In sul cominciare della strada Piazza larga, ed, a quanto pare, a dritta di essa, stava in quel tempo la casa e la dogana della farina, dentro la quale vedevasi pure un'altra chiesetta sotto lo stesso titolo di S. Maria delle Grazie fondata nel 1597 dai vastasi o facchini, e specialmente da quelli che intendevano a trasportar la farina dalla dogana e a distribuirla per i panettieri della città[62]. Per regolamento municipale erano costoro obbligati a matricolarsi in S. Lorenzo, e dovevano dare plegeria de fideliter exercendo il loro mestiere[63]. Dopo che verso la fine del secolo XVI il vicerè Conte di Olivares fece fabbricare un nuovo edificio per la conservazione dei grani al Mandracchio, questa casa colla dogana fu adoperata soltanto per le provvenienze di terra, e nel breve imperio di Masaniello servì di carcere a molti della nobiltà e dell'ordine civile che, caduti in sospetto del popolo e quivi trattenuti per essere giustiziati, vennero poscia per le pratiche del cardinale Filomarino liberati.
Chiudeva la piazza dal lato d'oriente un'isola di case dal vico rotto o del pero fin dove termina la strada del Lavinaio dinanzi la chiesa del Carmine. E qui, poco dopo il vicolo, stavano gli ufficii dell'arrendamento di piazza majure o piazza maggiore;[64] e dell'arrendamento del grano a rotolo, dazii di consumo sugli animali e sulle carni fresche e salate, non che sulle provole o sia provature ed ogni altra specie di formaggio[65]. Il sito prendeva allora da quell'ufficio la denominazione di Piazza majura, ed ora, conservando tuttavia le tracce dell'antico balzello, che ivi riscotevasi, dicesi comunemente la gabella delle provole. Alquanto più oltre vedevasi una gran fontana circolare di piperno, con una piramide nel mezzo, che da più fistole buttava acqua[66], ed in sulla estremità dei fabbricati allo sbocco della strada del Lavinajo rimanevano ancora i ruderi della vecchia porta Angioina, rovinata in parte nel 1637 per l'incendio di talune case contigue; mentre pochi anni prima eransi diroccate altre case, le quali, prolungandosi più in là verso mezzogiorno, impedivano la vista della facciata della chiesa del Carmine[67]. Il sito dicevasi il Ponticello[68], ed era destinato alla vendita delle robe commestibili di cattiva qualità[69].
II.
Del resto tutto l'isolato, con cui abbiam compiuta la descrizione della piazza del Mercato nel secolo XVII, non presentava allora altro di notevole; nè ora meriterebbe l'attenzione dei posteri, se non ricordasse un uomo ed un avvenimento, memorabili certo per ogni napoletano non incurioso della patria storia. Qui infatti e propriamente nelle prime case dopo il vico Rotto al primo piano, stava nel 1647 la povera abitazione di Masaniello o Tommaso Aniello d'Amalfi. Gli storici della rivoluzione napoletana di quell'anno, toccando di un tal particolare, tutti concordemente asseriscono che il capo e l'iniziatore di quella dimorasse in una casa che affacciava sulla piazza del Mercato[70]. Taluni inoltre riportano qualche più precisa indicazione. Il Giraffi, ed il suo pseudonimo il Liponari, nella Relazione data in quel tempo stesso alle stampe, asserisce che Masaniello abitava nel Mercato verso la parte sinistra della fontana ivi vicina, ed altrove ricorda l'isola della casa di Masaniello[71]. Il Campanile nel suo Diario tuttora inedito, ove si contengono preziose notizie riguardanti la storia di quel fatto, chiaramente afferma che Masaniello aveva la sua stanza a dirimpetto lo spedale di S. Eligio, che è situata sopra la gabbella dello bestiame al Mercato[72]. Maggiori particolarità troviamo negli altri scrittori contemporanei. Nel Racconto o Diario Ms. del Verde, con le correzioni e giunte