CAPITOLO DECIMO.

SOMMARIO.

I. Si sparge la nuova della fuga di Giacomo; grande agitazione.—II. I Lordi si radunano in Guildhall—III. Tumulti in Londra.—IV. La casa dello Ambasciatore di Spagna è saccheggiala.—V. Arresto di Jeffreys.—VI. La Notte Irlandese—VII. Il Re è arrestato presso Sheerness.—VIII. I Lordi ordinano che sia posto in libertà.—IX. Imbarazzo di Guglielmo.—X. Arresto di Feversham; arrivo di Giacomo a Londra.—XI. Consulta tenuta in Windsor.—XII. Le truppe olandesi occupano Whitehall.—XIII. Messaggio del Principe a Giacomo.—XIV. Giacomo parte per Rochester.—XV. Arrivo di Guglielmo al Palazzo San Giacomo.—XVI. Lo consigliano ad assumere la Corona per diritto di conquista.—XVII. Egli convoca i Lordi e i Membri deʼ Parlamenti di Carlo II.—XVIII. Giacomo fugge da Rochester.—XIX. Discussioni e determinazioni deʼ Lordi.—XX. Discussioni e determinazioni deʼ Comuni convocati dal Principe.—XXI. Si convoca una Convenzione; sforzi del Principe per ristabilire lʼordine.—XXII. Sua politica tollerante.—XXIII. Satisfazione deʼ potentati cattolici romani; pubblica opinione in Francia.—XXIV. Accoglienze fatte alla Regina dʼInghilterra in Francia.—XXV. Arrivo di Giacomo a Saint-Germain.—XXVI. Pubblica opinione nelle Province Unite—XXVII. Elezione dei Membri della Convenzione.—XXVIII. Affari di Scozia.—XXIX. Partiti in Inghilterra.—XXX. Disegno di Sherlock—XXXI. Disegno di Sancroft.—XXXII. Disegno di Danby.—XXXIII. Disegno dei Whig. La Convenzione si aduna; membri principali della Camera dei Comuni.—XXXIV. Elezione del Presidente—XXXV. Discussione sopra le condizioni della nazione.—XXXVI. Deliberazione che dichiara vacante il trono. È spedita alla Camera dei Lordi; Discussione nella Camera dei Lordi intorno al disegno di nominare una reggenza.—XXXVII. Scisma tra i Whig e i seguaci di Danby.—XXXVIII. Adunanza in casa del Conte di Devonshire.—XXXIX. Discussione nella Camera deʼ Lordi intorno alla questione se il trono debba considerarsi come vacante. La maggioranza nega.—XL. Agitazione in Londra.—XLI. Lettera di Giacomo alla Convenzione.—XLII. Discussioni; Negoziati; Lettera del Principe dʼOrange a Danby.—XLIII. La principessa Anna aderisce al disegno deʼ Whig.—XLIV. Guglielmo manifesta i proprii pensieri.—XLV. Conferenza delle due Camere.—XLVI. I Lordi cedono.—XLVII. Proposta di nuove Leggi per la sicurezza della Libertà.—XLVIII. Dispute e Concordia.—XLIX. La Dichiarazione dei Diritti.—L. Arrivo di Maria.—LI. Offerta ed accettazione della Corona.—LII. Guglielmo e Maria vengono proclamati.—LIII. Indole speciale della Rivoluzione inglese.

I. Northumberland ubbidì fedelmente al comando, e non aprì lʼuscio del regio appartamento se non a giorno chiaro. Lʼanticamera era piena di cortigiani venuti a complire il Re allʼalzarsi da letto, e di Lordi chiamati a consiglio. La nuova della fuga di Giacomo in un istante volò dalla reggia alle strade, e tutta la metropoli ne rimase commossa.

