Nulladimeno, ove egli avesse avuto un poco di buon senso, si sarebbe accorto che coloro i quali lo avevano arrestato, gli avevano, senza saperlo, reso un gran servigio. Gli eventi successi dopo la sua assenza dalla metropoli lo avrebbero dovuto convincere che, qualora gli fosse riuscito fuggire, non sarebbe più mai ritornato. A suo dispetto era stato salvato dal precipizio. Gli rimaneva unʼaltra sola speranza. Per quanto gravi fossero i suoi delitti, detronizzarlo mentre ei rimaneva nel Regno e mostravasi pronto ad assentire ai patti che glʼimporrebbe un libero Parlamento, sarebbe stato pressochè impossibile.
Per breve tempo egli parve propenso a rimanere. Spedì Feversham da Rochester con una lettera a Guglielmo. La sostanza della quale era che Sua Maestà già sʼera messo in cammino per ritornare a Whitehall, che desiderava avere un colloquio col Principe, e che il palazzo di San Giacomo sarebbe apparecchiato per Sua Altezza.[591]
IX. Guglielmo era in Windsor. Aveva con profondo rincrescimento saputi i fatti successi nella costa di Kent. Poco avanti che gliene giungesse la nuova, coloro che gli stavano da presso avevano notato chʼegli era dʼinsolito buon umore. Ed aveva ragione di star lieto. Vedevasi dinanzi lo sguardo un trono vacante; parea che tutti i partiti a una voce lo invitassero a salirvi. In un baleno la scena cangiossi: lʼabdicazione non era consumata; molti deʼ suoi stessi fautori avrebbero scrupoleggiato a deporre un Re che rimanesse fra loro, glʼinvitasse ad esporre le loro doglianze in modo parlamentare, e promettesse piena giustizia. Era uopo che il Principe esaminasse le nuove condizioni in cui si trovava, e si appigliasse a nuovo partito. Non vedeva alcuna via alla quale non si potesse nulla obbiettare, nessuna via che lo ponesse in una situazione vantaggiosa al pari di quella dove egli era poche ore innanzi. Nondimeno qualche cosa poteva farsi. Il primo tentativo fatto dal Re per fuggire non era riuscito: era sommamente da desiderarsi chʼegli si ponesse di nuovo alla prova con migliore successo. Bisognava impaurirlo e sedurlo. La liberalità usatagli nelle pratiche dʼaccordo fatte in Hungerford, liberalità alla quale egli aveva risposto rompendo la fede, adesso sarebbe intempestiva. Bisognava non proporgli patti nessuni dʼaccomodamento; e proponendone egli, rispondergli con freddezza; non usargli violenza, e neanche minacce; e nondimeno non era impossibile, anco senza siffatti mezzi, rendere un uomo cotanto pusillanime, inquieto della propria salvezza. E allora, posto di nuovo lʼanimo nel solo pensiero della fuga, era dʼuopo facilitargliela, e procurare che qualche zelante stoltamente non lo arrestasse una seconda volta.
X. Tale era il concetto di Guglielmo: e la destrezza e fermezza con che lo mandò ad esecuzione offre uno strano contrasto con la demenza e codardia dellʼuomo con cui egli aveva da fare. Tosto gli si presentò il destro dʼiniziare un sistema dʼintimidazione. Feversham giunse a Windsor portatore della lettera di Giacomo. Il messaggiero non era stato giudiciosamente scelto. Egli era quel desso che aveva disciolto lo esercito regio. A lui principalmente imputavano la confusione e il terrore della Notte Irlandese. Il pubblico ad alta voce lo biasimava. Guglielmo, provocato, aveva profferito poche parole di minaccia; e poche parole di minaccia uscite dalle labbra di Guglielmo sempre significavano qualcosa. A Feversham fu detto mostrasse il salvocondotto. Non ne aveva. Venendo senza esso framezzo a un campo ostile, secondo le leggi della guerra, sʼera reso meritevol dʼessere trattato con estrema severità. Guglielmo non volle vederlo, e comandò che venisse arrestato.[592] Zulestein fu tostamente spedito a riferire a Giacomo che Guglielmo non consentiva il proposto colloquio, e desiderava che la Maestà Sua rimanesse in Rochester.
