Eʼ pare che i sopra esposti argomenti non ammettessero risposta; e furono energicamente addotti da Danby il quale aveva arte maravigliosa a rendere chiara alla più torpida mente ogni cosa chʼei prendeva a dimostrare, e da Halifax il quale per abbondanza di concetti e splendore di locuzione non era pareggiato da nessuno fra gli oratori di quella età. Nondimeno erano così potenti e numerosi i Tory nella Camera Alta, che, nonostante la debolezza della causa loro, la diserzione del loro capo, e lʼabilità deʼ loro oppositori, furono presso a trionfare in quel giorno. I votanti erano cento. Quarantanove votarono per la Reggenza, cinquantuno contro. Colla minoranza erano i figli naturali di Carlo, i cognati di Giacomo, i Duchi di Somerset e dʼOrmond, lo Arcivescovo di York e undici vescovi. Nessuno deʼ prelati, salvo Compton e Trelawney, votò con la maggioranza.[647]
Erano vicine le ore nove della sera quando fu levata la seduta nella Camera deʼ Lordi. Il dì che seguiva era il 30 gennaio, anniversario della morte di Carlo I. Il clero anglicano per molti anni aveva reputato debito sacro inculcare in quel giorno le dottrine della non resistenza e della obbedienza passiva. Ora i suoi vecchi sermoni giovavano poco; e molti teologi perfino dubitavano se potessero rischiarsi a leggere per intero la liturgia. La Camera Bassa aveva dichiarato vacante il trono. LʼAlta non aveva per anche espressa alcuna opinione. Non era quindi facile cosa decidere se si dovessero recitare le preci pel Sovrano. Ogni ministro nel compiere i divini uffici seguì il proprio talento. Nella più parte delle chiese della metropoli le preghiere per Giacomo furono omesse: ma in Santa Margherita, Sharp Decano di Norwich, richiesto di predicare dinanzi ai Comuni, non solo lesse in faccia a loro lʼintero servizio come era scritto nel libro, ma prima di incominciare il sermone invocò con sue proprie parole il cielo perchè benedicesse il Re, e verso la fine del suo discorso declamò contro la dottrina gesuitica che insegnava potere i principi essere legalmente detronizzati dai loro sudditi. Quel dì stesso il Presidente alla Camera mosse querela di tal affronto dicendo: «Voi un giorno votate un provvedimento, e il dì dopo viene contraddetto dal pulpito al cospetto vostro.» Sharp fu energicamente difeso dai Tory, e trovò amici anche fraʼ Whig: imperocchè rammentavano tuttavia chʼegli aveva corso gravissimo pericolo allorquando nei tristi tempi ebbe il coraggio, malgrado il divieto del Re, di predicare contro il papismo. Sir Cristoforo Musgrave ingegnosissimamente notò non avere la Camera ordinato la pubblicazione della deliberazione che dichiarava vacante il trono. Sharp adunque non solo non era tenuto a saperla, ma non ne avrebbe potuto parlare senza violare i privilegi parlamentari, pel quale attentato avrebbe corso rischio di essere chiamato alla sbarra e prostrato sulle proprie ginocchia sostenere una riprensione. La maggioranza conobbe non essere savio partito in quel momento attaccar lite col clero; e troncò la questione.[648]
Mentre i Comuni discutevano intorno al sermone di Sharp, i Lordi si erano di nuovo costituiti in Comitato per considerare le condizioni del paese, ed avevano ordinato che venisse paragrafo per paragrafo letta la deliberazione che dichiarava vacante il trono.
La prima espressione che fece nascere una disputa era dove si ammetteva il contratto originale tra Re e popolo. Non era da aspettarsi che i Pari Tory lasciassero passare una frase che conteneva la quintessenza delle opinioni deʼ Whig. Si venne ai voti; e risultò con cinquantatre favorevoli sopra quarantasei contrari che le controverse parole rimarrebbero.
Presero poscia in considerazione il severo biasimo che i Comuni avevano dato al governo di Giacomo e fu unanimemente approvato. Sorse qualche obiezione verbale contro la proposizione in cui si affermava che Giacomo aveva abdicato. Fu proposto si correggesse con dire chʼegli aveva abbandonato il Governo. Questa emenda fu abbracciata, a quanto sembra, quasi senza dibattimento nè votazione. Essendo già tardi, i Lordi aggiornarono la tornata.[649]
XXXVII. Fin qui la piccola schiera dei Pari, guidati da Danby, aveva agito dʼaccordo con Halifax e coi Whig. Tale unione aveva fatto sì che il disegno dʼinstituire una Reggenza era stato rigettato, ed abbracciata la dottrina del contratto originale. La proposizione che Giacomo aveva cessato dʼessere Re era stata il punto di congiunzione deʼ due partiti che formavano la maggioranza. Ma da quel punto lʼuno dallʼaltro divergeva. La questione che doveva poscia risolversi era, se il trono fosse da considerarsi vacante; questione non di semplici parole, ma di grave importanza pratica. Se il trono era vacante, gli Stati del reame potevano darlo a Guglielmo. Se non era vacante, ei poteva succedere soltanto dopo la sua consorte, la Principessa Anna e i discendenti di lei.