Eʼ fu un terribile momento. Il Re se nʼera andato; il Principe non ancora giunto; non era stata istituita una Reggenza; il Gran Sigillo, essenziale allʼamministrazione della ordinaria giustizia, era scomparso. Presto si seppe che Feversham, ricevuta la lettera del Re, aveva subitamente disciolto lo esercito. Quale rispetto per le leggi e la proprietà potevano avere i soldati in armi e raccolti, senza il freno della disciplina militare, e privi delle cose necessaria alla vita? Dallʼaltro canto la plebe di Londra da parecchi giorni mostravasi fortemente inchinevole al tumulto ed alla rapina. La urgenza del caso congiunse per breve tempo tutti coloro ai quali importava la pubblica quiete. Rochester aveva fino a quel giorno fermamente aderito alla causa regia. Adesso conobbe non esservi che una sola via per evitare lo universale scompiglio. «Congregate le vostre guardie» disse egli a Northumberland, «e dichiaratevi pel Principe dʼOrange.» Northumberland seguì prontamente il consiglio. I precipui ufficiali dello esercito che allora trovavansi in Londra convennero a Whitehall, e deliberarono di sottoporsi alle autorità di Guglielmo, e finchè conoscessero la volontà di lui, tenere sotto disciplina i loro soldati, ed assistere la potestà civile onde mantenere lʼordine.[573]

II. I Pari recaronsi a Guildhall, e dai magistrati della città vi furono ricevuti con tutti gli onori. A rigore di legge i Pari non avevano maggior diritto che ogni altra classe di persone ad assumere il potere esecutivo. Ma egli era alla pubblica salvezza necessario un governo provvisorio; e gli occhi di tutti naturalmente volgevansi ai magnati ereditari del Regno. La gravità del pericolo trasse Sancroft fuori dal suo palazzo. Occupò il seggio; e, lui presidente, il nuovo Arcivescovo di York, cinque Vescovi, e ventidue Lordi secolari, deliberarono di comporre, sottoscrivere e pubblicare un Manifesto. In questo documento dichiararono di aderire fermamente alla religione e alla costituzione del paese; aggiunsero che avevano vagheggiata la speranza di vedere raddrizzati i torti e ristabilita la pubblica quiete dal Parlamento pur allora convocato dal Re; ma tale speranza rimaneva distrutta dalla sua fuga. Per lo che avevano deliberato di congiungersi col Principe dʼOrange onde rivendicare le patrie libertà, assicurare i diritti della Chiesa, accordare una giusta libertà di coscienza ai dissenzienti e rafforzare in tutto il mondo glʼinteressi del protestantismo. Fino allo arrivo di Sua Altezza essi erano pronti ad assumere la responsabilità di prendere i provvedimenti necessari alla conservazione dellʼordine. Sullʼistante fu spedita una deputazione a presentare il predetto Manifesto al Principe, ed annunziargli chʼegli era impazientemente aspettato a Londra.[574]

I Lordi quindi si posero a pensare intorno ai modi di prevenire ogni tumulto. Fecero chiamare i due Segretari di Stato. Middleton ricusò di ubbidire a quella chʼegli considerava autorità usurpata: ma Preston, ancora attonito per la fuga del suo signore, e non sapendo che cosa aspettarsi, obbedì alla chiamata. Un messaggio fu mandato a Skelton Luogotenente della Torre, perchè si presentasse in Guildhall. Andatovi, gli fu detto non esservi più oltre mestieri deʼ suoi servigi, e però consegnasse immediatamente le chiavi. Gli fu sostituito Lord Lucas. Nel tempo stesso i Pari ordinarono che si scrivesse a Darthmouth ingiungendogli dʼastenersi da ogni atto ostile contro la flotta olandese, e di licenziare tutti gli ufficiali papisti a lui sottoposti.[575]

