Felice di questo complimento poco sincero che l'autorità dell'uomo di scienza rendeva prezioso, l'abate arrovesciò la testa sulla poltrona e sfregando i suoi riccioli bianchi sulla morbidezza della felpa, continuò a sorridere beatamente, mentre i suoi sguardi si fermavano sui giovani nella corte.

— Come sono belli i nostri due colombi! La vostra Argìa pare una dea.... Ma, posso dirlo senza iattanza, mio nipote è degno di lei. Guardate: non ha punto l'aria di un giovine borghese di questa fine di secolo!

— In verità, don Paolo, mi avete reso un padre felice con la vostra domanda venuta così a proposito. Senza di voi non si concludeva niente con quelli di Mantova. Argìa si credeva abbandonata... Ha sofferto molto, povera figliola!... Io la incoraggiavo a distrarsi, a dimenticare; ma inutilmente!... Tre partiti mi ha rifiutati, sapete?

L'abate sorrise.

— Ha fatto benissimo, dal momento che amava Fausto...

— Certo, certo! Ma poi, se Fausto sposava la contessina, eravamo serviti!... Tutto a voi dobbiamo, tutto al vostro intervento, ripeto.

— ... E l'amore di Fausto?... E la bellezza di Argìa?... Dove li lasciate, questi grandi fattori?... Guardate se non è divina col fazzolettino rosso che quella birichina di Amelia le ha legato su gli occhi!... Del resto, sapete la mia massima: non si deve mai disperare dei giovani, nè dell'amore!

— In realtà io ho sempre avuto fede nella mia stella.

— Lo credo! Siete sempre stato fortunato.

— Sempre?... Sempre, è troppo! Ho avuto anch'io le mie delusioni. Tuttavia posso dire che la vita è stata una buona madre per me. Mi ha colpito di rado e mi ha colpito con dolcezza. Perfino il più grande, il solo vero dispiacere della mia vita, la morte di mia moglie, mi è capitato in un momento in cui l'ho sentito meno. Ero a letto con un famoso tifo che per poco non mi ha portato via anche me. Non capii nulla. Non m'avvidi di nulla.