In quel dopo pranzo d'autunno, circondato dai suoi figli e dai suoi scolari prediletti, egli non pensava a queste malinconie.

Pensava piuttosto che Argìa si sarebbe consolata finalmente e il suo visino pallido avrebbe riacquistato lo splendore di una volta.

Egli era rimasto nella sala rossa, col suo amico don Paolo, condannato dalla grama salute ad una infinità di riguardi.

Era ancora un bell'uomo il professor Pisani chirurgo abilissimo, famoso conquistatore, e s'apprestava risolutamente ad attaccare la cinquantina, certo di domarla.

Senza arricchirlo, la scienza gli dava una discreta agiatezza ed ei se ne accontentava. In generale era un uomo contento: sopratutto contento di sè.

La sua faccia prospera, dal sorriso leggermente fatuo, dai grandi occhi salienti, lo diceva senza misteri.

Era nato in basso. Suo padre, semplice caposquadra nelle guardie di finanza ai tempi dell'Austria, aveva avuto l'ambizione di farlo studiare; ed egli aveva risposto magnificamente a quell'ambizione. Nel cinquantanove appena dottore, si era messo a curare i feriti; e il sessantasei, lo trovava alla direzione di un ospedale militare.

Nel frattempo aveva sposata una signorina pavese, di buona famiglia, che gli morì presto.

Gli avversari del professore pretendevano ch'egli l'avesse fatta morire a forza di rimproveri e di spaventi.

Lui invece era convinto di averla adorata; e, siccome rimaneva vedovo, si vantava fedele oltre la tomba.