Si mise a camminare risolutamente, combattendo la spossatezza con uno sforzo supremo della volontà, spinto da un folle terrore di non poter giungere fino a casa: di morire solo!...

— Oh! Argìa! Oh! Argìa! — andava ripetendo tra i singulti.

Aveva le ossa rotte; gli occhi bruciati, la gola arsa.

Prese una manata di neve e se la portò alla bocca.

Cercava di affrettarsi, ma ad ogni poco traballava.

Finalmente, ansimante per la fatica, si trovò fuori del bosco; si sentì salvo.

Quando fu giunto sulla strada maestra, al ponte del Gravellone, sedette un momento sul parapetto.

L'acqua scorreva lenta e scura, impaludandosi in un canneto; traversando una boschina che pareva galleggiare. La neve cadeva turbinando, e il cielo plumbeo pesava sul tetro paesaggio. E Fausto si ricordava di una mattina lontana, in cui il piccolo fiume pareva un largo nastro d'argento e la boschina e il canneto profumavano l'aria...

Ma egli non faceva confronti. Le immagini fluttuavano nel suo cervello, come le cose disparate che la piena delle acque trasporta quando la campagna è innondata.

Si alzò con fatica. Aveva dei dolori da per tutto.