La discussione fu poco dopo interrotta da Hampden che ritornava con un altro messaggio. La Camera riprese la seduta: fu annunziato che i Comuni avevano reputato incompatibile con la sicurezza e col bene di questa nazione protestante lʼessere governata da un Re papista. A questa deliberazione, evidentemente inconciliabile con la dottrina dello indestruttibile diritto ereditario, i Pari dettero immediato e unanime assenso. Questo principio in tal guisa affermato, da allora fino ad oggi è stato tenuto sacro da tutti gli statisti protestanti, e da tutti i cattolici ragionevoli non è stato creduto soggetto ad obiezioni. Se i nostri sovrani fossero al pari del presidente degli Stati Uniti, semplici ufficiali civili, non sarebbe facile difendere tale restrizione. Ma dacchè alla Corona inglese è annessa la qualità di capo della Chiesa Anglicana, non vʼè intolleranza nel dire che una Chiesa non dovrebbe essere soggetta ad un capo che la consideri come scismatica ed eretica.[643]
Dopo questa breve interruzione i Lordi nuovamente formaronsi in Comitato. I Tory insistevano perchè il loro disegno si discutesse prima che venisse preso in considerazione il voto dei Comuni che dichiarava vacante il trono. Ciò fu loro concesso; e fu posta la questione se una Reggenza, esercitando il regio potere, vita durante di Giacomo, ed in suo nome, sarebbe il migliore espediente a salvare le leggi e la libertà della nazione.
La disputa fu lunga ed animata. I principali propugnatori della Reggenza erano Rochester e Nottingham. Halifax e Danby difendevano la contraria opinione. Il Primate—strano a dirsi!—non comparve, quantunque i Tory vivamente lo importunassero perchè si ponesse a capo loro. La sua assenza gli provocò contro molte aspre censure; e gli stessi suoi apologisti non hanno potuto addurre alcuna ragione che lo purghi del biasimo.[644] Era egli lʼautore del disegno dʼistituire una Reggenza. Pochi giorni innanzi in un foglio scritto di sua mano aveva asserito quel disegno essere manifestamente il migliore che si potesse trovare. Le deliberazioni dei Lordi i quali lo sostenevano avevano avuto luogo in casa di lui. Era suo debito dichiarare in pubblico i propri intendimenti. Nessuno potrebbe tenerlo in sospetto di codardia o di volgare cupidigia. Eʼ fu probabilmente per paura di far male in cosa di tanto momento chʼegli non fece nulla; ma avrebbe dovuto sapere che un uomo nella sua posizione, non facendo nulla, faceva male. Un uomo che abbia scrupolo di assumere grave responsabilità in una solenne crisi, dovrebbe averlo parimenti ad accettare lʼufficio di primo ministro della Chiesa e primo Pari del Regno.
Non è strana cosa, nondimeno, che la mente di Sancroft non fosse tranquilla; imperocchè egli non poteva essere tanto cieco da non vedere che il disegno da lui agli amici suoi proposto era estremamente incompatibile con tutto ciò che egli e i suoi confratelli avevano per molti anni insegnato. Che il Re avesse diritto divino e indistruttibile al potere regio, e che al potere regio, anche quando ne venga fatto enorme abuso, non si potesse senza peccato opporre resistenza, era dottrina della quale la Chiesa Anglicana andava da lunghi anni orgogliosa. Questa dottrina significava ella in queʼ tempi che il Re aveva un divino e indistruttibile diritto ad avere la effigie e il nome suo intagliati sopra un sigillo, che doveva quotidianamente adoperarsi, suo malgrado, onde apprestare ai suoi nemici i mezzi di fargli la guerra, e mandare gli amici di lui alle forche come rei di avergli obbedito? Tutto il debito di un buon suddito consisteva egli nellʼusare il vocabolo Re? Così essendo, Fairfax in Naseby e Bradshau nellʼAlta Corte di Giustizia avevano adempito tutti i doveri di buoni sudditi: imperciocchè Carlo dai Generali che gli guerreggiavano contro, ed anche daʼ giudici che lo condannarono, veniva chiamato Re. Nulla nella condotta del Lungo Parlamento era stato più severamente biasimato dalla Chiesa che lʼingegnoso artificio di usare il nome di Carlo contro Carlo stesso. A ciascuno deʼ ministri della Chiesa era stato imposto di firmare una dichiarazione che condannava come proditoria la finzione onde lʼautorità del Sovrano veniva separata dalla sua persona.[645] Eppure cotesta proditoria finzione era adesso considerata dal Primate e daʼ suoi suffraganei come la sola base sopra la quale, in stretta uniformità ai principii del Cristianesimo, si potesse erigere un governo.
