Dopo un istante d'incertezza e di perplessità Vittorio cercò d'intromettersi, sentendo il bisogno di difendere la fanciulla da lui così involontariamente accusata.
Il professore l'arrestò seccamente. Restasse a guardia di Fausto.
— Argìa!... — mormorò l'ammalato sobbalzando.
— Argìa — ripetè più basso, e tornò a smarrirsi nel letargo pesante.
Il professore traversò due stanze buie, trascinandosi dietro la figlia; e sostò in una sala dov'era un po' di luce.
Una enorme libreria occupava la parete di fondo di questa sala, destinata alla lettura e, in casi eccezionali, alla scherma; le altre pareti erano decorate da carte geografiche e fasci d'armi disposti a guisa di trofei. Una stuoia di juta copriva l'ammattonato. Pochi mobili: alcuni tavolini, una scrivania in un cantone, e varie sedie e seggioloni coperti di cuoio e ornati di borchie dorate, imitazioni dell'antico, di fabbrica milanese.
Su un tavolino agonizzava per tre beccucci una lucernina d'ottone, lucente come oro. E soltanto questa lucernina dalle catenelle scintillanti rivelava la vecchia casa di provincia.
Da una finestra rimasta aperta si vedeva il giardino pieno di neve e una distesa di cielo imbiancato dai primi lucori dell'alba.
Il professore trascinò Argìa fino a quella finestra che era nell'angolo più remoto, serrandole i polsi, scuotendola con involontaria violenza.
Il primo impeto lo agitava ancora, ma era evidente che voleva dominarsi.