Secondo i seguaci di Danby era massima stabilita non potere la patria nostra nemmeno per un istante trovarsi senza legittimo Principe. Lʼuomo poteva morire; ma il magistrato era immortale. Lʼuomo poteva abdicare; ma il magistrato era irremovibile. Se noi—ragionavano essi—una volta ammettiamo il trono essere vacante, ammettiamo che la nostra monarchia è elettiva. Il monarca che vi poniamo diventa un Sovrano non secondo la forma dʼInghilterra, ma secondo quella di Polonia. Quando anche scegliessimo lʼindividuo stesso destinato a regnare per diritto di nascita, quellʼindividuo tuttavia regnerebbe non per diritto di nascita, ma per virtù della nostra elezione, e prenderebbe come dono ciò che dovrebbe considerarsi retaggio. La salutare riverenza tributata finora al sangue regio e allʼordine della primogenitura verrebbe grandemente scemata. Il male si farebbe anco maggiore se noi non solo dessimo il trono per elezione; ma lo dessimo a un principe il quale indubitatamente avesse i requisiti di un grande ed ottimo regnatore, e il quale ci avesse maravigliosamente liberati, ma non fosse primo e nè anco secondo nellʼordine della successione. Se una volta diciamo che il merito, ancorchè eminente, è un diritto per acquistare la Corona, distruggiamo i fondamenti del nostro ordinamento politico, e stabiliamo un esempio, del quale ogni guerriero o statista ambizioso che avesse reso grandi servigi al pubblico sarebbe tentato a giovarsi. Questo pericolo scansiamo seguendo logicamente i principii della Costituzione fino alle ultime conseguenze loro. Lo accesso alla Corona era aperto come alla morte del principe regnante: da quel momento medesimo il più prossimo erede diventò nostro legittimo Sovrano. Noi consideriamo la Principessa dʼOrange come la più prossima erede, sosteniamo quindi che si debba senza il minimo indugio proclamare, quale è difatto, nostra Regina.
I Whig rispondevano essere scempiezza applicare le regole ordinarie ad un paese in istato di rivoluzione, la gran questione non doversi decidere coi dettati deʼ pedanti curiali, e dovendosi a quel modo decidere, quei dettati potersi da ambe le parti addurre. Se era massima di legge che il trono non poteva essere giammai vacante, era parimente massima di legge che un uomo non poteva avere un erede, che, lui vivente, succeda. Giacomo era vivente. In che modo adunque la Principessa dʼOrange poteva ella succedergli? Vero era che le leggi dellʼInghilterra avevano pienamente provveduto alla successione nel caso in cui il potere dʼun sovrano e la sua vita naturale finissero ad un tempo, ma non avevano provveduto peʼ casi in cui il suo potere cessasse innanzi chʼegli finisse di vivere; e la Convenzione ora doveva risolvere uno di questi rarissimi casi. Che Giacomo non possedeva più il trono, ambedue le Camere avevano dichiarato. Nè il diritto comune nè gli statuti designavano individuo alcuno che avesse diritto ad ascendere sul trono nel tempo che intercedeva tra la decadenza del Re e la sua morte. Ne seguiva dunque che il trono era vacante, e che le Camere potevano invitare il Principe dʼOrange ad ascendervi. Chʼegli non fosse il più prossimo erede nellʼordine della discendenza, era vero: ma ciò non nuoceva punto, anzi era un positivo vantaggio. La monarchia ereditaria era una buona istituzione politica, ma non era in nulla più sacra delle altre buone istituzioni politiche. Sventuratamente i bacchettoni e servili teologi lʼavevano fatta diventare mistero religioso, imponente e incomprensibile quasi al pari della transustanzazione. Primissimo scopo degli statisti inglesi doveva essere quello di mantenere la istituzione e a un tempo distrigarla dalle abiette e malefiche superstizioni fra le quali dianzi era stata involta, sì che invece di essere un bene riusciva dannosa alla società; e a cotesto scopo si giungerebbe meglio, pria deviando alquanto e per un tempo dalla regola generale della discendenza, per poscia ritornarvi.
XXXVIII. Molti sforzi furono fatti per impedire ogni aperta rottura tra i partigiani dei Principe e quei della Principessa. Si tenne unʼadunanza in casa del Conte di Devonshire, e vi fu caldo contendere. Halifax era il precipuo propugnatore di Guglielmo, Danby lo era di Maria. Danby non conosceva punto lo intendimento di Maria. Da qualche tempo era aspettata in Londra, ma lʼavevano trattenuta in Olanda prima i massi di ghiaccio che impedivano il corso deʼ fiumi, e, strutto il ghiaccio, i venti che spiravano forte da ponente. Se ella fosse giunta più presto, la contesa probabilmente si sarebbe a un tratto calmata. Halifax dallʼaltro canto non aveva potestà di dire alcuna cosa in nome di Guglielmo. Il Principe, fedele alla promessa di lasciare alla Convenzione lʼincarico di riordinare il governo, sʼera tenuto in impenetrabile riserbo e non sʼera lasciato sfuggire parola, sguardo o gesto, che esprimesse satisfazione o dispiacere. Uno degli Olandesi fidatissimo del Principe, invitato allʼadunanza, fu dai Pari istantemente sollecitato desse loro qualche informazione. Ei si scusò lungamente. Infine cedè alle loro istanze sino a dire: «Io altro non posso che indovinare lo intendimento di Sua Altezza. Se desiderate sapere ciò che io ne indovino, credo che egli non amerà mai dʼessere il ciamberlano di sua moglie: del resto non so nulla.»—«E non per tanto adesso io ne so qualcosa» disse Danby, «ne so abbastanza, ne so molto.» Quindi si partì, e lʼassemblea si disciolse.[650]