La distinzione che Sancroft aveva preso dalle Testerotonde della precedente generazione, sovvertiva dalle fondamenta il sistema politico che la Chiesa e le Università pretendevano avere imparato daʼ libri di San Paolo. Lo Spirito Santo—era stato le mille volte ridetto—aveva comandato ai Romani dʼobbedire a Nerone. Ed ora parea che tale precetto significasse che i Romani dovessero chiamare Nerone Augusto. Erano perfettamente liberi di cacciarlo oltre lʼEufrate, mandarlo a mendicare fraʼ Parti, opporgli la forza ove avesse tentato di ritornare, punire tutti coloro che osassero aiutarlo e tenere con lui corrispondenza, e concedere la potestà tribunizia e la consolare, la presidenza del Senato e il comando delle Legioni a Galba o a Vespasiano.
Lʼanalogia che lo Arcivescovo immaginò dʼavere scoperta tra il caso di un Re perverso e quello di un Re maniaco non è degna del più lieve esame. Era chiaro non trovarsi Giacomo in quello stato di mente in cui, ove egli fosse stato un gentiluomo rurale o un mercatante, qualunque tribunale lo avrebbe dichiarato inetto a fare un contratto o un testamento. Egli era dissennato nel modo che lo sono tutti i Re malvagi; come era Carlo I quando andò ad arrestare i cinque rappresentanti deʼ Comuni; Carlo II quando concluse il trattato di Dover. Se questa sorte dʼinfermità mentale non giustifica i sudditi che negano dʼobbedire ai principi, il disegno dʼistituire una Reggenza era evidentemente inammissibile; se giustifica i sudditi che negano dʼobbedire ai principi, la dottrina della non resistenza era pienamente rovesciata; e tutto ciò per cui ogni moderato Whig aveva lottato trovavasi pienamente ammesso.
Quanto al giuramento di fedeltà, pel quale Sancroft e i suoi discepoli provavano tanta ansietà, una cosa almeno è chiara, cioè che, chiunque avesse ragione, essi avevano torto. I Whig pensavano che nel giuramento dʼobbedienza erano sottintese certe condizioni, che il Re le aveva violate, e quindi il giuramento era divenuto nullo. Ma se la dottrina deʼ Whig era falsa, se il giuramento seguitava ad essere obbligatorio, potevano veramente credere gli uomini assennati che votando la Reggenza scanserebbero la colpa di spergiuri? Potevano essi affermare che rimanevano veramente fidi a Giacomo mentre, in onta alle proteste chʼegli faceva al cospetto di tutta Europa, essi davano ad altri la potestà di riscuotere la pubblica pecunia, convocare e prorogare il Parlamento, creare Duchi e Conti, nominare Vescovi e Giudici, graziare i rei, comandare le forze dello Stato, e concludere trattati con le Potenze straniere? Aveva egli il Pascal potuto trovare, in tutte le frenesie deʼ casisti gesuiti, un sofisma più spregevole di quello che adesso, a quanto parea, bastava a calmare le coscienze deʼ Padri della Chiesa Anglicana?
