro i vescovi, insisterebbero che Sancroft e i suoi colleghi fossero ammessi ai loro seggi nel Parlamento, e ricuserebbero di riconoscere un nuovo Arcivescovo di Canterbury o un nuovo Vescovo di Bath e Wells. In tal modo, la sessione, la quale pareva dovere essere per sè stessa bastevolmente procellosa, incomincerebbe con una mortale contesa tra la Corona e i Pari. Se quindi reputavasi necessario punire i vescovi, ciò doveva farsi secondo lʼusanza delle Leggi Inglesi. Sunderland fin da principio si era opposto, per quanto gli fu possibile, alla Ordinanza in Consiglio. Adesso suggerì di prendere una via, la quale se non era scevra dʼinconvenienti, era la più prudente e la più dignitosa che fra tanti sbagli rimanesse aperta al Governo. Il Re con grazia e dignità annunzierebbe al mondo essere profondamente dolente della indebita condotta della Chiesa Anglicana, ma non potere porre in oblio tutti i servigi resi da quella, in perigliosi tempi, al padre, al fratello ed a sè; non volere egli, come fautore della libertà di coscienza, trattare rigorosamente uomini ai quali la coscienza, comecchè mal consigliata e piena dʼirragionevoli scrupoli, non consentiva dʼubbidire ai suoi comandi; per la qual cosa abbandonerebbe i colpevoli a quella pena che loro infliggerebbe il rimorso, quando, meditando pacatamente sulle azioni proprie, le raffrontassero con quelle dottrine di lealtà, delle quali menavano sì gran vanto. Non solo Powis e Bellasyse, i quali avevano sempre consigliato moderazione, ma anco Dover ed Arundell inchinavano alla proposta di Sunderland. Jeffreys, dallʼaltro canto, sosteneva che il Governo sarebbe disonorato ove siffatti trasgressori, quali erano i sette vescovi, si punissero con una semplice riprensione. Nondimeno ei non desiderava che venissero citati dinanzi la Commissione Ecclesiastica, della quale egli era capo, o per dir meglio, solo Giudice: imperocchè il peso dellʼodio pubblico che già lo premeva, era troppo anco per la sua svergognata fronte e il suo cuore indurato; e rifuggiva dalla responsabilità in cui sarebbe incorso pronunziando una sentenza illegale contro i governanti della Chiesa amati tanto dalla nazione. E però propose di perseguitarli criminalmente.
XLVI. Fu quindi determinato che lo Arcivescovo e gli altri sei che avevano firmata la petizione, fossero tradotti dinanzi la Corte del Banco del Re, come autori di un libello sedizioso. Non era da dubitarsi che verrebbero dichiarati rei. I giudici e gli ufficiali loro erano cagnotti della Corte. Dal dì in cui la Città di Londra era stata privata dello Statuto Municipale, nè anche uno di coloro i quali il Governo aveva voluto punire, era stato assoluto daʼ Giurati. I prelati disubbidienti sarebbero probabilmente condannati a rovinose multe ed a lunga prigionia, e si reputerebbero bene avventurati di potersi redimere, secondando, e dentro e fuori il Parlamento, i disegni del sovrano.[371]
Il dì 27 maggio fu intimato ai Vescovi di appresentarsi pel giorno ottavo di giugno dinanzi il Consiglio del Re. Non sappiamo perchè fosse loro dato sì lungo periodo di tempo. Forse Giacomo sperava che alcuni deʼ colpevoli, paventando la sua collera, cedessero pria che giungesse il giorno stabilito a leggere la Dichiarazione nelle loro diocesi, e a fine di pacificarsi secolui, persuadessero il loro clero ad obbedire al regio decreto. Se tale era la sua speranza, egli sperò invano. Giunta la domenica del 3 giugno, in tutta Inghilterra fu seguito lo esempio della Metropoli. Già i Vescovi di Norwich, Gloucester, Salisbury, Winchester, ed Exeter, avevano, in pegno dellʼapprovazione loro, firmate alcune copie della petizione. Il Vescovo di Worchester aveva rifiutato di distribuire la Dichiarazione fra il suo clero. Il Vescovo di Hereford lʼaveva distribuita; ma comunemente credevasi che egli, per avere ciò fatto, fosse straziato dal rimorso e dalla vergogna. Neppure un solo prete di parrocchia fra cinquanta ubbidì alla Ordinanza in Consiglio. Nella grande diocesi di Chester, la quale comprendeva la Contea di Lancastro, Cartwright non potè persuadere altri che tre soli ecclesiastici ad obbedire al Re. Nella diocesi di Norwich sono molte centinaia di parrocchie, e non pertanto in sole quattro fu letta la Dichiarazione. Il cortigiano Vescovo di Rochester non potè vincere gli scrupoli del cappellano di Chatam, il cui pane dipendeva dal Governo. Esiste tuttora una commovente lettera che questo buon sacerdote scrisse al Segretario dello Ammiragliato. «Io non posso» diceva egli «sperare la protezione di Vostra Eccellenza. Sia fatta la volontà di Dio. Io scelgo i patimenti più presto che il peccato.»[372]
XLVII. La sera dellʼ8 giugno i sette prelati, provvedutisi dellʼassistenza deʼ più illustri giureconsulti dʼInghilterra, si condussero a palazzo, e furono introdotti nella camera del Consiglio. La loro petizione era sulla tavola. Il Cancelliere la prese in mano, e mostrandola allo Arcivescovo disse: «È questa la carta scritta da Vostra Eccellenza Reverendissima, e presentata a Sua Maestà daʼ sei Vescovi qui presenti?» Sancroft guardò il foglio, e volgendosi al Re favellò in questa guisa: «Sire, io mi sto in questo luogo in sembianza di colpevole; io non lo era mai stato per lo innanzi, e non credevo mai che un giorno lo sarei. Meno anco avrei potuto credere che fossi accusato dʼoffesa contro il mio Re: ma se ho la sventura di trovarmi in questa condizione, prego Vostra Maestà di non offendersi, se mi valgo del mio legittimo diritto, ricusando di dire cosa che mi possa rendere reo.»—«Cotesti sono pretti cavilli,» disse il Re. «Spero che Vostra Eccellenza non osi negare la propria scrittura.»—«Sire,» disse Lloyd che aveva molto studiato i casisti, «tutti i teologi concordano ad asserire che un uomo in situazione pari alla nostra può ricusare di rispondere ad una simile domanda.» Il Re, che era tardo di mente quanto corrivo a riscaldarsi il sangue, non intese le parole del prelato; ed insisteva e andava viepiù montando in collera. «Sire,» disse lo Arcivescovo, «io non sono tenuto ad accusare me stesso. Nondimeno se Vostra Maestà positivamente mi comanda di rispondere, obbedirò con la fiducia che un principe giusto e generoso non permetta che ciò chʼio dico per ubbidire agli ordini suoi, sia considerato come argomento ad incriminarmi.»—«Voi non dovete venire a patti col vostro Sovrano,» disse il Cancelliere. «No,» esclamò il Re. «Io non vi comando questo. Se a voi parrà di negare la vostra scrittura, non ho più nulla a dire.»