CALANDRO. Hai finito?
FULVIA. Sí.
CALANDRO. Col mal anno, lassa che mi corrucci io, non tu, dispettosa! ché m'hai cavato del paradiso mondano e toltomi ogni mio sollazzo. Fastidiosa! Tu non vali le scarpette vecchie sue, che la mi fa piú carezze e meglio mi bacia che tu non fai. Ella mi piace piú che la zuppa del vin dolce; e luce piú che la stella Diana; e ha piú magnificenzia che la Quintadecima; e è piú astuta che la fata Morgana. Sí che tu non te l'aresti inghiottita, no, malvagia femina che tu sei! E se tu mai le fai male, trista a te!
FULVIA. Orsú! Non piú! In casa, in casa. Apri. Olá! Apri.
SCENA XIII
FESSENIO servo solo.
O Fessenio, che è questo che tu veduto hai? O Amore, quanto è la potenzia tua! Qual poeta, qual dottore, qual filosofo potria mai mostrare quelli accorgimenti, quelle astuzie che fai tu a chi séguita la tua insegna? Ogni sapienzia, ogni dottrina di qualunche altro è tarda respetto alla tua. Qual altra, sanza amore, averia avuto tale accorgimento che di sí gran periculo escita fusse come costei? Mai non vidi malizia simile. Ella se ferma in su l'uscio. Anderò da lei e le darò speranza di Lidio suo perché è d'avere ormai compassione della poveretta.
SCENA XIV
FULVIA, FESSENIO servo, SAMIA serva.
FULVIA. Guarda, Fessenio mio, se io sgraziata sono! ché, in loco di Lidio, trovai questa bestia di mio marito, col quale mi son però salvata.