Allora mi parve di intravedere in Cohn e nei suoi amici Truffard e De Ritten degli anarchici milionari, preparatori di un largo movimento contro l'attuale ordinamento sociale. Tanto più che qualche sera dopo io incontrai i loro amici Werkopfen e Pietrachiara, pure ricchissimi, in automobile in compagnia di Tzereti, il famoso dinamitardo evaso dalle carceri siberiane.

D'altra parte sono quasi tutti dei raffinatissimi cultori d'arte. Werkopfen, antiquario e numismatico, possiede un museo di un valore incalcolabile in casa sua a Zurigo. Sono quasi tutti fanaticamente appassionati di musica classica. Il giovane Pietrachiara, che ha ereditato parecchi milioni da suo padre, viaggia con l'unico scopo apparente di sentire dei concerti di buona musica.

So inoltre che sono azionisti di una grande società per gli scavi ad Atene. Markoff ha fondato a Mosca un ricovero per i pittori poveri. Credetemi. Nulla è più tragico della mia situazione. Posso dire di conoscerli a fondo: ma è come se non li conoscessi affatto.

Se sono anarchici non sono cultori di arte. Se sono anarchici o cultori d'arte è difficile che siano agenti jugoslavi. Poichè dovete sapere che due anni fa li ho trovati tutti in una tumultuosa assemblea politica di serbi, czechi, montenegrini, greci, sloveni e croati. Una cameraccia puzzolente ed affumicata del Faubourg Saint Antoine a Parigi.

Il Conte Ladolce vi pronunciò un discorso antitaliano. Lo stesso Ladolce, ha fondato a Roma una scuola di danze greche.

E che ne dite di quel vagabondo sospetto che chiamano Giacomo Satutto? Passeggiava ieri l'altro per le vie di Napoli portando una gran croce sulle spalle, in mezzo a un nugolo di scugnizzi. Lo feci arrestare. Lo interrogai. Niente. Sempre niente.

Avete osservato il turco? L'avvocato Djamil bey? Ebbene all'inizio della mia missione, egli mi sembrò il personaggio più importante e più significativo. Ufficiale dell'esercito turco, comandava un battaglione contro di noi al combattimento di Sidi Messri. È lì anzi che io ebbi il piacere di conoscervi per la prima volta — disse rivolgendosi a Marinetti — Voi mi avete dimenticato, ma io non dimentico nessuno.

Ero travestito da corrispondente di guerra e entrai con voi nella villa di quel signore, Djamil bey. Mentre voi cogli ufficiali italiani sgombravate il pianterreno dai feriti arabi, mi ricordo perfettamente, il 26 ottobre alle dieci del mattino, nella tempesta spaccante e fracassante della fucileria, sudato, assordato, io salivo al primo piano, torrido come un forno, e vuotavo i cassetti di tutte le carte.

Più di duecento lettere di De Ritten, Werkopfen e degli altri suoi amici, che ho su con me nel mio baule.

Mi sembrò anche allora di essere sull'orlo della grande scoperta. Niente.