Or nel 29 giugno di questo stesso anno 1620, in cui accadde l'accennato movimento, che potrebbe acconciamente tenersi come il prologo del dramma svolto poscia nel 1647, alcuni popolani, uomini e donne, erano convenuti in una casa al primo piano al vico Rotto nella piazza del Mercato per festeggiare un lieto avvenimento. Si procedeva al battesimo di un fanciullo nato nel mattino, e che era il primogenito della famiglia che ivi abitava. Tutti portavano i loro abiti di gala. Gli uomini, alcuni, i più ricchi e smargiassi, coll'albernuzzo (specie di cappa) di teletta, col sajo di rascia a finte e liste di tarantola gialla, col giubbone di tela della Cava squartato e foderato di taffettà rancio, con cosciali e calze di stamma e stracci di seta legate con cioffe e sciscioli, e col collaro di tela fina, e cappello ornato di pennacchio e passacavallo[135]; altri — i più modesti — con casacche a campane con bottoni grandi di camoscio, calzoni (cauze a brache) di tarantola bianca, e calze alla martingala di negro[136]; altri finalmente, marinari o pescatori, in più semplici arnesi, con calzoni di dobletto o di tela bianca, e camiciuola di lana, e col tipico berretto rosso in testa. Nè mancava chi portasse le maniche a la spagnola larghe ed increspate, come era la moda in quel tempo, e chi, come i vecchi più tenaci delle antiche usanze, i calzoni colla giarnera (scarsella) ed i berretti piatti a tagliero[137]. Le donne vestivano con corpetto di scerghiglia, da cui compariva la camicia di tela di Bretagna, con gonnella di saia frappata, e con grembiule di filondente ornato di pizzilli a frangette, e di truglio (ciondolo tondo) di vetro[138] o con sottana di dobretto corta e tonda. Portavano, se giovani, le scarpe di sommacco piccato, o di cordovana, se attempate, chianielle, pantofanetti, o zoccoli[139]. V'era qualcuna del Molo piccolo col vestito e col manto proprio di quella contrada, di cui qualche raro esempio ora può trovarsi nelle donne di Procida[140]. Nelle fanciulle potevano notarsi le acconciature del capo o alla scozzese, coi capelli cioè a canestrette intrecciati da nastri o fettucce (zagarelle) incarnatine o verdi, tra cui taluna aveva posto una ciocca di ruta[141], o alla spagnola col tuppo, che con voce propria[142] di quella nazione dicevasi muño (chignon). Le maritate usavano il toccato, che era proprio del Mercato e Lavinaro[143] le foresi la magnosa.

La stanza, in cui quella gente era radunata, aveva un'assai modesta ma non povera apparenza. Una cassapanca a borchie di ottone, un canterale, una tavola di noce, ed in fondo un letto alto, senza trabacca, ma con biancheria di tela fina di bucato, e con coltre di seta, ove stava la puerpera, erano i principali mobili che l'ornavano. Allorchè fu chiaro che nessuno dei parenti e degli amici convitati mancava a quella domestica festa, la destra comare, che, senza intermettere la sua ordinaria loquacità, aveva finito di avvolgere tra le fasce il neonato, gli appendeva alle spalle alcuni amuleti, come denti di lupo, coralli, porcellini, e mezze lune di osso[144]; ed indi lo prendeva tra le braccia e portatolo in mezzo alla stanza, lo metteva in terra sul tappeto, che a tal oggetto da un ragazzo era stato in quel momento colà disteso. Poscia, volgendosi al padre del bambino, gli diceva: Ora su, compare, àuzate 'o paciunciello tuio, e benedicetillo e basatillo mmocca. (Orsù via, compare, alza da terra questo tuo bambino, e benedicilo e bacialo in bocca). Così faceva tutto allegro colui, ed indi lo dava tra le braccia del parente che era gli vicino, il quale baciatolo anche a sua volta, lo passava a un altro, e questi ad un terzo, in guisa che il neonato non era riposto sul letto della puerpera se prima non avesse fatto il giro di tutti gli astanti. E nel compire questa cerimonia, ciascuno aggiungeva il solito augurio, che in tale occasione costumavasi, cioè: Comme l'avimmo visto nato, vedimmolo nzurato[145].

Fatto ciò, la comare prese in braccio il bambino, e seguìta da alcuni dei parenti e da colui che dovea levarlo dal sacro fonte, non senza l'accompagnamento di moltissimi ragazzi e monelli che l'aspettavano in sulla strada, si collocò nella rituale seggetta o bussola, e s'avviò alla chiesa parrocchiale per compire il rito religioso.

