«Ma nella, malattia, in quelle eterne ore di angoscia tra la vita e la morte, una voce più chiara, più alta, parlò nell'anima mia. Negli accessi della febbre, allorchè la mia mente era turbata da strane visioni, mi pareva che la morte avesse preso forma accanto al mio letto, e deridendomi mi dicesse: «Muori! Muori, decrepito vecchio! Meriti di morire solo e di essere dimenticato!
«Perciò, Argìa, quando tuo padre ti strappò dal mio capezzale in quella notte terribile, e Vittorio mi disse ch'egli sapeva il tuo stato, fu come se una gran luce fosse entrata nel mio cervello: dovevo sposarti subito!
«Sentii che sarei morto meno disperato, che quella orribile figura non avrebbe potuto beffarmi coi suoi sarcasmi, nè dirmi che meritavo di morire perchè ero un vecchio decrepito irreparabilmente legato ai vecchi pregiudizi, ai vecchi egoismi!.. E non solo questo sentii; una tenue speranza mi sollevò, mi diè forza: sarei forse guarito... forse... avrei vissuto ancora, amato, felice!...
«La febbre diminuì: le visioni sparirono; e quella speranza divenne sempre più gagliarda e le mie forze si ristabilirono.
«Sono guarito. Ebbene, Argìa, io che sono medico, ma che alla medicina credo piuttosto poco, penso che, se quella buona risoluzione non avesse dirò così preparata la crisi, lo svolgimento della malattia sarebbe stato forse diverso e non sarei guarito. Capisci?»
Incapace di rispondere, vinta da una tenerezza infinita, ella si strinse a lui, guardandolo amorosamente.
Restarono alcuni istanti così, silenziosi e stretti.
Poco prima di scendere alla stazione di Bordighera, Fausto riprese:
— Ricordati dunque, amor mio, non più sofismi, non più vani rimorsi, mi offenderesti. Dobbiamo godere la felicità che ci è concessa, rispettandola, venerandola, come cosa sacra: e dobbiamo fare quanto sta in noi perchè duri. Quello che a noi sembrava magnanima fierezza: «rifiutare la felicità perchè non poteva più essere quale l'avevamo sognata, o per timore che ci mancasse poi, o che fosse traversata da momenti penosi e da qualche umiliazione dell'orgoglio,» era follia, stupidaggine! Non grandezza di spirito, ma calcolo balordo di piccoli vigliacchi!...
«Bisogna vivere, Argìa, vivere per amare ed essere felici, come meglio si può, quanto più si può!