Il dì 31 gennaio la disputa che privatamente era finita nella sopra narrata guisa, fu pubblicamente rinnovata nella Camera deʼ Pari. Quel giorno era stato stabilito come solennità di rendimento di grazie. Vari vescovi, fraʼ quali erano Ken e Sprat, avevano composta una forma di preghiera adatta alla circostanza. È al tutto libera dalla adulazione e dalla malignità onde spesso in quella età erano deturpati simili componimenti; e meglio di qualunque altra forma di preghiera fatta per occasione speciale nello spazio di due secoli, sostiene il paragone con quel gran modello di casta, alta e patetica eloquenza, cioè col Libro delle Preghiere Comuni. I Lordi la mattina si condussero allʼabadia di Westminster. I Comuni avevano desiderato che Burnet predicasse in Santa Margherita. Non era verosimile chʼegli cadesse nel medesimo errore che il dì precedente in quello stesso luogo altri aveva commesso. Non è dubbio che il suo vigoroso ed animato discorso ponesse in commovimento gli uditori. Non solo fu stampato per ordine della Camera, ma tradotto in francese per edificazione dei protestanti stranieri.[651] Il giorno si chiuse con le feste consuete in simili solennità. Tutta la città risplendeva con fuochi di gioia e luminarie: il rimbombo deʼ cannoni e il suono delle campane durò fino a notte inoltrata: ma innanzi che i lumi fossero spenti e le strade in silenzio, era seguito un evento che raffreddò la pubblica esultanza.

XXXIX. I Pari dallʼAbadia andati alla Camera avevano ripresa la discussione sopra le condizioni della nazione. Le ultime parole della deliberazione deʼ Comuni vennero prese in considerazione; e tosto chiaramente si vide che la maggioranza non era inchinevole ad approvarle. Ai circa cinquanta Lordi i quali sostenevano che il titolo di Re apparteneva sempre a Giacomo si aggiunsero altri sette o otto i quali dianzi volevano che fosse già devoluto a Maria. I Whig vedendosi vinti di numero, si provarono di venire a patti. Proposero di levare le parole che dichiaravano vacante il trono, e di semplicemente proclamare Re e Regina il Principe e la Principessa. Era evidente che tale dichiarazione comprendeva, benchè non lo affermasse espressamente, tutto ciò che i Tory repugnavano a concedere: imperocchè nessuno poteva pretendere che Guglielmo fosse succeduto alla dignità regia per diritto di nascita. Approvare quindi una deliberazione che lo riconoscesse era un atto dʼelezione; e in che guisa poteva esservi elezione senza vacanza? La proposta deʼ Lordi Whig fu rigettata con cinquantadue voti contro quarantasette. Allora posero la questione se il trono fosse vacante. Gli approvanti furono quarantuno, i neganti cinquantacinque. Della minoranza trentasei protestarono.[652]

XL. Nei due giorni susseguenti Londra era piena di ansietà e inquietudine. I Tory cominciarono a sperare di potere nuovamente con migliore esito mettere innanzi il loro prediletto disegno dʼinstituire una Reggenza. Forse lo stesso Principe, vedendo perduta ogni speranza di acquistare la Corona, preferirebbe il progetto di Sancroft a quello di Danby. Certo era meglio essere Re che Reggente; ma era anche meglio essere Reggente che Ciamberlano. Dallʼaltro canto la più bassa e feroce classe deʼ Whig, i vecchi emissari di Shaftesbury, e i vecchi complici di College, cominciarono ad affaccendarsi nella città. Si videro turbe affollarsi in Palace Yard, e prorompere in parole di minacce. Lord Lovelace il quale era in sospetto di avere suscitato il tafferuglio, annunziò ai Pari chʼegli aveva lo incarico di presentare una petizione nella quale si domandava che in sullʼistante il Principe e la Principessa dʼOrange venissero dichiarati Re e Regina. Gli fu domandato chi fossero coloro che avevano firmata la petizione. «Nessuno finora vi ha posto la mano» rispose egli, «ma quando ve la porterò, vi saranno mani tante che bastino.» Tale minaccia impaurì e disgustò il suo proprio partito. E veramente i più cospicui Whig avevano, anche più deʼ Tory, bramosia che le deliberazioni della Convenzione fossero perfettamente libere, e che nessuno dei fautori di Giacomo potesse allegare che alcuna delle Camere fosse stata costretta dalla forza. Una petizione simile a quella affidata a Lovelace fu presentata alla Camera dei Comuni, ma venne sprezzantemente respinta. Maynard fu primo a protestare contro la canaglia delle strade che tentava dʼintimorire gli Stati del reame. Guglielmo chiamò a sè Lovelace, lo rimproverò severamente, e ordinò che i magistrati agissero con vigore contro glʼilleciti assembramenti.[653] Non è cosa nella storia della nostra rivoluzione che meriti dʼessere ammirata e tolta ad esempio, quanto il modo onde i due partiti della Convenzione, nel momento in cui più fervevano le loro contese, si congiunsero come un solo uomo per resistere alla dittatura della plebaglia di Londra.