Ma non era più tempo. Giacomo era già in Londra. Aveva esitato circa al viaggio, e una volta si era nuovamente provato a fuggire dallʼisola. Ma infine cedè alle esortazioni degli amici chʼerano più savi di lui, e partì alla volta di Whitehall. Vi arrivò il pomeriggio di domenica, 16 dicembre. Temeva che la plebe, la quale nella sua assenza aveva dato tanti segni della avversione che sentiva contro il Papismo, gli facesse qualche affronto. Ma la stessa violenza dellʼira popolare erasi calmata; la tempesta abbonacciata. Gaiezza e compassione avevano succeduto al furore. Nessuno mostravasi inchinevole a insultare il Re; qualche acclamazione fu udita mentre il suo cocchio traversava la Città. Le campane di alcune chiese suonarono a festa; furono accesi pochi fuochi di gioia a onorare il suo ritorno.[593] La sua debole mente pur dianzi oppressa dallo scoraggiamento dètte in istravaganze a cotesti inattesi segni di bontà e compassione mostrati dal popolo. Giacomo entrò rinfrancato nel proprio palazzo, il quale subitamente riprese il suo antico aspetto. I preti cattolici romani, che neʼ decorsi giorni sʼerano frettolosamente nascosti neʼ sotterranei e nelle soffitte per scansare il furore della plebe, uscirono dai loro luridi nascondigli chiedendo i loro antichi appartamenti in palazzo. Un Gesuita recitava il rendimento di grazie alla mensa del Re. Il vernacolo irlandese, allora il più odioso di tutti i suoni alle orecchie inglesi, udivasi per tutti i cortili e le sale. Il Re stesso aveva ripresa la sua vecchia alterigia. Tenne un Consiglio—lʼultimo deʼ suoi Consigli—ed anche negli estremi cui era ridotto convocò individui privi deʼ requisiti legali ad intervenirvi. Si mostrò gravemente indignato contro quei Lordi, che nella sua assenza avevano osato assumere il governo dello Stato. Era loro dovere lasciare che la società si dissolvesse, le case degli Ambasciatori venissero distrutte, Londra arsa, più presto che assumere le funzioni chʼegli aveva creduto giusto abbandonare. Fra coloro che ei così gravemente riprendeva, erano alcuni Nobili e Prelati, i quali a dispetto di tutti i suoi errori gli erano rimasti costantemente fedeli, e anche dopo questa altra provocazione non seppero, per timore o speranza, indursi a prestare obbedienza ad altro sovrano.[594]
Ma tale coraggio presto gli venne meno. Era egli appena entrato in palazzo allorquando gli fu detto che Zulestein era pur giunto messaggiero del Principe. Zulestein espose la fredda e severa ambasciata di Guglielmo. Il Re insisteva per avere un colloquio col nepote. «Non mi sarei partito da Rochester» disse egli «se avessi saputo tale essere il suo volere: ma da che qui mi ritrovo, spero chʼei voglia venire al palazzo di San Giacomo.»—«Debbo dire chiaramente alla Maestà Vostra» rispose Zulestein «che Sua Altezza non verrà a Londra finchè vi rimarranno soldati che non siano sotto gli ordini suoi.» Il Re confuso a siffatta risposta, ammutolì. Zulestein andonne via; e tosto entrò in camera un gentiluomo recando la nuova dello arresto di Feversham.[595] Giacomo ne rimase grandemente conturbato. Pure la rimembranza deʼ plausi con che era pur dianzi stato accolto, gli confortava lʼanimo. Gli sorse in cuore una stolta speranza. Pensò che Londra, la quale da tanto tempo era stata il baluardo della religione protestante e delle opinioni Whig, fosse pronta a prendere le armi in difesa di lui. Mandò a chiedere al Municipio, se sʼimpegnerebbe a difenderlo contro il Principe, qualora Giacomo si recasse ad abitare nella Città. Ma il Municipio, che non aveva posto in oblio la confisca deʼ suoi privilegi e lo assassinio giuridico di Cornish, ricusò di dare la promessa richiesta. Allora il Re si sentì nuovamente scorato. In qual luogo, diceva egli, troverebbe protezione? Valeva lo stesso essere circondato dalle truppe olandesi che dalle sue Guardie del Corpo. Quanto ai cittadini, adesso egli comprese quanto valessero i plausi e le luminarie. Altro partito non gli rimaneva che fuggire; e nondimeno vedeva bene che nessuna cosa potevano tanto desiderare i suoi nemici, quanto la sua fuga.[596]
