E semplici con fior più d'una sorte

Con cui fan spesso resistenza à morte[40]

Ecco ora alcuni particolari degli edifizii e del vicoli, che per tutt'i lati circoscrivevano la descritta piazza. E primieramente nel sito poco più oltre, dove ora vedesi la seconda fontana verso il Carmine, esisteva allora una piccola cappella isolata e con volta arcuata col titolo di S. Croce. Essa era di palmi 20 quadrati ed aveva due porte, una dalla parte di mezzogiorno, l'altra dalla parte d'oriente. All'altare nel lato settentrionale della cappella era soprapposta una colonna di porfido alta circa palmi 10, e di palmi 4 di circonferenza, su cui sorgeva una croce di marmo, e nel muro posteriore vedevansi dipinte le imagini della B. Vergine, di S. Giovanni Evangelista, della Maddalena e di S. Orsola. Nella parete occidentale erano inoltre dipinti i fatti di Corradino di Svevia, il suo passaggio in Italia, la disfatta di Tagliacozzo, la presa dell'infelice giovine in Astura, e la morte nel campo del Moricino[41]. Per antica tradizione credevasi che questo fosse stato il luogo, ove fu decollato il misero giovanetto, di tal che un pietoso napoletano per nome Domenico Punzo conciatore di pelli, nella metà del secolo XIV vi erigeva l'accennata cappella. Ora la colonna di porfido ed un ceppo colla impresa dell'arte del Coriarii veggonsi nella sagrestia della nuova chiesa del Purgatorio al Mercato[42]. Nei tempi, di cui discorriamo, accanto alla cappella era il posto dei venditori di lino[43].

Le case nel lato meridionale della piazza tiravano verso il Carmine più in là di quello che al presente s'inoltrano. Per allargare lo spazio innanzi al castello, parecchi fabbricati vennero in quel sito abbattuti sotto il governo del vicerè Conte di Pignoranda nel 1662. E qui nell'angolo incontro la chiesa ed il convento da una parte, e la sopradescritta cappella della Croce dall'altra[44], trovavasi allora collocata la statua di una donna incoronata e sedente con una borsa tra le mani[45]. Tenevasi allora comunemente che fosse quella l'imagine della madre di Corradino, chiamata erroneamente Margherita, la quale, venuta in Napoli per salvare il figliuolo caduto nelle mani di Carlo d'Angiò e trovatolo morto offriva i tesori portati a quest'oggetto ai frati del Carmine per l'ampliazione della loro chiesa e del convento. La statua che, non di Elisabetta madre di Corradino, ma piuttosto, come non ha guari ha dimostrato il principe Filangieri[46], era di Margherita, seconda moglie di Carlo I d'Angiò, ne' tempi successivi fu trasferita nel secondo chiostro del medesimo convento, e poi sotto la porta su cui s'erge il famoso campanile di fra Nuvolo, e di là finalmente nel Museo di S. Martino, ove ora ritrovasi.

I vicoli, che da questo lato sboccano nella piazza, appartengono al quartiere della Conceria, che estendevasi verso mezzogiorno fino alla muraglia fatta costruire per timore dei Turchi nel 1537 dal Vicerè D. Pietro di Toledo. Da qui si usciva poi sul mare per una porta col prospetto a levante, che dicevasi della Conceria, ed era posta innanzi la chiesa di S. Caterina in foro magno; e più in là per un'altra porta che dicevasi di S. Maria a parete da una cappella di Nostra Donna ivi esistente, e della quale ora, posciaché le mura furono cangiate in abitazioni, vi rimane un semplice arco[47]. Era questo il quartiere del conciapelli[48], i quali allora formavano due corporazioni, distinte in arte grossa e piccola. Gente ardita e robusta, essi s'adoperavano ad estinguere gl'incendii, allorché non era ancora istituita presso noi alcuna compagnia di vigili, o di altre persone a tale oggetto ordinata. Da questo stesso lato verso S. Eligio fino ai tempi del Celano si notava il sito sopra alcuni archi, ove un tempo fu fondato lo spedale di Niccolò o Nicola di Fiore, detto volgarmente di Cavolofiore. L'aneddoto, che diè causa alla sua abolizione, è noto nel popolo, e ci viene così raccontato nel suo rozzo ed ingenuo stile da un nostro antico scrittore. “Detto Cola, dice egli, andando un giorno nela preta del pesce per comprar del pesce, ritrovando un cefaro solo, ch'altro pesce non vi era, facendo il patto con lo pescatore, et non furno d'accordo, nel medesimo istante arrivò lla un ferraro mal vestito, e subito s'accordo con lo pescatore, e si pigliò il cefaro, dove detto Cola, qual stava a vedere, ne rimase molto ammirato, et li dimandò che arte faceva, li rispose, ch'era ferraro, e replicando detto Cola quanto tempo havea posto a guadagnare detti danari ch'havea dispeso al cefaro, li rispose che ci era stato dui o tre giorni; li ricordò detto Cola, come ti governerai si ti accaderà alcuna infermità; detto ferraro li concluse che nel presente voleva godere, et si alcuna infirmità li fosse venuta da poi, non li saria mancato l'ospidale di Cola di Fiore, non conoscendo detto Cola; quale intendendo questo disse, adunque io faccio l'hospidale per li poltroni, e così mancò di seguire dett'hospidale, et il Diavolo vinse che non si seguisse detta buon'opra[49]„.

