Il piroscafo rallentava sotto le alte rocce a terrazze di Sorrento, giallastre, vecchie sulla morbidezza giovanile, sana e carnale del mare troppo azzurro. Lassù le balaustre straripanti di vegetazioni invitavano agli amori facili. Tutti si sporgevano al parapetto del piroscafo sul vociare dei barcaioli napoletani.
Con voce languida e un po' rauca la Contessa De Ritten diceva:
— Che paese meraviglioso! Bisognerebbe non aver fatto ancora il proprio viaggio di nozze, per venirlo a far qui.
— Puoi farne un secondo, con un altro, se lo desideri — rispose De Ritten con una punta d'ostilità.
— Oh no! È troppo tardi! Ora non posso più pensare che al caro marmocchietto nostro.
Il piroscafo si voltò per fendere di nuovo l'alito soave del golfo opprimente di delizia. La prua copriva e scopriva sospirando il profilo nudo dell'Isola di Capri, perlacea, coricata, inutile e assurda all'orizzonte.
Tutti tacquero, seduti, ripresi a poco a poco dal torpore solare.
Si sentiva soltanto borbottare il grosso deputato russo Markoff, apopleticamente seduto, viso gonfio, pizzo e baffi biondi, stiffelius nero fuori moda, pancia scoppiante tra le coscie enormi divaricate, piccoli occhi celesti, irritati dalle lentezze del cameriere che gli portava ora la quarta ghiacciata di caffè. La prese e la tenne con le due mani sotto il mento religiosamente.
— Ho detto portare presto presto da bere... Voi me non venire mai!... Voi servire sempre altra gente prima di me!
Poi disse al suo servitore: