Il matrimonio in seguito fu solennemente celebrato nella chiesa di Santa Caterina, ove i due sposi tenendosi per mano, e seguiti dai proprii parenti[155], si recarono ai 20 Aprile dell'anno seguente e non mancò di alcuna di quelle cose che solevano allora costumarsi in simili circostanze[156]. Tutti i parenti e gli amici più stretti furono invitati e convennero alla festa. Tra i primi erano Antonia Gargano e Andreana de Satis, madre di Bernardina; poichè Cicco d'Amalfi e Pietro Pisa, genitori degli sposi, erano già morti. Vi era pure Grazia d'Amalfi sorella dello sposo e Cesare di Roma di Gragnano, che l'aveva recentemente impalmata[157]; Giovanni altro figlio di Cicco d'Amalfi, che allora aveva 17 anni[158], e che poscia nel 1647 ebbe parte al potere e alla fortuna del fratello; Girolamo Donnarumma altro cognato di Masaniello salsumaio e bottegaio di frutta al Pendino, che dopo la morte di lui nel settembre 1647 fu nominato capitano del popolo per qualche tempo[159]; Domenico de Satis e Giovan Battista Pisa zii della sposa ed altri molti. I due banchetti di rito, uno nella mattina in casa di Bernardina e l'altro nella sera in casa dello sposo, furono abbondanti e pieni dell'allegria franca e spensierata dei napoletani[160]. Nè vi mancò mastro Ruggiero col suo liuto, che canto le villanelle, e le canzoni più in voga in quel tempo[161]. La festa fu chiusa con balli e cascarde, e colla spallata che chiamavasi madamma la zita[162], danza propria dell'occasione.

Intanto lo stato del Regno procedeva ogni dì al peggio ed i popoli erano stremati dalle disgrazie naturali, dalle carestie, dalle scorrerie dei turchi, dal timore delle flotte francesi, e più che tutto ciò dall'insaziabile ingordigia del dominatori spagnuoli. Il Duca di Medina, D. Ramiro Filippo de Gusman, che allora governava il regno per Filippo IV, e che nella nostra città ha lasciato memoria di sè in una porta, fatta a spese di privati cittadini, ed in una fontana opera dei suoi antecessori, per sopperire alle incessanti richieste di denaro e di gente, che gli venivan fatte dalla Corte di Spagna, aggiungeva dazii a dazii, gabelle a gabelle, ed aumentava le già esistenti senza misura o criterio. Le antiche gravezze sulla seta, sul sale, sull'olio, sull'orzo sulla carne, sui salumi e sul grano si aumentavano ad una proporzione maggiore, e nuovi dazii s'imponevano sulla calce, sulle carte da gioco, su l'oro e l'argento filato, e sopra tutti i contratti di prestiti che facevansi nella città e nel regno. Si tentò pure la carta bollata, una tassa sulle pigioni, ed il testatico, imposte che per essere insolite, e più che le altre gravose, dovettero lasciarsi, e compensarle invece coll'aumento di altre gravezze già esistenti e specialmente accrescendo quella della farina[163]. Così il Medina nel suo governo di poco più di sei anni potette ricavare dalla città e dal regno, oltre le entrate ordinarie, meglio che 30 milioni[164] di ducati (127,500,000). Non mancavano, è vero, in questo frattempo nella nostra città anzi erano frequenti, le feste e gli spettacoli, ove il lusso della casa viceregnale, degli spagnuoli, e della nobiltà, che consumava senza produrre, pareva che desse aspetto di ricchezza e di prosperità al paese. Ma questa non era che un'apparente prosperità, e ben sel sapeva il Duca di Medina che partendo da Napoli, ebbe a dire con cinica improntitudine: lasciar egli il regno in tal termine che quattro buone famiglie non avrebbero potuto fare un buon pignato maritato, cioè una buona minestra[165].