XI. Mentre egli siffattamente trepidava, in Windsor deliberavasi intorno al suo fato. Adesso la corte di Guglielmo era strabocchevolmente affollata di uomini illustri di tutti i partiti. Vʼerano giunti la più parte deʼ capi della insurrezione delle contrade settentrionali. Vari Lordi, i quali nellʼanarchia deʼ giorni precedenti si erano costituiti da sè in Governo provvisorio, appena ritornato il Re, lasciata Londra, se nʼerano andati al quartier generale. Fra loro era anco Halifax. Guglielmo lo aveva accolto con gran satisfazione, ma non aveva potuto frenare un ironico sorriso vedendo lo ingegnoso e compìto uomo politico, il quale aveva ambito a farsi arbitro in quella grande contesa, essere costretto ad abbandonare ogni via di mezzo e prendere un partito deciso. Fra coloro che in questa congiuntura arrivarono a Windsor erano alcuni che avevano con ignominiosi servigi comperata la grazia di Giacomo, e adesso erano bramosi di scontare, tradendo il loro signore, il delitto dʼavere tradita la patria. Tale era Titus, che aveva seduto in Consiglio in onta alle leggi, e sʼera affaticato a stringere i puritani coʼ Gesuiti in una lega contro la costituzione. Tale era Williams, il quale, per cupidigia di guadagno, di demagogo sʼera fatto campione della regia prerogativa, e adesso era prontissimo a commettere una seconda apostasia. Il Principe con giusto dispregio lasciò che cotesti uomini si stessero vanamente aspettando unʼudienza alla porta del suo appartamento.[597]
Il lunedì, 17 dicembre, tutti i Pari che erano in Windsor furono convocati a una solenne consulta da tenersi nel castello. Il subietto delle loro deliberazioni era ciò che fosse da farsi del Re: Guglielmo non reputò savio partito trovarsi presente alla discussione. Ei si ritirò; ed Halifax fu posto sul seggio presidenziale. I Lordi concordavano in una cosa sola, cioè non doversi permettere che il Re rimanesse dove era. Unanimemente estimavano dannoso che lʼun principe si fortificasse in Whitehall, e lʼaltro nel palazzo di San Giacomo, e che vi fossero due guarnigioni nemiche in uno spazio di cento acri. Un tale provvedimento non poteva mancare di far nascere sospetti, insulti, e battibecchi che finirebbero forse col sangue. Per le quali ragioni i Lordi ingannati crederono necessario mandar via Giacomo di Londra. Proposero qual luogo convenevole Ham, che Lauderdale lungo la riva del Tamigi aveva edificato con le ricchezze rubate in Iscozia e con la pecunia datagli dalla Francia a corromperlo, e che era considerato come la più magnifica delle ville. I Lordi, venuti a tale conclusione, invitarono il Principe a recarsi fra loro. Halifax gli comunicò la deliberazione. Guglielmo approvò. Fu scritto un breve messaggio da spedirsi al Re. «E per chi glielo manderemo?» domandò Guglielmo. «Non dovrebbe essergli recato» disse Halifax «da uno degli ufficiali di Vostra Altezza?»—«No, milord,» rispose il principe; «con vostra licenza, il messaggio è spedito per consiglio delle Signorie Vostre; dovrebbe quindi recarglielo alcuno di voi.» Allora senza far sosta, onde non si desse luogo a rimostranze, ei nominò messaggieri Halifax, Shrewsbury e Delamere.[598]