«Ed io stesso, quale soddisfazione ne avrei?... Una morbosa soddisfazione che mi avvilirebbe ai tuoi occhi ed ai miei.

«Più in alto! Più in alto!...

«Ti ricordi quel che ti ho detto sul bastione l'ultima sera? Noi dobbiamo librarci nell'infinito con l'anima serena, il cuore ebbro di un amore rinnovato e purificato. Lungi da noi le miserie della vita comune, le stupide convenzioni, le meschine idee ricevute. Tu non sei niente più colpevole di me, Argìa! Lo sa la mia coscienza. Quando ti accuso sono ingiusto: sono un povero essere debole e geloso. Tu devi compatirmi, perdonarmi: non darmi ragione però: non mai avvilirti.

«E se tu avessi ceduto al mio barbaro intento di farti narrare ciò che tanto ti affligge, ti saresti avvilita. Ti ringrazio, o mia Argìa, di non averlo fatto!... Io ti amo tanto, appunto per questo tuo orgoglio. No, tu non sei più colpevole di me. Se io non ti avessi abbandonata, tu non saresti caduta; e se io fossi stato veramente forte, se non avessi titubato di fronte alla suggestione della famiglia e del pregiudizio, non ti avrei lasciata così, sei lunghi mesi; nutrendo la sciocca pretesa che tu non disperassi di me, mentre io mi dibattevo con le mie debolezze.

«Alza la testa stanca ed oppressa, dolce fanciulla mia! Ma non disdegnare il tuo povero compagno. Non dirmi che vuoi morire sola. So che nel tuo pensiero intendi di pronunciare la tua condanna e la mia assoluzione: ma io, che per indole scruto la logica fatale delle idee e dei sentimenti, io so quello che tu non sospetti: so che il pensiero di morire sola ti viene da un oscuro disprezzo della mia debolezza: so che a tua insaputa nel tuo cuore s'insinua un inesprimibile disgusto di questo misero che muore d'amore per te, e non ha mai saputo, e non sa neppure ora amarti come vorrebbe.

«Non protestare, Argìa, non protestare: se tu avessi cuore di scrutarti, vedresti che ho ragione io.

«Ma tu sei donna e detesti le amare indagini. Ebbene, sii generosa: aprimi il paradiso del tuo amore e lasciami precipitare con te nell'eterna notte — una notte d'amore che non finirà mai.

«E se alla tua femminea generosità ripugna il crederti superiore: ebbene, ammetti pure che siamo tutti e due egualmente deboli; due povere creature sospinte e risospinte dalle correnti contradditorie della vita intima e della vita esteriore: due povere anime umane innamorate, che cercano fuori del mondo un asilo intangibile all'ideale del loro amore.

«Addio Argìa, a domani.

«Fausto