XLI. Ma quantunque i Whig fossero pienamente deliberati di mantenere lʼordine e rispettare la libertà deʼ dibattimenti, erano parimente determinati di non fare alcuna concessione. Il sabato, 2 febbraio, i Comuni senza votazione decisero di starsi fermi nella forma primitiva della loro deliberazione. Giacomo, come sempre, venne in aiuto deʼ suoi nemici. Era pur allora arrivata a Londra una lettera di lui diretta alla Convenzione. Era stata trasmessa a Preston dallo apostata Melfort, il quale era grandemente favorito in Saint-Germain. Il nome di Melfort era in abominio ad ogni Anglicano. Lʼessere egli ministro confidente di Giacomo bastava a dimostrare che la costui demenza ed ostinatezza erano infermità incurabili. Nessun membro dellʼuna o dellʼaltra Camera si rischiò a proporre la lettura di un foglio che veniva da quelle cotali mani. Non per tanto il contenuto era ben noto alla città tutta. La Maestà Sua esortava i Lordi e i Comuni a non disperare della sua clemenza, e benevolmente prometteva di perdonare coloro che lo avevano tradito, tranne pochi chʼegli non nominava. Come era egli possibile fare alcuna cosa a pro dʼun Principe, il quale, vinto, abbandonato, bandito, vivente di limosine, diceva a coloro che erano arbitri delle sue sorti, che ove lo ponessero nuovamente sul trono, non impiccherebbe che pochi di loro?

XLII. La contesa tra le due Camere durò alcuni altri giorni. Il lunedì 4 di febbraio i Pari deliberarono dʼinsistere sulle loro modificazioni: ma fu messa nel processo verbale una proteste firmata da trentanove membri.[654]

Il giorno dopo i Tory pensarono di far prova della forza loro nella Camera Bassa; vi concorsero assai numerosi, e fecero la proposta di assentire alle modificazioni deʼ Lordi. Coloro che erano pel progetto di Sancroft e coloro che erano pel progetto di Danby votarono insieme: ma furono vinti da duecentottantadue voti contro centocinquantuno. La Camera allora deliberò di avere un libero colloquio coi Lordi.[655]

Nello stesso tempo potenti sforzi facevansi fuori le mura del Parlamento affine che la contesa fra le due Camere cessasse. Burnet si reputò dalla importanza della crisi giustificato a divulgare le mire secrete confidategli dalla Principessa. Disse sapere dalle labbra di lei, chʼera da lungo tempo pienamente deliberata, anche se il trono le venisse pel corso regolare della discendenza, a porre il potere, assenziente il Parlamento, nelle mani del suo consorte. Danby ricevè da lei una viva e quasi sdegnosa riprensione. Gli scrisse chʼella era la moglie del Principe, che altro non desiderava, se non essere a lui sottoposta; la più crudele ingiuria che le si potesse fare era il controporta a lui come competitrice; e chiunque ciò facesse non verrebbe mai considerato da lei come vero amico.[656]

XLIII. Ai Tory rimaneva ancora una speranza. Era possibile che Anna ponesse innanzi i propri diritti e quelli deʼ figli suoi. Provaronsi in tutte le guise a incitare lʼambizione e atterrire la coscienza di lei. Suo zio Clarendon si mostrò a ciò fare operosissimo. Solo poche settimane erano corse da che la speranza della opulenza e della grandezza lo aveva spinto a rinnegare i principii da lui ostentatamente professati per tutta la vita, abbandonare la causa del Re, collegarsi coi Wildman e coi Ferguson, anzi proporre che il Re fosse condotto prigione in terra straniera e rinchiuso in una fortezza cinta di pestilenti maremme. Era stato indotto a tale strana trasformazione dalla brama di essere fatto Vicerè dʼIrlanda. Nonostante, presto si vide che il proselite aveva poca speranza di ottenere il magnifico premio al quale era intento il suo cuore: perocchè intorno agli affari di quellʼisola ad altri chiedevasi consiglio; allʼincontro, quando egli importunamente lʼoffriva, era accolto freddamente. Andò molte volte al palazzo di San Giacomo, ma appena potè ottenere il favore di una parola o dʼuno sguardo. Ora il Principe scriveva; ora aveva mestieri dʼaria e doveva cavalcare pel parco; ora stavasi rinchiuso con gli ufficiali ragionando di faccende militari e non poteva dare ascolto a nessuno. Clarendon si accôrse non essere verosimile di guadagnar nulla col sacrificio deʼ suoi principii e pensò di ripigliarli. In dicembre lʼambizione lo aveva reso ribelle. In gennaio il disinganno lo aveva fatto nuovamente diventare realista. Il rimorso che sentiva nella coscienza di non essere stato Tory costante, diede una speciale acrimonia al suo Torysmo.[657] Nella Camera dei Lordi aveva fatto il possibile a impedire ogni accomodamento. Adesso pel medesimo fine fece prova di tutta la sua influenza sullo spirito della Principessa Anna. Ma cotesta influenza era poca in paragone di quella dei Churchill, i quali accortamente chiamarono in aiuto due potenti collegati, cioè Tillotson, il quale come direttore spirituale aveva in queʼ tempi immensa autorità, e Lady Russell, le cui nobili e care virtù, esposte a crudelissime prove, le avevano acquistata reputazione di santa. Tosto si seppe che la Principessa di Danimarca desiderava che Guglielmo regnasse a vita; e quindi fu chiaro che difendere la causa delle figlie di Giacomo contro loro stesse era disperata impresa.[658]

XLIV. Guglielmo intanto giudicò arrivato il tempo di dichiarare lʼanimo suo. Chiamò a sè Halifax, Danby, Shrewsbury e alcuni altri notevolissimi capi politici, e con quellʼaria di stoica apatia, sotto la quale fino da fanciullo sʼera avvezzo a nascondere le più forti emozioni, favellò loro poche parole profondamente meditate e di gran peso.