Da lungo tempo egli prevedeva quell'attacco; e in un momento d'irriflessione l'aveva forse provocato.
II.
Nella sala deserta le ombre del crepuscolo si addensavano. Gl'invitati erano partiti «per non disturbare» contenti in fondo all'anima di avere un pretesto per allontanarsi dalla casa divenuta improvvisamente tetra, opprimente.
Don Paolo non era morto: gli sforzi del Pisani erano riesciti, dopo alcune ore di lotta; l'immediato pericolo si poteva dire scongiurato. Ora l'infermo dormiva e il professore vegliava al suo capezzale, insieme a Vittorio Giudici il piccolo zoppo.
Quel sonno poteva essere una salvezza.
Fausto si allontanò sapendo che la sua presenza non era assolutamente necessaria. Un'altra inquietudine lo dilaniava: un'ansia più acuta lo chiamava fuori.
Che faceva Argìa? Che cosa pensava?... Non una parola avevano potuto scambiare da solo a sola, non una parola, dopo quello che era avvenuto!...
Il professore e Vittorio, che indovinavano la febbre ond'egli era arso, lo incoraggiarono ad uscire un poco. Andasse a respirare una boccata d'aria, ne aveva bisogno.
Cautamente egli frugò la casa. Dall'uscio socchiuso di un salottino sentì la voce di Amelia che discorreva con Bice Chiari, e passò via smorzando il rumore dei passi per non essere costretto a fermarsi.
La Carmela dormiva su un canapè.