Era evidentissimo che il disegno dʼinstituire una Reggenza non si poteva difendere che coi principii dei Whig. Tra i ragionatori che sostenevano quel disegno e la maggioranza della Camera deʼ Comuni non vi poteva essere disputa circa la questione del diritto. Eʼ non rimaneva altro che la questione dellʼutilità. E poteva un grave uomo di Stato pretendere essere utile costituire un governo con due capi, dando ad uno il regio potere senza la dignità regia, e allʼaltro la dignità regia senza il regio potere? Era chiaro che un simile ordinamento, anche reso necessario dalla infanzia o dalla demenza del Principe, recava seco gravissimi inconvenienti. Che i tempi di Reggenza fossero tempi di debolezza, di perturbamenti e di disastri, era verità provata dalla intera storia dʼInghilterra, di Francia, e di Scozia, ed era quasi divenuta proverbio. Pure, in un caso dʼinfanzia o di demenza, il Re per lo meno era passivo. Non poteva di fatto controbilanciare il Reggente. Ciò che ora proponevasi era che la Inghilterra avesse due primi magistrati dʼetà matura e di mente sana, che vicendevolmente si facessero implacabile guerra. Era assurdo discorrere di lasciare a Giacomo il nudo nome di Re e privarlo al tutto del potere regio; perocchè il nome era parte di quel potere; il vocabolo Re era parola di prestigio. Nella mente di molti Inglesi era congiunto con la idea di un carattere misterioso derivato dal cielo, e nella mente di quasi tutti glʼInglesi con la idea di autorità legittima e veneranda. Certo se il titolo aveva tanto potere, coloro i quali sostenevano che Giacomo dovesse essere privato dʼogni potere, non potevano negare chʼegli dovesse essere privato del titolo.
E fino a quando doveva egli durare lo strano governo proposto da Sancroft? Tutti gli argomenti che potevano addursi per istituirlo, si potevano con uguale forza addurre per mantenerlo sino alla fine deʼ secoli. Se il pargoletto trasportato in Francia era veramente nato dalla Regina, doveva ereditare il divino e inalienabile diritto di essere chiamato Re. Il medesimo diritto probabilmente sarebbe stato trasmesso di papista in papista per glʼinteri secoli decimottavo e decimonono. Ambo le Camere avevano ad unanimità deliberato non dovere la Inghilterra essere governata da un papista. Poteva quindi darsi che di generazione in generazione il governo seguitasse ad essere amministrato da Reggenti a nome di Re raminghi e mendicanti. Non era dubbio che i Reggenti dovessero essere eletti dal Parlamento. Lo effetto, dunque, di questo disegno, trovato a serbare intatto il sacro principio della monarchia ereditaria, sarebbe stato quello di rendere elettiva la monarchia.
Unʼaltra invincibile ragione fu addotta contro il disegno di Sancroft. Era nel libro degli Statuti una legge fatta tosto dopo la lunga e sanguinosa contesa tra la Casa di York e quella di Lancaster, a fine dʼevitare che si rinnovassero le calamità che le vicendevoli vittorie delle predette Case avevano cagionato ai Nobili e gentiluomini del reame. Questa legge provvedeva che niuno, aderendo al Re in possesso del trono, incorrerebbe nelle pene di tradigione. Allorquando i regicidi furono processati dopo la Restaurazione, taluni di loro insisterono per essere giudicati secondo quella legge. Dicevano dʼavere obbedito al governo esistente di fatto, e però non essere traditori. I giudici ammisero che tale difesa sarebbe stata buona ove gli accusati avessero agito sotto lʼautorità di un usurpatore, il quale, come Enrico IV e Riccardo III, portasse il titolo di Re, ma dichiararono che non poteva giovare ad uomini i quali accusarono, condannarono e giustiziarono uno che nellʼatto dellʼaccusa, della sentenza e della esecuzione, era designato col nome di Re. Ne seguiva quindi che chiunque sostenesse un Reggente in opposizione a Giacomo, correrebbe gran rischio di essere impiccato, trascinato e squartato, ove Giacomo ricuperasse il potere sovrano; ma nessuno, senza violare la legge in modo tale che forse nè anche Jeffreys si rischierebbe ad usare, potrebbe essere punito aderendo ad un Re che regnava, quantunque contro ogni diritto, in Whitehall contro un Re legittimo il quale era esule in Saint-Germain.[646]