Le gabelle sui generi annonarii e specialmente sulla farina e sul pane, comechè gravi dovunque, erano nella nostra Città gravissime, e più che per altri per la povera gente. Costumavasi allora di panizzare fra noi due specie di pane, cioè il pane a rotolo e la così detta palata; il pane a rotolo per chi poteva spendere, la palata per la plebe o per i poveri. Il costo del primo, che vendevasi a peso, variava in proporzione del prezzo della farina, l'altra che si pagava sempre quattro grana (17 centesimi), variava in tali circostanze soltanto di peso e di qualità. Così quando il grano costava caro, il pane della palata era piccolo e cattivo, e talvolta, specialmente nei forni e nelle botteghe non soggette alla giurisdizione municipale, anche pregiudizievole alla pubblica salute. Gli scrittori ed i documenti del tempo ci attestano ciò apertamente. Nello stesso anno 1641, come afferma un agente del Duca di Toscana in Napoli, essendo stato scarso il ricolto, l'eletto del popolo Giovan Battista Nauclerio “non solo aveva dato facoltà ai panettieri di poter mancare due oncie per ogni palata di pane, ma che potessero mettere in detto pane ogni altra mestura, che a loro fosse piaciuta, cocendolo malamente, purchè ritenesse il peso„ della qual cosa gli altri eletti si lagnarono col vicerè[166]. Quindi, come afferma un contemporaneo[167], due carlini (85 centesimi) di pane al giorno non bastavano in tali congiunture ad un pover'uomo; pur fortunato, se le cose frammiste alla farina onde farla pesante, non gli erano causa, come a 27 soldati di Castel S. Elmo, nel 1629, d'infermità e di morte[168].

Queste pubbliche miserie, che facevano dura e difficile la vita alla povera gente, non risparmiavano certamente la famiglia di Masaniello. Essa campava stentatamente alla meglio, e spesso i sottili guadagni del proprio mestiere non bastavano al pescivendolo. Spesso pure Masaniello sciupava lo scarso lucro della giornata (bisogna pur dirlo) con i compagnoni del suo quartiere, o nelle taverne del Mercato e del Pendino o al giuoco, sia nella camorra[169] innanzi Palazzo, sia sotto le tende e le baracche del Largo del Castello.

Allora il bisogno e la fame erano nella casa di Bernardina, e la povera donna si avventurava a qualche piccolo contrabbando per procurarsi un poco di pane a più buon mercato. Un giorno, avendosi comprato poca quantità di farina in uno dei casali di Napoli, ove non essendoci le gabelle della Città, si poteva trovare a prezzo più discreto, tentava di portarla nascostamente a casa sua dentro una calzetta, sotto colore che fosse un suo piccolo bambino avvolto tra le fasce, che pel freddo cercava ricoprire con un panno. Lo stratagemma però non ingannava gl'inumani e rigorosi gabellieri, che come dice uno scrittore di quel tempo, cercavano addosso a tutti nei passi ordinarii e nelle strade stesse di Napoli, non rispettando neanche le donne nelle parti del corpo soggette alla vergogna[170]. La povera Bernardina, scoperto il contrabbando, fu presa e condotta nelle carceri dell'arrendamento, ove fu sostenuta per circa otto giorni. Il marito, saputolo, corse al posto della gabella a Porta Nolana, indi dall'affittatore della medesima Girolamo Letizia, onde ottenerne la libertà. Tutto fu inutile. Le preghiere, i pianti, le sottomissioni non ottennero alcun effetto. Bernardina non uscì di prigione se non quando fu pagata[171] la multa (cento scudi, affermano alcuni scrittori), che il povero Masaniello potette a stento raggruzzolare, vendendo tutte le masserizie di casa e procurandosi qualche somma in prestito dai suoi parenti. Allorchè il misero, consegnato il danaro al gabelliere e presa per mano la moglie, per la via dell'Arenaccia si avviò a casa sua, si volse prima un momento verso l'officina della gabella, e pieno d'ira e di dispetto: Pe la Madonna del Carmine, disse, o ch'io non sia più Masaniello, o che un giorno mi vendicherò alla per fine di questa canaglia[172].

II.

E il giorno della vendetta arrivò, tristo, terribile, inaspettato. Allorchè ai 7 Luglio 1647, nella piazza del Mercato, la plebe, istigatore e duce Masaniello, al grido di: Viva il Re e muoja il mal governo, fieramente insorse, dimandando l'abolizione della gabella de' frutti e delle altre gravezze che l'opprimevano, uno de' primi atti di autorità del nuovo Capopopolo fu l'incendio del posto dell'arrendamento della farina a Porta Nolana, e della casa abitata da Girolamo Letizia a Portanova[173]. Un drappello di circa 50 garzoni e fanciulli, capitanati da Giovanni d'Amalfi a cavallo, eseguiva fedelmente gli ordini di Masaniello. Scalzi, in sola camicia e mutande di tela, e col berretto rosso in testa, essi, facendosi ministri di una nuova giustizia, andavano processionalmente per le vie, preceduti da uno stendardo (pennone), nel quale si vedevano dipinte le armi reali di Spagna[174], e portavano chi torce di pece, chi graffii o forcine, chi solfanelli, fascine impeciate ed altre cose bisognevoli ad accendere, e chi finalmente picconi e sciamarri. Erano cenciaiuoli o bazzareoti[175] gente della più vile e povera condizione, che viveva stretta ed ammucchiata in alcuni di quei luridi covili del Mercato e del Lavinaro, che si dicevano e si dicono tuttora fondachi, e che la progredita civiltà ha ora diminuiti, o in buona parte migliorati, ma non ancora interamente distrutti. Laceri e seminudi furon i primi, che allora si chiamassero lazzari, e questo nome, che i superbi dominatori spagnuoli diedero loro come una ingiuria, i plebei sollevati della città e del regno, imitando i Bruzii dell'antica Italia, ed i gueux delle Fiandre, lo adottarono volentieri, come un titolo onorifico, e come un distintivo di animo libero ed indipendente[176].

