— Non posso! — sospirò Argìa. — Vorrei dirti tutto... Ti sembrerei meno... rea... Ma non posso... non so raccontare... È impossibile!.. E poi, tu non mi crederesti...
— Vuol dire ch'è tutto falsità quello che pensi di dirmi!
— Como vuoi: io non mi difendo.
— Mi sfidi?... Maledetta!...
Si voltò per afferrare una forbice lunga, affilata, che splendeva sul tavolino da lavoro; ma Argìa lo prevenne. Afferrata la forbice, prima ch'ei potesse raggiungerla, se l'appressò al collo.
Bastò tale atto per far cadere la collera di Fausto, che si gettò su lei per trattenerla, disperato, ansimante.
— Lasciami morire! — ripeteva Argìa con voce sorda. — E tu vivi, per amor mio! Tu devi vivere e io devo morire!...
Finalmente egli riuscì a disarmarla. Allora soltanto s'accorse che, nella lotta, Argìa si era ferita alla mano sinistra. Il sangue colava e le goccie si fermavano come perle di granato sul vestito di flanella celeste.
Le mani del medico tremavano così forte, ch'ei non riesciva a fasciarla.
E aveva voluto ucciderla!...