del Tutini, leggesi che in quel tempo: “era venuta in Napoli una compagnia di ballerini, li quali facevano cento giochi con camminar sopra la corda, ed avevano preso luogo vicino la strada detta de' Lanajuoli al Mercato, non lungi la fontana, e posto avevano un palco di tavole, sopra del quale salivano a rappresentare„[73]: Leggesi pure: “che in questo tavolato saliva Masaniello scalzo e vestito di tela grossa con un berrettino rosso in testa, e dava ordini e leggi„[74]. Inoltre dal Tontoli sappiamo che Masaniello reggeva il popolo sopra il trono assiso di un tavolo mercenario a caso eretto da salterini giocatori sulla corda avanti sua casa; e dal Nicolai, che dava i suoi comandi alla plebe “sopra un palco fatto da alcuni cerretani poco discosto da casa sua„[75]. Le medesime cose son pure ripetute dal Donzelli, che aggiunge aver avuto questa casa corrispondenza[76] colla strada di dietro (del Lavinajo), dal Capriata[77], dal Tarsia[78] e specialmente dal dott. Aniello della Porta, il quale riportando qualche altra particolarità, afferma che Masaniello abitava su la strada del Lavinajo, e propriamente a la sbarra di Piazza Majura, e che dava udienza nei giorni del suo potere sopra alcune tavole nell'affacciata del Mercato sotto le finestre di sua casa a piazza Majura, che per prima vi stavano certi saltatori ciarlatani[79].
Ma niun altro scrittore, tra i moltissimi editi e inediti che ho potuto riscontrare, descrive con maggior precisione il sito di questa casa quanto un tal d. Giuseppe Pollio, scrittore di non molta levatura ma assai ben informato dei fatti che narra, perchè sacerdote ed abitante dello stesso quartiere. Questo Masaniello, egli dice, teneva la sua casarella nel Mercato sopra la gabella del grano a rotolo al muro della dogana della farina, vicino la piazzetta de li lanaiuoli allo lavinaro al primo appartamento dove sono le portelle congionte; la prima a mano destra era la sua; sopra le sue finestre vi era un aquila di pittura imperiale[80] fatta da molti anni prima per abbellimento credo di quella casa da 5 palmi alta, quale vi durò per cinque anni da poi delli tumulti. et credo che fosse stata levata da nuovi padroni di quella casa. Altrove aggiunge, che sotto la finestra di Tommaso Aniello vi era un lungo intavolato, che certe persone forestiere ci facevano giochi come salti, balli, et forze dercole, et continuarono detti giochi per molti giorni prima del narrato tumulto[81].
Qualche altro particolare che riguarda pure l'interno di essa casa, ci vien somministrato da una storia Ms. di questo avvenimento, di cui io conservo una copia recente avuta già dall'amico Minieri Riccio. In essa al fol. 7 leggesi: abitava (Masaniello) a man sinistra, quando si entra al Carmine; la sua casa consisteva in una sola camera, ove si ascendeva per una portella. E più appresso al fol. 36 v.: “facendosi il signor Tomasaniello assistere da gente di confidenza attorno, diede ordine che tutta la riviera dei palagi attaccati con la sua casa, così di sopra fino al primo vicolo, come di sotto fino alla chiesa del Carmine, che si sgombrasse dalli abitatori„. Ed anche a fol. 36 aggiungesi: “concorrevano tante gente alla sua udienza per ogni affare della città et regno et teneva tanti segretarii, parenti, amici et compatri attorno che nella sua piccola camera non si potevano movere, laonde comandò che si sfabricasse un muro divisorio con la camera del fratello, et essendo ciò fatto hebbe più comodità di dar udienza per le finestre, senza partirsi di casa et hora per una finestra della camera del fratello che haveva l'uscita alla strada del Lavinaro et hora per la sua propria ascoltando tutti faceva gratie et giustitie infinite„[82].
