Argìa non fiatava.
Lasciata libera, si appoggiò al muro per non cadere. I suoi occhi muti fissavano il suolo. Pareva insensibile. Non le balenava neppure che il cuore del suo povero babbo aspettasse una rivolta suprema, contro quelle asprezze, che lei avrebbe dovuto trovare ingiustificate, pazzesche.
Egli la guardava intensamente, spogliandola con l'occhio del medico; e tremava come un paralitico.
Finalmente proruppe.
— Non dici niente?.. Non ti ribelli?... È vero, dunque, è vero! Tu confessi... Ti sei lasciata... Uff!...
Digrignò una bestemmia e una parolaccia e con un gesto energico si battè un pugno sulla bocca.
— Ah! imbecille che sono, speravo ancora che i miei occhi m'avessero ingannato!... Ma non sai che ti dovrei ammazzare?...
Un leggero stringimento di spalle fu la risposta.
Questo esasperò il padre. Tornò ad afferrarla; la scosse, la piegò in due come il vento furioso fa di un povero arbusto.
— Mi hai disonorato!... hai disonorato tuo fratello ufficiale.... la tua sorellina!... E non dici una parola?... E non ti giustifichi?... Non capisci? Dì'! Cosa pensi?... Che cosa pensavi?..