Era Girolamo Letizia o di Letizia uno degli affittatori dell'arrendamento della farina, che, uscito dalla plebe, coi guadagni di quello si aveva procacciato non poche ricchezze. Uomo senza misericordia, non perdonava in alcun modo, come dicono le memorie contemporanee, a chi, entrando nella città con un poco di farina o con due pagnotte di pane, non ne avesse pagato prima il dazio corrispondente[177]. Oltre al fatto della moglie di Masaniello, narravasi di lui, che una volta, per un contrabbando di pochissimo momento, avesse fatto condannare alla frusta due povere contadine de' casali di Napoli. Era quindi oltre ogni dire odiato dalla povera gente.

Ora i lazzari, bruciato che ebbero l'ufficio della gabella a Porta Nolana, secondo gli ordini ricevuti, si portarono al Largo di Portanova, ove nel palazzo della famiglia Mormile de' Duchi di Campochiaro, ora segnato col numero civico 11, abitava allora il Letizia. Ivi giunti, occuparono tutti gli sbocchi delle vie circostanti, e circondarono il palazzo, gridando sempre: Viva il Re e muoja il mal governo! Poscia, rotta ed aperta la porta con mazze ferrate o colle fiamme, alcuni di loro salirono sulla casa del Letizia, e, preso tutto ciò che vi era, dalle finestre lo gittavano nella piazza; altri dal basso riunivano il tutto in catasta e vi ponevano il fuoco. Magnifici arazzi, ricche cortine di seta e di oro, scrittorii di ebano intarsiati di argento o di avorio, quadri di nobilissima pittura, vasellame di argento ed ogni altra preziosa suppellettile era preda dalle fiamme. Nè si risparmiavano le gioie o il denaro contante, non le cose commestibili, non gli stessi animali, che in quella casa per avventura si trovassero. Così il tutto riducevasi in cenere[178], senza che alcuno di quei miserabili pensasse a sottrarre o a serbare per sè un oggetto qualunque, fosse pure di nessun valore. E mentre il fuoco distruggeva quelle robe, frutto de' guadagni procacciati colle odiose gabelle, Giovanni d'Amalfi alla gente circostante gridava: Vedi, popolo mio, queste robe sono delli officiali, che se l'hanno fatto col sangue di noi altri poveri; si buttano in questo fuoco e si bruciano, per ordine di Masaniello, mio fratello[179]. Il popolo in parte compiaciuto, in parte atterrito, guardava meravigliato ed attonito l'orrido spettacolo.

Ma ormai la plebe sollevata aveva la coscienza delle proprie forze, e, non contenta dell'abolizione delle gabelle e dell'amnistia pe' fatti de' 7 ed 8 luglio, accordate facilmente dal vicerè, dimandava istantemente altre più larghe concessioni, e la isopolizia o la eguaglianza de' diritti coi nobili del governo municipale della città. Vogliamo il privilegio di Carlo V, aveva arditamente detto Masaniello al Duca di Maddaloni ed agli altri nobili spediti al Mercato dal vicerè; vogliamo il privilegio di Carlo V, ripetevano in coro i lazzari, che, come gente bassa, al dire di un contemporaneo[180], non sapevano parlare. Un vecchio, in abito da prete e con lunga barba, era l'autore e l'anima di queste risoluzioni. Egli istruiva il pescivendolo, già pubblicamente acclamato Capitan generale del popolo; egli gl'insinuava le grazie ed i privilegi da dimandarsi al vicerè, egli gli spiegava come l'aquila e le colonne di Ercole, che si vedevano sulla porta della Vicaria (il palazzo di giustizia), fossero le insigne del benefico imperatore, e che perciò dovessero essere rispettate. Questo prete e questo consigliere era D. Giulio Genoino.