Nè da ultimo mancano testimonianze di altra natura, che confermano quanto leggesi negli accennati scrittori su questo proposito. Chi si fa infatti a considerare il famoso quadro di Micco Spadaro, o, se pur non è suo, certamente d'altro pittore contemporaneo, quadro che ancora vedesi nel Museo Nazionale, scorge in fondo di esso dopo la cappella della Croce l'isola di case che chiude la piazza del Mercato dal lato d'oriente, ed innanzi ad essa la fontana che ho di sopra accennata; più a sinistra di chi guarda il palco, di cui discorrono gli scrittori della rivoluzione, è Masaniello in piedi sul medesimo che parla a molto popolo ivi radunato; e finalmente dietro al palco le due portelle congiunte, ed accanto un breve tratto di fabbricato, che costeggiando la piazza presenta un portoncino ed una bottega, e va a terminare al vico rotto.
Ora, comunque il lungo volger dei secoli, ed i mutamenti che la progredita civiltà, l'interesse o il genio dei proprietari ed il comodo o le necessità degl'inquilini han dovuto arrecare all'aspetto esterno ed alla distribuzione interna del descritto caseggiato, abbian potuto per avventura rendere questo in alcune sue modalità più o meno diverse da quello che era nel secolo XVII;[83] pur nondimeno non può mettersi in dubbio, che qui e propriamente o nel portoncino segnato col numero civico 177, o piuttosto nella portella che ha il numero 179,[84] ambedue a brevissima distanza dal vico rotto, dovette dimorare Tommaso Aniello d'Amalfi. La concorde autorità delle testimonianze contemporanee che ho di sopra allegate, ed oltre a queste l'attestato espresso dalle fedi parrocchiali, che notando la dimora della famiglia di Amalfi la designano sempre con l'indicazione al vico rotto, dimostrano con evidenza ed assai chiaramente la verità di quanto su tal fatto ho affermato[85].
Qui dunque, sebbene ora in qualche parte mutata, era senz'alcun dubbio la casa di Masaniello, e dalle finestre di essa, che erano assai basse[86], o dal palco vicino, egli nel suo breve imperio resse e governò Napoli con potere assoluto e quasi sovrano. Non vi era in quei giorni altro Magistrato o Tribunale nella città, non altro comando politico o militare. Gli stessi ordini del Vicerè non avevano per l'ordinario esecuzione alcuna, se Masaniello non ne avesse prescritta la osservanza colla formola che ci vien riferita dagli scrittori contemporanei[87], e che è la seguente: “Visto il presente bando d'ordine di S. E. si ordina da parte dell'Illustrissimo sig. Tommaso Aniello d'Amalfi Capitano Generale di questo fedelissimo popolo, che al sudetto bando le sia dato la debita esecuzione.„
La casa del vile pescivendolo era quindi più che il regio palazzo allora frequentata. Nobili e plebei, religiosi e cavalieri, cittadini e regnicoli, chi per necessità chi per curiosità, tutti accorrevano numerosi sotto le finestre di questa casa per loro negozii, o per vedere cogli occhi proprii il fatto stranissimo e singolare. E qui nel 10 luglio del 1647 il generale delle galee del Regno, Giannettino Doria, appena giunto nel golfo spediva un suo gentiluomo da Masaniello, perchè “Sua Sig.ª Illustrissima divisasse il modo, col quale esso Doria si dovesse governare;„ e qui l'arcivescovo di S.ª Severina volendo partire da Napoli mandava parimente, come molti altri signori per lo stesso oggetto, a ricercare prima il di lui beneplacito. Anche il cardinale Trivulzio[88], che andava vicerè a Palermo, ed allora trovavasi di passaggio in Napoli, insinuato dal Duca d'Arcos si portò qui un giorno a visitar Masaniello, il quale è fama che lo ricevesse dicendo: la visita di Vostra Eminenza benchè tarda pure ci è cara[89].