La piazza del Mercato, che Masaniello voleva fosse sgombrata delle baracche di legno che la deturpavano, e che prendesse il nome di piazza del popolo, dopo la sua morte non ebbe alcun notevole mutamento sino al 1781. Allora per un incendio appiccatosi a quelle dopo i fuochi artificiali, che solevano farsi nella sera della festività della B. Vergine del Carmine, il suo aspetto fu cangiato nel modo come presentemente si vede. Poco dopo, nell'ultimo anno del secolo, la sua storia, che comincia col supplizio d'un Principe, fu chiusa con la memorabile e tirannica ecatombe di quei tanti illustri personaggi, che allora sagrificarono ivi la loro vita all'amore e alla libertà della patria.

PARTE SECONDA LA FAMIGLIA DI MASANIELLO

I.

Correva l'anno di grazia 1620, anno notevole nella storia napoletana ai tempi del viceregnato, sì per le novità allora tentate dalla piazza del fedelissimo popolo di Napoli nell'amministrazione del Comune, e sì per le turbolenze ed i rumori che ne seguirono; primi preludii della più famosa rivoluzione del 1647. Occasione e favore a queste manifestazioni ed ai tumulti davasi dallo stesso D. Pietro Giron duca d'Ossuna, che in quel tempo era vicerè, luogotenente e capitan generale del Regno per Filippo III, re di Spagna, Napoli e Sicilia. Egli da circa quattro anni governava il reame con varia opinione del popoli soggetti, allorché nel principio di questo anno 1620, contro ogni sua aspettazione, era dalla Corte richiamato in Madrid, e gli era dato per successore il cardinal Borgia, ambasciatore spagnuolo a Roma. Non è a dire quanto rammarico e dispetto l'ambizioso Duca risentisse da un tale ordine. Il governo di Napoli, secondo il detto d'un altro vicerè, non era da desiderarsi, appunto per non soffrire il dispiacere di doverlo un giorno lasciare[104]. All'Ossuna dunque, come a moltissimi altri vicerè che lo precedettero e lo seguirono in questo disgraziato paese[105], riusciva più che mai importuna la nomina del successore, epperò cercava ogni mezzo onde attraversare la venuta del medesimo e prolungare così per sè il governo di Napoli; se pure, come fu fama, non mirasse ancora ad usurpare dignità più alta ed indipendente.

Dovevasi in quel tempo per l'assenza dell'eletto Carlo Grimaldi, andato a Madrid[106] come ambasciatore della sua piazza, e per la morte di Ottavio Spina, che fino ai 21 marzo lo avea sostituito[107], nominare un proeletto del popolo, che durante quell'assenza amministrasse. Or tra i sei nomi presentati, com'era costume, al vicerè per la nomina, eravi quello del dottor Giulio Genoino, nato di onorata famiglia napoletana ed uomo di acutissimo ingegno e di sufficiente dottrina[108], ma di animo torbido ed avversissimo alla nobiltà. Costui dunque parve al Duca, e lo era infatti, uno strumento atto a menare ad effetto i suoi ambiziosi disegni, epperò fu in preferenza scelto tra gli altri a quell'importante ufficio[109].

Il governo municipale della città di Napoli risedeva in quel tempo nelle cinque piazze nobili, che dicevansi di Capuana, di Nido, di Montagna, di Porto, e di Portanova, ed in quella del Popolo. Tutte queste piazze, che chiamavansi anche seggi, non erano mai riunite in una generale assemblea, ma ciascuna deliberava separatamente, in guisa che il voto di quattro di esse, che fossero d'accordo sopra un dato negozio, costituiva la maggioranza nelle decisioni di qualunque bisogna del Comune. Ogni piazza nobile per l'ordine interno e per la propria amministrazione avea un governo di sei gentiluomini o cavalieri, come generalmente chiamavansi, meno quella di Nido che ne aveva cinque, d'onde si dissero i Cinque e Sei. Sei eletti nobili nominati da questi gentiluomini, uno per seggio, eccetto per Montagna, ove, perchè rappresentava anche l'abolito seggio di Forcella, se ne creavano due con un sol voto e l'eletto del popolo, avevano il potere, che potremmo dire esecutivo, nel governo della città, e formavano il Tribunale di S. Lorenzo, preseduto da un magistrato eletto dal vicerè, che chiamavasi Prefetto dell'Annona o Grassiere.