La chiesa di S.ª Caterina in foro-magno era la parrocchia, da cui dipendeva la casa abitata dalla famiglia del neonato. Questa chiesa era stata fondata dalla Confraternita dei coriari o pellettieri (conciatori di pelle), e propriamente da quelli che dicevansi dell'arte grossa. In prima era una grancia di S. Arcangelo degli armieri, istituita dopo l'ampliazione della città nel 1536[146]. Poscia nel 1599 dall'arcivescovo Alfonso Gesualdo fu dichiarata parrocchia. Oltre alla congregazione suddetta radunavasi pure ivi la Confraternita del Santissimo Sacramento istituita nel 1568, la Confraternita di S. Maria di Costantinopoli fondata nel 1535, e la Compagnia dei pescatori da bolentino cannuccie e filaccione, della quale si conoscono le capitolazioni del 1585.

La chiesa, come ancora vedesi, era posta tra il convento del Carmine e le mura della città, verso il lido, ove a quei tempi era la porta del torrione della marina. La piazza, che vi era innanzi, dicevasi allora di S. Caterina, ed anche de li scamusciatari[147]. Fino a pochi anni fa esisteva la porta antica di essa, di piperno ed a sesto acuto, che nel 1850, rifacendosi, con cattivo consiglio fu ammodernata. Nei tempi, di cui discorriamo, l'edificio, di una forma alquanto più regolare di quella che è al presente, aveva due piccole navate laterali, di cui una a destra di chi entra esiste tuttora, e l'altra già fu adattata ad uso di sacristia. Aveva pure cinque altari, oltre il maggiore, con cone o di alto rilievo in legno indorato, o di tavole e dipinture dell'antica scuola napolitana, che tutte, meno l'affresco che vedesi ancora sulla cappella dal lato dell'epistola, furono sostituite da quadri moderni di mediocre pennello. Innanzi al presbitero, come era costume in quei tempi, una trave posta in alto a traverso sosteneva un crocefisso in legno. A sinistra di chi entra eravi il fonte battesimale, ed a destra quel braccio in fondo della chiesa, che si prolunga verso la marina e forma un lato ineguale ed abnorme dell'edificio, era una cappella che serviva allora per sacristia[148].

Era allora parroco di S. Caterina l'abbate D. Giovan Matteo Peta. Costui, adempito il rito prescritto dalla nostra religione, ed accomiatato il popolano che aveva tenuto il bambino al sacro fonte e la comare, entrò nella sagrestia, ove, toltisi i sacri paramenti, e preso da uno scaffale un grosso libro, su cui leggevasi: Libro XII dei battezzati, al foglio 44 verso, scrisse: A 29 Giugno 1620. Thomaso Aniello figlio di Cicco d'Amalfi et Antonia Gargano è stato battezzato da me D. Giovanni Matteo Peta, et levato dal sacro fonte da Agostino Monaco et Giovanna de Lieto al vico Rotto[149].

Francesco d'Amalfi, che nel dialetto napolitano dicesi anche Cicco, e che per burla comunemente era chiamato Ceccone, poco prima, come ci attestano i documenti della stessa parrocchia, si era congiunto in matrimonio coll'Antonia Gargano. Ai 18 febbraio dello stesso anno essi erano stati solennemente ingaudiati, ed il medesimo abbate D. Giovan Matteo Peta aveva col sacro rito legittimato e benedetto il loro amore, del quale l'Antonia portava già un pegno nel proprio seno in Masaniello. La cerimonia, per questa circostanza, fu celebrata in casa della sposa al Carmine, previa l'autorizzazione della curia arcivescovile di Napoli[150].

Ventun anno di poi nella stessa parrocchia compivasi un altro atto solenne della vita privata di Masaniello. Bernardina Pisa, vaga ed onesta fanciulla a sedici anni[151] aveva ferito il cuore del giovine pescatore. Egli la cercò in moglie, e la dimanda fu accettata e gradita.

Un giorno verso la fine del 1640 il giovine vestito dei suoi più belli abiti da marinaro fece la prima visita ufficiale, la sagliuta, come propriamente dicevasi dal nostro volgo, in casa della sposa, e portò alla medesima il dono di uso, conveniente alla scarsezza dei tempi ed alla propria condizione. Consisteva questo in due pendenti, una cannacca (collana), una grandiglia (specie di gorgiera all'uso spagnuolo), ed un ventaglio, alcune calze, delle legacce, e degli spilli, ed altre cose di tal genere[152]. Una stretta di mano ed un bacio alla sposa compirono il rito, e solennemente suggellarono la reciproca promessa di matrimonio[153].

Da quel dì alle finestre della casa di Bernardina, che era posta dirimpetto alla Chiesa del Carmine, e da quelle dei suoi parenti, come alle finestre della casa sulla piazza del Mercato accanto al vico Rotto, ove dimorava Masaniello, ed a quelle dei parenti di lui per alcuni giorni si videro pendere coverte di seta e tappeti. Così, secondo il costume, davasi conoscenza al pubblico del parentado contratto dalle due famiglie[154].