«Questa è la filosofia che mi ha insegnato la Morte quando bazzicava intorno al mio letto: lei che ha sciolto il nostro lugubre e puerile romanzo di suicidio, rigettandoci, per bontà sua, nell'eterno e sempre nuovo romanzo della vita e dell'amore!»
Egli sorrideva in un modo speciale, finissimo e pieno di dolci sottintesi. E il suo colorito caldo annunciava il completo ritorno della salute; i suoi occhi raggianti, la piena fiducia in sè e nella vita.
Argìa pendeva dal suo labbro, gli occhi negli occhi di lui, affascinata e come irradiata da quella potente giovinezza virile.
Ancora pochi minuti e il treno entrò nella stazione, fischiando e mugghiando.
Il campanello elettrico cinguettava allegramente; impiegati e fattorini aspettavano, fermi al loro posto, fissando il treno.
— Guarda — disse Fausto, indicando alla sua compagna il magnifico panorama della Riviera che si stendeva dinanzi a loro in tutta la sua meravigliosa bellezza. — Guarda, questo è il paradiso!... Sarà per un giorno... per un anno, per dieci... Ciò non dipende da noi e non val la pena di pensarci. L'importante è che ci siamo e che questa gioia immensa ce la siamo conquistata, e nessuno ce la ruba più!...
Argìa chiuse gli occhi per frenare le lagrime che le gonfiavano le palpebre, poi, con gesto rapido, quasi febbrile — mentre gli sportelli si spalancavano ai coupés vicini e le voci stentoree gridavano a perdifiato: «Bordighera! Bordighera!» — gettò le braccia al collo al suo salvatore, al suo sposo, e solennemente lo baciò sulla bocca.
Fine.
Autunno 1888.
Nota del Trascrittore