Sembra che in origine il popolo avesse nel Comune ingerenza maggiore. Ed infatti da alcuni documenti rileviamo che sotto gli Angioini esso contribuiva per la terza parte nell'amministrazione municipale, rappresentando le altre due terze parti i sedili di Capuana e di Nido da un lato, e quei di Montagna, Porto e Portanova dall'altro. Ma a poco a poco, nè, per mancanza di documenti può dirsi il come ed il quando, questo ordine di cose cangiò. Ai tempi di cui discorriamo, il Comune erasi costituito nel modo come sopra dicemmo, e la piazza popolare, che aveva anche perdute molte delle sue prerogative, stava in faccia alle nobili come uno a cinque. Così, per discorrere della maggiore e principal libertà, l'Eletto del popolo, che prima nominavasi a suffragio universale di tutti i popolani, dopo i tempi di d. Pietro di Toledo sceglievasi dal vicerè tra sei nomi presentati dalla medesima piazza e imbussolati tra 58 deputati eletti dal popolo, due per ciascuna delle ventinove ottine, in cui dividevasi allora la Città. Così pure i capitani delle ventinove ottine sceglievansi dal vicerè fra sei persone nominate da quelle; come tra i 58 deputati sceglievansi 20 a maggioranza di voti, e tra questi si tiravano a sorte 10, che assistevano l'Eletto nel suo uffizio col titolo di Consultori.

La perdita di queste libertà e prerogative municipali era l'oggetto di spessi reclami da parte del popolo,[110] ed era lamentata moltissimo dagli scrittori popolari di quell'epoca, come dal Summonte, dal Capaccio e dal Tutini[111]. E comunque i reclami per la sempre invaditrice prepotenza della nobiltà, non partorissero alcun effetto nella corte di Spagna e presso i vicerè, nè si curassero punto i lamenti di coloro, che cercavano di conservare le patrie memorie, pure e gli uni e gli altri facevano diffondere negli animi di quella classe, per altro assai ristretta del paese, che ora si direbbe borghesia, ed anche, sebbene più scarsamente, tra i popolani e la plebe, odii e desiderii, i quali maturavano i semi di una futura rivoluzione.

Erano in questo stato le cose, allorchè Genoino venne creato Eletto pro interim del popolo. Egli, preso che ebbe il possesso della carica ai 9 aprile 1620[112], comunque non ne fosse ancora il tempo, fece prima di tutto mutare nel reggimento popolare i consultori ed i capitani delle ottine. A questi uffici fece pure presciegliere dal vicerè persone da lui dipendenti e che erano tra i più famosi compagnoni[113], che allora fussero in Napoli, specie di vagabondi e faziosi legati in compagnia a comune difesa e vantaggio. Tra gli altri fu allora nominato[114] capitano del Mercato Francesco Antonio Arpaia, uomo di legge e valente schermitore[115], che dopo ventisette anni si vide novellamente ricomparire col Genoino, e dirigere per alcun tempo la rivoluzione che ebbe il nome da Masaniello. Con questi mezzi il Genoino pensava di favorire i disegni dell'Ossuna, e nello stesso tempo ottenere, se fosse stato possibile, il soddisfacimento delle aspirazioni del popolo. Egli contava specialmente sul favore che il Duca si aveva procacciato fra la gente minuta e nei quartieri popolari del Pendino e del Mercato, talvolta con qualche pronta giustizia[116], e cosa non comune in quel tempo, spesso colle feste e coi bagordi, e più di tutto coll'abolizione della gabella sui frutti imposta nel 1605 sotto il governo del Conte di Benavente, ed affittata allora per 84,000 ducati[117] l'anno. Un giorno che il vicerè passeggiava secondo il suo solito per la città, ed accompagnato e seguìto dalla plebe, alla quale gittava di quando in quando monete di argento, girava per la piazza del Mercato, passando per la baracca, ove risiedevano gli esattori di questa gabella, si accostò alla medesima, e smontato dalla carrozza, cacciò la spada che avea al fianco, e con quella tagliò le corde della bilancia con cui si pesavano le frutta. L'atto subitaneo e liberale, che fu poi seguìto da un bando regolare, destò il più indicibile entusiasmo nella povera gente ivi affollata, che più delle altre malamente soffriva questa gravezza. Tutti proruppero in istraordinarie grida di applauso e di gioia. I fruttaiuoli specialmente, che ivi più che in altra piazza della città erano numerosi, ne dimostrarono allegrezze grandissime, facendo per tre sere fuochi e luminarie, e portandosi nel terzo giorno in ischiera a Palazzo, per rendere al vicerè le grazie più solenni[118].

Or il Genoino, pensando che la plebe memore di questo beneficio avesse energicamente appoggiato le sue dimostrazioni in favore del Duca, nè dubitando della gente civile, alla quale credeva servire colle riforme municipali, la mattina del lunedì 18 maggio radunò i consultori della piazza popolare ed i capitani delle ottine nella sua casa vicino S. Giorgio Maggiore a Forcella, ed ai medesimi espose con calde parole il poco o nessun riguardo che i nobili avevano del popolo e del suo magistrato[119]. Indi seguìto da tre capitani di strada, e da molta turba armata, si presentò improvvisamente nel luogo della residenza municipale in S. Lorenzo, ove, come egli aveva preinteso, eransi riuniti i sei eletti nobili ed alcuni deputati delle piazze.