— Venti barche! Non è possibile, è difficile, signore! Ci vuol molto denaro...!
— Voglio venti barche, assolutamente. Qual'è il prezzo?
Scendemmo rapidamente con Castretta, preoccupati di partecipare ad ogni costo alla gita che intuimmo finalmente rivelatrice.
Un'ora dopo la partenza della comitiva attirava molti curiosi sulla banchina della Marina Grande. Essa era sbalorditivamente aumentata. Circa un'ottantina di persone. Tra le quali degli strani tipi di lottatori, giganteschi e muscolosi, un vecchio signore semiparalitico elegantissimo, un giapponese e un negro panciuto dal grugno ripugnante.
Nella confusione la nostra presenza fu poco notata. Invitammo nella nostra barca Pietrachiara e il conte Ladolce. Questi era un giovane alto, delicato, un po' cascante: bella pecora aristocratica dal profilo borbonico con voce flebile.
Si sedettero a prua mentre noi ci sedemmo con Castretta a poppa. Il mare era calmo ma non calmissimo. Mare inquieto che pregusta l'alcool delirante della burrasca con una quiete sorniona e qualche sbuffo di vento, sotto un cielo velato di calore.
Avevamo due buoni barcaioli. Cosicchè sorpassammo le altre barche e giungemmo con le prime alla grotta del Bue marino. Pietrachiara disse con mille moine guizzanti:
— È stata veramente un'idea geniale quella del caro Werkopfen. Credo che dato il caldo soffocante, non vi sia sito più adatto a discutere di cose serie di una grotta nel mare. Chissà che grotta sceglieremo?! Io preferisco l'azzurra: è più carina. La vedrete. Un silenzio! Sembra di essere diventati piccini piccini dentro una delle belle pietre preziose del Conte Ladolce. Se ci mettessimo in costume da bagno? Che ne dici Ladolce!
Si svestirono. Avevano già, sotto, un elegante costume da bagno rosa pallido.
Curvi nella barca entrammo nella grotta del Bue marino. Ci colpì brutalmente un muggito rombante e feroce d'acque incatenate e rivoltose. Boati irritatissimi. Sputi, schiaffi, rutti e singhiozzi. Masse su masse d'acqua spaccate, flaccide, rotte nei budelli delle rocce.