CALANDRO. Deh sí! Di' sú.
FESSENIO. Si chiude gli occhi; si tiene le mani cortese; si torce le braccia; stassi fermo fermo, cheto cheto; non si vede, non si sente cosa che altri si faccia o ti dica.
CALANDRO. Intendo. Ma il fatto sta come si fa poi a rivivere.
FESSENIO. Questo è bene uno de' piú profondi secreti che abbi tutto il mondo e quasi nessuno il sa. E sia certo che ad altri nol direi giá mai; ma a te son contento dirlo. Ma vedi, per tua fé, Calandro mio, che ad altra persona del mondo tu non lo palesi mai.
CALANDRO. Io te giuro che io non lo dirò ad alcuno; ed anche, se tu vuoi, non lo dirò a me stesso.
FESSENIO. Ah! ah! A te stesso sono io ben contento che tu 'l dica; ma solo ad uno orecchio, a l'altro non giá.
CALANDRO. Or insegnamelo.
FESSENIO. Tu sai, Calandro, che altra differenzia non è dal vivo al morto se none in quanto che il morto non se move mai e il vivo sí. E però, quando tu faccia come io ti dirò, sempre risusciterai.
CALANDRO. Di' sú.
FESSENIO. Col viso tutto alzato al cielo si sputa in sú; poi con tutta la persona si dá una scossa, cosí; poi s'apre gli occhi, si parla e si muove i membri. Allor la Morte si va con Dio e l'omo ritorna vivo. E sta' sicuro, Calandro mio, che chi fa questo non è mai, mai morto. Or puoi tu ben dire d'avere cosí bel secreto quanto sia in tutto l'universo ed in Maremma.