— O Argìa! Argìa!... Amore santo, amore mio unico!... Perdonami; perdona al tuo povero Fausto che ti ha insultata, ferita... Non togliermi il tuo amore, non rifiutarmi la suprema consolazione di morire con te!...
Piangeva come un fanciullo, vinto da un impeto nuovo di tenerezza.
Ma Argìa aveva ritrovata la tetra calma, stato abituale dell'animo suo in quei giorni; e con parole dolci e disperate, piene di un profondo convincimento, gli andava spiegando le ragioni per cui egli doveva vivere e abbandonare lei al suo destino.
— Per amor mio devi farlo!... — insisteva la misera, stringendolo fra le sue braccia — per amor mio! Se tu muori con me, la mia agonia sarà amareggiata dai rimorsi. Morirò disperata. Se tu mi lasci morire sola, ti benedirò.
L'arrivo di Amelia troncò la disputa dolorosa.
Poco dopo Fausto si ritirò, e il suo ultimo sguardo, la sua ultima stretta di mano ripeterono ancora alla fidanzata della morte, che egli non poteva lasciarla, perchè non poteva vivere senza di lei.
La mattina seguente, egli così le scriveva:
«Non tormentarti, mia povera Argìa, con vani rimorsi: non turbare con inutili torture questi supremi istanti.
«E perdona a me di averti tormentata con le mie insistenze. Perdona al mio amore, alla mia intensa passione. Ora è finito: ho vinto...
«Quello che so, basta. E che mi gioverebbe sapere di più?... Intendo quale tormento sarebbe per te ritornare su quei fatti; ricercarne i particolari nella memoria, e ripeterli a me: intendo lo spasimo della tua anima, l'angoscia del tuo pudore...