Oggetto di questa riunione era la notificazione da farsi alle piazze per la nomina degli ambasciatori e del sindaco[120]. I primi, secondo il costume, dovevano andare a far riverenza, l'altro indi ricevere il giuramento, e dare il possesso del governo al Cardinal Borgia nuovo vicerè, che in quella stessa mattina era giunto nascostamente in Procida. Il Genoino, lagnandosi di non essere stato avvisato di una tal riunione, dimandò arrogantemente agli eletti nobili: se sapevano quanto era potente il popolo di Napoli, e, sapendolo, perchè avevano attrevito (ardito) di unirsi e deliberare l'ambasciata al Cardinale senza il suo intervento[121].
Forse era questa la prima volta, che nel reggimento municipale della nostra Città si parlasse così arditamente dei diritti e del potere del popolo; magica parola, che e stata sempre la bandiera, per la quale i generosi sagrificano sè stessi al bene pubblico, ed i furbi cuoprono le ambiziose mire del proprio utile e dei privati interessi. Alle arroganti minacce i nobili risposero modestamente. Dissero aver essi invitato regolarmente il pro-eletto alla riunione, esser colpa del portiere se l'invito non era giunto a tempo; in ogni modo quell'atto non esser punto pregiudizievole alla piazza del popolo. Il Genoino però non mostrandosi soddisfatto di queste spiegazioni, e protestando essere necessaria una divisione fra le due classi, fece leggere al notajo Francesco Romano, secretario della piazza del popolo, una protesta sul proposito; e, scritto di propria mano il suo voto difforme nel registro del Comune[122], volle che la riunione fosse sciolta.
I nobili d'altra parte, i quali vedevano i tempi correre loro sfavorevoli, e sapevano che non avrebbero potuto trovare alcun appoggio nel vicerè, per consiglio di Pietro Macedonio eletto di Porto, che disse: Lasciateli protestare, perchè protestare e mendicare idem est, non fecero alcuna opposizione[123]. Deliberarono quindi ritirarsi, e rapportando il tutto ai reggenti del Collaterale ed al Cardinal Borgia per mezzo degli ambasciatori nominati dalle piazze a complimentarlo, spedirono Giovan Francesco Spinello a Madrid[124] affine di esporre al Re le loro lagnanze e ventitre capi di accusa contro il Duca d'Ossuna[125]. Frattanto si appartarono dalle cure del pubblico governo, e coi più compromessi della loro classe restarono chiusi nelle proprie case o nascosti nelle chiese e nei monasteri della città. Così il governo municipale di Napoli era lasciato a disposizione del solo Genoino, che provvedeva le cose e l'annona a suo modo e talento[126]. Nè con la venuta di Carlo Grimaldi[127] che era, come già dissi, l'Eletto titolare, da Spagna, le cose mutarono; perciocchè, obbligato costui dal Duca a dimettersi, lo stesso Genoino, sebbene non ne fosse ancora il tempo, fu creato Eletto dal vicerè, ed ai 29 maggio dopo aver cavalcato per la Città, preceduto e seguito dai portieri, e con la toga di giudice criminale, che pochi dì innanzi gli era stata pure accordata, portossi in S. Lorenzo, ove non essendo presente che un sol eletto nobile, prese possesso dell'ufficio ricevuto[128].
Bentosto un manifesto del fedelissimo popolo di Napoli scritto dal nuovo Eletto, e stipulato ai 30 del mese da notar Francesco Romano, dichiarò le intenzioni del Genoino. Con esso s'invitavano le piazze nobili ad intervenire fra otto giorni nella chiesa di Santa Chiara, ove si dovessero trattare tra quelle ed il popolo le riforme del reggimento municipale da lui proposte. Si dichiarava inoltre che mancando le dette piazze o persone da esse deputande all'intimato parlamento, s'intendeva proclamata la separazione tra la nobiltà ed il popolo, e lodandosi l'ottimo governo del Duca, si protestava contro la partenza del medesimo e si riteneva necessaria la sua presenza in Napoli pel servizio della Corona, finchè queste differenze non fossero concordate, e finchè non fosse fatta giustizia alle pretensioni della piazza popolare[129]. Intanto preventivamente ad istanza del medesimo Genoino, si chiamavano dal Duca in palazzo le stesse piazze nobili ed il Collaterale, perchè avessero conoscenza dei capi delle proposte riforme[130], e con quelle anche i capitani ed i consultori popolari, tanto della vecchia quanto della nuova sessione, perchè li firmassero.
All'ora stabilita nè la nobiltà nè il Collaterale comparvero. Gli stessi capitani delle ottine popolari non tutti assentirono, ed alcuni anzi ricusarono apertamente di firmare. Altri, tra i quali fu Marco Antonio Ardizzone, credenziere e conservatore dei grani della città, sotto il pretesto di non voler mostrare di cedere alle pressioni del vicerè (era presente il Duca d'Ossuna) proposero che l'assemblea si portasse in qualche luogo pubblico ed indipendente, come in una chiesa, ed ivi evesse più liberamente deliberato. E così fu fatto. Si andò nella chiesa di S. Luigi di Palazzo ivi vicina, ora S. Francesco di Paola; ove credendo il Genoino che si firmassero i capi proposti, nessuno volle farlo, ed ognuno andò via alla sua propria casa[131].
In questo frattempo la città per gl'insoliti avvenimenti, era piena di agitazione e di tumulto. Il grido sedizioso di serra serra, che in Napoli per lunga pezza fu il grido precursore della rivoluzione[132], spesso risonava per le vie più popolose. Allora le case e le botteghe si chiudevano, le officine intermettevano i loro lavori, il chiasso dei venditori ambulanti in un attimo spariva, ed un silenzio di tomba, che incuteva terrore negli animi, succedeva dappertutto. Erano queste dimostrazioni provocate, come credevasi, dallo stesso Genoino, affinchè, insorgendo il popolo, egli avesse potuto ottenere il suo scopo. Ma il momento non era ancora maturo. Pochi erano quelli che comprendevano la ragione e la utilità di quelle riforme che lo stesso reggente Costanzo, patrizio insieme e magistrato, trovava giuste ma inopportune[133]; pochissimi quelli che avevano la forza o la volontà di adoperarsi ad ottenerle. Nè il disquilibrio ed il danno negl'interessi materiali erano giunti a tale che potessero spingere la plebe a qualunque più ardita e pericolosa novità. Epperò nessuno allora si mosse, ed appena nel mattino del 4 giugno le salve di uso annunziarono che il cardinal Borgia aveva preso possesso della carica di vicerè, e si seppe che era stato nella notte segretamente introdotto nel Castel Nuovo, ed aveva ricevuto obbedienza dalle autorità civili e militari, che tosto la scena cangiò interamente. Il Genoino ed i suoi partigiani fuggirono o si nascosero, il Duca ai 14 giugno partì per le Spagne; non parlandosi più delle pretensioni del popolo, gli ordinamenti municipali seguitarono a reggersi nel modo che prima costumavasi, e tra gli spari degli archibugi ed il suono delle campane che dimostravano la gioia della maggior parte dei cittadini, i fanciulli andavano per le vie di Napoli in ischiere ed a coro, cantando:
Statte alliero citatino
Ca è trasuto 'o cardinale
Nce ha sarvate d'ogne male
E cacciato Genovino[134].