Don Paolo Giudici, abate e letterato, ricchissimo, settantenne e gaudente, somigliava in fondo dell'anima all'amico suo, sebbene all'esterno sembrasse l'opposto. Piccolino ed esile, mentre l'altro era alto e robusto, Don Paolo conservava, insieme alla giovanilità dell'animo una grande dolcezza di modi e una placidità inalterabile. Era stato un bel prete, un prete galante, e ci teneva ad esserlo, od almeno a sembrarlo ancora.
Nessun elegante sapeva portare l'abito di società con maggior distinzione di quella con cui don Paolo portava la veste talare.
La fisonomia espressiva, gli occhietti vivi, le folte sopracciglia nere e la chioma bianca abbondante; lunga e ricciuta, gli davano una impronta pittoresca, un non so che di romantico. E romantico ei si vantava per gusti letterari e per sentimenti.
Osservandolo meglio però, ci si accorgeva facilmente che l'intonaco romantico aveva poca consistenza, e lo spirito del settecento con la sua filosofia apparentemente superficiale e il giocondo egoismo, sgusciava fuori audacemente. Qualche volta traspariva anche il prete, come una di quelle macchie di vecchio unto indelebili su certe stoffe, ma visibili soltanto in un dato punto di luce.
— Siamo stati fortunati! La vostra festicciuola mi è parsa più geniale che mai! Tutto è con noi, la terra ed il cielo!...
Si interruppe sorridendo, e fiutò una presa di tabacco. Poi dandosi una leggera fregatina di mani soggiunse, come parlando a sè stesso:
— Il cielo e l'amore!...
— Ah! Don Paolo, avete ragione di gloriarvene; lo si deve a voi!...
— A me?... Ah! Ah! Bella cosa essere sacerdote d'amore a settantadue anni!... Poichè oramai sono settantadue sapete?...
— Sì... Ma come li portate, don Paolo!