La parte che in cotesti procedimenti ebbero Sancroft ed altri che fino a quel giorno si erano mantenuti strettamente fedeli al principio della obbedienza passiva, è degna di speciale considerazione. Usurpare il comando delle forze militari e navali dello Stato, destituire gli ufficiali preposti dal Re al comando deʼ suoi castelli e navigli, e inibire allo ammiraglio di dare battaglia ai nemici di lui, erano niente meno che atti di ribellione. E nonostante vari Tory abili ed onesti, seguaci della scuola di Filmer, erano persuasi di poter fare tutte le sopra dette cose senza incorrere nella colpa di resistere al loro Sovrano. Il loro argomentare era per lo meno ingegnoso. Dicevano, il Governo essere ordinato da Dio, e la monarchia ereditaria eminentemente ordinata da Dio. Finchè il Re comanda ciò che è legittimo, noi siamo tenuti a prestargli obbedienza attiva; comandando ciò che è illegittimo, obbedienza passiva. Non vi è caso estremo che ne possa giustificare ad opporci a lui con la forza. Ma ove a lui piaccia di deporre il suo ufficio, egli perde ogni diritto sopra di noi. Finchè ci governa, quantunque ci governi male, siamo obbligati a chinare la fronte; ma ricusando egli di governarci in veruna maniera, non siamo tenuti a rimanere perpetuamente privi di governo. Lʼanarchia non è ordinamento di Dio; nè egli ci ascriverà a peccato se nel caso che un principe, il quale in onta a gravissime provocazioni non abbiamo cessato mai di onorare e obbedire, si parta senza che noi sappiamo dove, non lasciando un suo vicario, ci apprendiamo al solo partito che ci rimanga a impedire la dissoluzione della società. Se il nostro Sovrano fosse rimasto fra noi, noi saremmo pronti, per quanto poco egli meritasse il nostro affetto, a morire ai suoi piedi. Se, lasciandoci, avesse nominato una reggenza per governarci con autorità delegatale durante la sua assenza, noi ci saremmo rivolti a tale reggenza soltanto. Ma egli è scomparso senza lasciare nessun provvedimento per la conservazione dellʼordine o per lʼamministrazione della giustizia. Con lui e col suo Gran Sigillo è sparita tutta la macchina per mezzo della quale si possa punire un assassino, decidere del diritto di proprietà, distribuire ai creditori i beni dʼun fallito. Il suo ultimo atto è stato di sciogliere migliaia dʼuomini armati dal freno della disciplina militare, e porli in condizioni o di saccheggiare o di morire di fame. Fra poche ore ciascun uomo sʼarmerà contro il suo prossimo. La vita, gli averi, lʼonore delle donne saranno in balìa di ogni uomo sfrenato. Noi adesso ci troviamo in quello stato di natura intorno al quale i filosofi hanno scritto cotanto; nel quale stato siamo posti non per colpa nostra, ma per volontario abbandono di colui che avrebbe dovuto essere nostro protettore. Il suo abbandono può dirittamente chiamarsi volontario: imperocchè nè la vita nè la libertà sue erano in periglio. I suoi nemici già avevano consentito ad aprire pratiche dʼaccordo sopra una base proposta da lui stesso, ed eransi offerti a sospendere immediatamente le ostilità a patti che egli non negava essere liberali. In tali circostanze egli ha disertato il suo posto. Noi non facciamo la minima ritrattazione; non siamo in cosa alcuna incoerenti. Ci manteniamo tuttavia fermi senza modificazione nelle nostre vecchie dottrine. Seguitiamo a credere che in qualunque caso è peccato resistere al magistrato; ma affermiamo che adesso non vi è verun magistrato cui resistere. Colui che era magistrato, dopo dʼavere per lungo tempo fatto abuso della propria potestà, ha abdicato da sè. Lo abuso non ci dava diritto a deporlo: ma lʼabdicazione ci dà diritto a provvedere al miglior modo di supplire al suo ufficio.