Nel lato occidentale della piazza non vedevasi nel tempo di cui discorriamo, la facciata regolare e di soda architettura, che ora ha lo Stabilimento di S. Eligio. Ivi allora scorgevasi la parte postica della chiesa coi suoi finestroni gotici, ed indi le fabbriche non molto elevate dello spedale e del conservatorio, ed innanzi, sopra il terrazzo di alcune botteghe, una cappella intitolata a S. Maria della Neve. Era questa antichissima ed aperta da ogni lato verso la piazza affinché la messa, che ivi, per inveterata consuetudine, nei giorni di mercato celebravasi, potesse, da tutti coloro che colà convenivano, vedersi. Una campana avvertiva allorché dal sacerdote consacravasi, ed era, dice lo Stefano, mirabil cosa a vedersi come in un attimo tutta la innumerevole gente, che nel Mercato allora trovavasi, intermettesse subito i suoi negozii prostrandosi devotamente al santo sacrificio, e come al chiasso ed al tumulto succedesse immediatamente un profondo ed istantaneo silenzio. Sull'altare della cappella era dipinta nel muro la B. Vergine con S. Agnello, S. Gennaro ed altri Santi[50].

Volgendoci dall'altro lato, tutta la contrada posta a settentrione della piazza che come già accennai, dicevasi una volta l'Orto del Conte, denominazione ora rimasta soltanto a due vie parallele alla stessa piazza, allora era ed è tuttavia intersecata da più vicoli che presero successivamente varie e diverse denominazioni. Così il primo, che incontrasi dopo l'angolo di S. Eligio, fu detto, e dicesi ora de' Cangiani[51]. L'altro che segue è il vico dei Spicoli, che così pure chiamavasi nel secolo XV[52]. Più oltre sbocca il vico delle Barre, che trovo così denominate fin dal 1449, e dove nel 1529 ebbe cominciamento la peste in Napoli[53]. Ad esso dalla parte superiore corrispondeva il Fondaco dei Cenatiempo, così detto da questa famiglia, che ivi aveva un ampio palagio[54].

Il vico che segue de' Barrettari, fu chiamato una volta de' Scannasorici[55] per qualche possedimento di questa nobile famiglia, già estinta nel sedile di Portanova e poi dei Scafari[56]. Esso, come ben dice il Celano (III, 263), dovrebbe dirsi piuttosto dei Parrettari, perchè qui si facevano quelle pallottole, che si scagliavano dalle baliste, allorché non era tanto in uso lo schioppo, e che da noi si dicevano parrette[57]. Sotto l'arco, che dalla piazza immette in questo vicolo esisteva nel secolo XVII una cappella di S. Maria delle Grazie dei carrettieri[58].

Procedendo più oltre verso oriente, il vico che segue ebbe in prima il nome di Lioni o fontana delli lioni, forse da qualche fonte che quivi vedevasi, o l'altro, generico a tutta la contrada, di Orto del Conte[59]. Poscia fu detto del Carminello dalla chiesa della Vergine sotto questo titolo, che fondata verso la metà del secolo XVI, fu nel 1611 data ai Gesuiti, ed ampliata con denaro del Monte della Misericordia e di alcuni pii gentiluomini Napoletani, i quali per altro intendevano ad una diversa opera di beneficenza.

La via, che è l'ultima da questo lato, fin sopra, dove sta ora la Chiesa di S. Maria delle Grazie all'Orto del Conte, fu chiamata allora dei lanaiuoli[60], forse perchè in tutto il contorno di essa non vi era vicolo, come dice il Celano, che non fosse pieno di donne che filavano lana[61]. Ora per quel tratto dov'essa è più larga e spaziosa dicesi Piazza larga, per l'altro, che è più angusto e tira su alla trasversale di S. Maria della Scala, prende il nome di via Salaiolo.