Il treno filava a tutto vapore e dietro a lui rimanevano i ghiacci e le brine fantastiche, le nebbie ostinate e l'intenso freddo dell'interminabile inverno. Come un tormentato incontro alla sua liberazione, correva il treno incontro alla primavera su quel lembo di terra bagnato dal mare.
Oh! il dolce tepore... il forte profumo dell'aria marina!...
In un coupé di prima classe, Fausto ed Argìa guardavano il mare. Le loro anime si libravano, i loro cuori traboccanti di amore rinascevano a nuova vita.
All'uscire da quella lunga galleria, là dove i lombardi che vanno in Riviera nei mesi invernali, hanno la sensazione di un passaggio portentosamente rapido dal nord al sud, Fausto aveva detto alla giovine sposa, stringendosela sul cuore:
— Così la nostra vita passa dalle tenebre alla luce: dal gelo al sole!
Ella si era commossa, aveva pianto e sorriso: ma in fondo al cuore le rimaneva un'ombra ostinata: un angolo buio che la faceva fremere e rabbrividire.
Erano soli e liberi, e andavano via, lontano dai luoghi dove tanto avevano sofferto... Andavano, con la speranza di non ritornare per lungo tempo.
La salute di Fausto, riacquistata a fatica, dopo sì dure prove, aveva bisogno di un clima più mite, di un'aria più vivificante, per ristabilirsi completamente. Nessuno meglio di lui avrebbe giudicato della durata di questo bisogno.
Una villetta bianca li aspettava laggiù, presso Bordighera, un vero nido d'amore. Potevano rimanervi degli anni.
Don Paolo era morto pochi giorni dopo la cerimonia del loro matrimonio. La morte pietosa, che egli aveva tanto temuta, lo coglieva nel sonno, senza dolore, quasi senza transizione.