III. Per cosiffatte ragioni il partito del Principe si accrebbe di molti che per lʼinnanzi sʼerano tenuti in disparte. A memoria dʼuomo non era mai stata, come in quella congiuntura, una quasi universale concordia fra glʼInglesi; e mai quanto allora vʼera stato sì grande bisogno di concordia. Non vʼera più alcuna autorità legittima. Tutte le tristi passioni che il Governo ha debito dʼinfrenare, e che i migliori Governi imperfettamente infrenano, trovaronsi in un subito sciolte dʼogni ritegno; lʼavarizia, la licenza, la vendetta, il vicendevole odio delle sètte, il vicendevole odio delle razze. In simiglianti casi avviene che le belve umane, le quali, abbandonate dai ministri dello Stato e della religione, barbare fra mezzo alla città, pagane fra mezzo al cristianesimo, brulicano tra ogni fisica e morale bruttura nelle cantine e nelle soffitte delle grandi città, acquistino a un tratto terribile importanza. Così fu di Londra. Allo avvicinarsi della notte—per avventura la più lunga notte dellʼanno—eruppero da ogni spelonca di vizio, dalle taverne di Hockley e dal laberinto dʼosterie e di bordelli nel quartiere di Friars, migliaia di ladroncelli e di ladroni, di borsaiuoli e di briganti. A costoro mescolaronsi migliaia dʼoziosi giovani di bottega, i quali ardevano solo della libidine di tumultuare. Perfino uomini pacifici ed onesti erano spinti dallʼanimosità religiosa a congiungersi con la sfrenata plebaglia: imperocchè il grido di «Giù il Papismo,» grido che aveva più volte messa a repentaglio la esistenza di Londra, era il segnale dellʼoltraggio e della rapina. Primamente la canaglia gettossi sopra le case appartenenti al culto cattolico. Gli edifici furono atterrati. Banchi, pulpiti, confessionali, breviari furono accatastati ed arsi. Un gran monte di libri e di arredi era in fiamme presso il convento di Clerkenwell. Unʼaltra catasta bruciava innanzi le rovine del convento deʼ Francescani in Lincolnʼs Inn Fields. La cappella in Lime Street, la cappella in Bucklersbury, furono smantellate. Le dipinture, le immagini, i crocifissi vennero condotti trionfalmente per le vie al lume delle torce divelte dagli altari. La processione pareva una selva di spade e di bastoni, e in cima ad ogni spada e bastone era fitta una melarancia. La stamperia reale, donde nei precedenti tre anni erano usciti innumerevoli scritti in difesa della supremazia del Papa, del culto delle immagini, e deʼ voti monastici, per adoperare una grossolana metafora che allora per la prima volta cominciò ad usarsi, fu sventrata. La vasta provigione di carta, che in gran parte non era lordata dalla stampa, apprestò materia ad un immenso falò. Daʼ monasteri, dai templi, dai pubblici uffici la furibonda moltitudine si volse alle private abitazioni. Parecchie case furono saccheggiate e distrutte: ma la pochezza del bottino non appagando i saccheggiatori, tosto si sparse la voce che le cose più preziose deʼ papisti erano state poste al sicuro presso gli ambasciatori stranieri. Nulla importava alla selvaggia e stolta plebaglia il diritto delle genti e il rischio di provocare contro la patria la vendetta di tuttaquanta lʼEuropa. Le case degli ambasciatori furono assediate. Una gran folla si raccolse dinanzi la porta di Barillon in Saint Jamesʼs Square. Ei nondimeno si condusse meglio di quel che si sarebbe creduto. Imperocchè, quantunque il Governo da lui rappresentato fosse tenuto in aborrimento, la liberalità sua nello spendere e la puntualità nel pagare lo avevano reso bene affetto al popolo. Inoltre egli aveva presa la precauzione di chiedere parecchi soldati a guardia della sua casa: e perchè vari uomini dʼalto grado che abitavano vicino a lui, avevano fatto lo stesso, una forza considerevole si raccolse in quella piazza. La tumultuante plebe quindi, assicuratasi che sotto il tetto di Barillon non vʼerano nascosti nè armi nè preti, cessò di molestarlo e ne andò via. Lo ambasciatore veneto fu protetto da una compagnia militare: ma le magioni dove abitavano i ministri dello Elettore Palatino e del Granduca di Toscana, furono distrutte. Una preziosa cassetta il Ministro Toscano riuscì a salvare dalle mani deʼ facinorosi. Vi si contenevano nove volumi di memorie scritte di mano propria da Giacomo. I quali volumi, pervenuti a salvamento in Francia, dopo lo spazio di cento e più anni, perirono fra le stragi dʼuna rivoluzione assai più formidabile di quella dalla quale erano scampati. Ma ne rimangono tuttavia alcuni frammenti, che, comunque gravemente mutili e incastrati in una farragine di fanciullesche finzioni, sono ben meritevoli dʼattento studio.

IV. Le ricche argenterie della Cappella Reale erano state depositate in Wild House presso Lincolnʼs Inn Fields, dove abitava Ronquillo ambasciatore di Spagna. Ronquillo, sapendo chʼegli e la sua Corte non avevano male meritato della nazione inglese, non aveva creduto necessario chiedere dei soldati: ma la marmaglia non era in umore da fare sottili distinzioni. Il nome di Spagna da lungo tempo richiamava alla mente degli Inglesi la idea della Inquisizione, dellʼArmada, delle crudeltà di Maria, e delle congiure contro Elisabetta. Ronquillo dal canto suo sʼera acquistato di molti nemici fra il popolo, giovandosi del suo privilegio per non pagare i suoi debiti. E però la sua casa fu saccheggiata senza misericordia; ed una pregevole biblioteca da lui raccolta rimase preda delle fiamme. Il solo conforto chʼegli ebbe in tanto disastro fu di potere salvare dalle mani degli aggressori lʼostia santa che era nella sua cappella.[576]