Fieno. Non sai neanche condir l'insalata e lucidare gli stivali.
Fascina. Ti credi la padrona.
Fieno. Devi ubbidire.
Fascina. Sono tua madre.
Brina, scuotendosi come da un sogno, scende dal davanzale, va verso la madre e le grida. Tu sei tu, io sono io!
Fascina. Io sono tua madre.
Brina. Tu sei una donna, io sono una donna. Tu sei vecchia, io sono giovane; tu piangi, io canto; tu sei di ghiaccio, io di fiamma. Tu non sei mia madre: tu sei un babau pien di rughe, la tua faccia è come le tue scarpe; sei la marianna delle fiere a cui i monelli tirano tre palle di stoppa per un soldo, per ridere vedendola andare a gambe all'aria. Tu sei l'albero raggrinzito; io sono la verde foglia che si fa portar via dal vento; tu lo stelo secco, io il fiore rosso che ride al sole; tu la spina nociva, io la goccia di rugiada che sviene sul filo d'erba.
Fieno. Io sono tuo padre.
Brina. Tu non sei mio padre: sei lo spauracchio che i contadini fanno coi calzoni frusti dei soldati congedati, imbottiti di paglia, e mettono a cavalcioni d'un ramo con una pertica in mano, per tenere lontano gli uccelli dal frutteto. Io vi scaccio, ho voglia di ridere, vi scaccio. Via, Tarlacchi! Via, Marianna! Via!... Scaglia contro di loro i pani, i bicchieri, le stoviglie. Li insegue con uno scroscio di risate fragorose e liete come battimani.
Sipario